Incontro davanti alla Sinagoga di Roma: trentacinque anni dopo

  • Chiara Cecere
  • Lunedì, 09 Ottobre 2017
  • Pubblicato in Attualità
Incontro davanti alla Sinagoga di Roma: trentacinque anni dopo Foto dal sito romaebraica.it
Una comunità ebraica, la memoria di un bambino, le testimonianze di uomini che hanno visto, e vogliono rendere testimonianza a ciò che hanno visto.

 Sono questi i pochi ma essenziali ingredienti che hanno contribuito alla realizzazione di un incontro che unisce passato e presente, giovani ed adulti, ebrei e non. Chiunque si fosse recato, alle undici circa della mattina del 9 ottobre 2017, di fronte alla sinagoga romana, tra il Campidoglio ed il Gianicolo, non avrebbe visto che questo.

Una folla compatta, silenziosa. La sindaca di Roma, Virginia Raggi, che osserva silenziosamente la lapide che si trova proprio di fronte alla sinagoga, commemorando i tragici eventi di quel 9 ottobre 1982. Un gruppo di ragazzi liceali che non conoscono la vicenda, perché di quel giorno, di quell’attentato, non se ne parla, non se ne parla mai. Un momento di silenzio, e poi quella stessa folla si sposta, lentamente, misurando i passi. Si va nella vicinissima scuola ebraica, in un’aula ampia e sgombra, dove uno dei responsabili dell’evento invita tutti a non dimenticare quello che è successo. Perché quel 9 ottobre 1982, spiega, davanti a quella sinagoga fu messo in atto un attentato per mano di un gruppo di integralisti palestinesi. Unica vittima, un bambino di appena due anni, Stefano Gaj Taché, ucciso dalle bombe. A quel punto la sindaca sale sul palco, riporta brevemente le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, poi chiede un minuto di silenzio. Di silenzio ce n’è tanto, in effetti. I ragazzi della scuola, il preside, i giornalisti. Tutti tacciono. Dopodiché, la sindaca esprime la sua più sentita vicinanza alle famiglie colpite, al fratello del piccolo Stefano, a tutti quelli che furono coinvolti. Dopodiché, a parlare sono molti: la responsabile della comunità ebraica, ad esempio, denuncia coloro che pur potendo parlare, non parlarono, e che pur potendo intervenire, non intervenirono. “Ci hanno lasciato soli”, commenta, ma non è aria di rassegnazione, la sua. Ed infine sale sul palco Gadiel Taché, fratello della vittima. “Mio fratello è sempre con me”, dice alla platea, commosso. Ed ancora, dice che la pace è possibile, che non conta tanto crederci, nella pace, conta volerci credere, a tutti i costi e per sempre.

Si conclude così un incontro sentito, carico di commozione, di comprensione reciproca. L’empatia è vibrante nell’aria, e tutti rimangono immobili per qualche secondo prima di alzarsi ed andare via.

La memoria è quanto di più prezioso abbiamo; è questo che scaturisce dall’esperienza, che brucia nei cuori, e che fa comprendere che forse, a volte, guardare al passato è la cosa migliore che si possa fare quando si è incerti su come agire nel futuro.

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