Earth Overshoot Day: le risorse della Terra 2017 sono finite

A partire dal 1986 l’«Earth Overshoot Day» cade sempre prima. I Paesi con il maggiore impatto sarebbero gli Stati Uniti Australia . L’Italia sarebbe al decimo posto. L’impatto del cibo è del 26%.

 Dal 2 agosto 2017  le risorse della Terra per l’anno in corso sono finite e icominciamo a sovrasfruttare il pianeta. Nel 2017 l’«Earth Overshoot Day», il giorno in cui la popolazione mondiale ha consumato tutte le risorse che la Terra è in grado di rigenerare da sola, è caduto il 2 agosto. Detta “in soldoni”, al ritmo attuale, per soddisfare i consumi globali servirebbero 1,7 Terre e per soddisfare la nostra domanda ci sarebbe bisogno di 4,3 “Italie”.

Ogni anno, il Global Footprint Network calcola l’impronta ecologica dell’umanità (ovvero le nostre necessità di utilizzare risorse dalle aree agricole, dai pascoli, dalle foreste, dalle aree di pesca e lo spazio utilizzato per le infrastrutture e per assorbire il biossido di carbonio, la CO2), e la confronta con la biocapacità globale, ovvero  la capacità dei sistemi naturali di produrre risorse e assorbire biossido di carbonio. Secondo tali dati, dagli inizi di agosto sino alla fine dell’anno 2017 soddisferemo la nostra domanda ecologica dando fondo alle risorse e accumulando gas ad effetto serra nell’atmosfera. Il calcolo è del Global Footprint Network e sottolinea il fatto che ogni anno, a causa dell’aumento dei consumi mondiali, tale giornata cada sempre prima.

Nel 2016 era stata “celebrata” l’8 agosto, nel 2015 fa il 13 agosto, oltre quindici anni fa, nel 2000, a fine settembre.

Nelle classifiche dell’organizzazione gli italiani non fanno una gran figura, in quanto emerge che, se tutti gli abitanti della Terra vivessero come gli italiani, servirebbero 2,6 Terre per sostenerne i consumi. In tale elenco l’Italia è decima al mondo, mentre al top troviamo l’Australia (5,2 pianeti), gli Stati Uniti (5) e la Corea del Sud (3,4). Per soddisfare con risorse nazionali solo la domanda degli italiani servirebbero di 4,3 “Italie”. In questo l’Italia è al quarto posto dopo la Corea del Sud (8,8), Giappone (7,1) e la Svizzera (4,3).

La produzione mondiale di cibo produce almeno il 26% dei gas serra mondiali. In particolar modo, come sottolineato ormai decine di studi (a cominciare da quello della FAO del 2006), ad essere messa sotto accusa è la produzione di proteine animali. La zootecnia globale è ritenuta un fattore centrale nell'uso di risorse alimentari e idriche, inquinamento delle acque, uso delle terre, deforestazione, degradazione del suolo ed emissioni di gas serra. Un esempio su tutti: per produrre un kg di carne di manzo sono necessari ben 15.500 litri di acqua.

 «É da rilevare che non si tratta in gran parte di acqua che rientra nel ciclo naturale, ma di acqua destinata ad inquinare, sotto forma di reflui, fiumi, oceani, terreni, con conseguenze irreversibili sulle falde acquifere - sottolinea Enpa - Ma, come tutti ben sappiamo, gli allevamenti fanno anche altro: le loro emissioni di metano, anidride carbonica, protossido di azoto e altri gas serra danno un potente impulso al riscaldamento globale e dunque alla siccità».

 Sotto accusa - come sottolineato anche dalle ricerche della Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition (Bcfn) - anche lo spreco alimentare. In Italia si spreca il 35% dei prodotti freschi (latticini, carne, pesce), il 19% del pane e il 16% di frutta e verdura prodotti. Tuttavia, l’impatto sulla Terra che causato da questo spreco non si ferma alla produzione di anidride carbonica, in quanto determina anche una perdita di oltre milleduecento milioni di ml l’anno di acqua (pari al 2,5% dell’intera portata annua del fiume Po) e produce l’immissione nell’ambiente di oltre ventiquattro milioni di tonnellate CO2 l’anno, di cui oltre quattordici milioni dovuti agli sprechi domestici. L’assorbimento della sola CO2 prodotta dallo spreco domestico in Italia richiede una superfice boschiva maggiore di quella presente in Lombardia.

I cambiamenti indotti dall’intervento umano sulla superficee terrestre hanno esercitato impatti significativi per la struttura e le funzioni degli ecosistemi con effetti significativi sul benessere stesso dell’umanità.

Il Wwf ricorda che le più recenti valutazioni sull’impronta umana (Human Footprint) dell’uomo sulla Terra, ovvero l’impronta fisicamente visibile dai satelliti relativa alle trasformazioni causate dal nostro intervento sul pianeta dimostrano che il 75% della superfice delle terre emerse subiscono una pressione umana riscontrabile e misurabile.

Inoltre l’umanità si appropria del 25% della produttività primaria netta (definita Human Appropriation of Net Primary Production, HANPP), ovvero dell’energia raggiante solare utilizzata dalla vegetazione terrestre per trasformarla in materia organica che permette  il resto della vita sulla Terra. Tale percentuale, se il nostro livello di impatto sui metabolismi naturali dovesse proseguire con i ritmi attuali, si ritiene possa raggiungere il 27-29% entro il 2050 arrivando al 44% nel caso di un massiccio utilizzo di bioenergie prodotte dai suoli coltivati.

Notizie a dir poco drammatiche (volendo usare un generoso eufemismo) e che meriterebbero di esser prese in seria considerazione.

 

Classe 1986, storico del cinema, appassionato di noir, courtroom movies, gialli e western fin dagli anni del liceo, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi, e collaboratore alle vendite in occasione di incontri, presentazioni e fiere librarie.

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