15 anni senza Billy Wilder, regista di "Double Indemnity", "L'asso nella manica" e "L'appartamento"

una scena de "L'aquila solitaria" una scena de "L'aquila solitaria"
Quindici anni fa moriva il grande regista e sceneggiatore polacco attivo negli Stati Uniti dagli anni Trenta.

Nato nel giugno 1906 a Sucha Beskidzka (oggi cittadina della Polonia, ma all’epoca piccolo avamposto all’estremo Nord Est dell’allora Impero austro-ungarico), giornalista a Vienna - dove prova ad intervistare Sigmund Freud, il quale lo buttò fuori di casa - e in seguito a Berlino, pigro studente di Giurisprudenza all’Università della capitale tedesca, “ghostwriter” occasionale, soggettista e sceneggiatore, abbandona la Germania nel ’33 (all’avvento di Hitler) e si trasferisce prima in Francia - per circa un anno - e poi negli Stati Uniti.

Pare che il suo incontro con il mondo del cinema sia avvenuto non per sua scelta, bensì per una curiosa serie di eventi dovuta al caso. Si narra che nel ’27 il giovane Billy Wilder avesse perso una grossa somma in marchi giocando a carte con il produttore J. Pasternak e che quest’ultimo, per farseli restituire, lo abbia costretto a collaborare ad una sceneggiatura.

In quella Berlino di fine anni Venti, in cui già si cominciano a percepire le prime avvisaglie di scricchiolio dell’allora Repubblica di Weimar (cui seguirà, come è tristemente noto, l’avvento del nazismo) molti fra gli uomini che in seguito contribuiranno a formare il cinema classico hollywoodiano degli anni Trenta e Quaranta vengono “catturati” dal mondo del cinema per vari “scherzi del destino”. Come è noto, si trasferiranno quasi tutti negli Stati Uniti (volendo fare un discorso provocatorio, in un certo qual modo, si potrebbe affermare che il vero creatore del cinema noir americano degli anni Quaranta e Cinquanta fu Hitler, in quanto, se non ci fosse stato l’avvento del nazismo in Germania, personalità come Fritz Lang, Robert Siodmak, Fred Zinnemann e molti altri - fra i quali lo stesso Billy Wilder - forse non avrebbero mai abbandonato l’Europa alla volta di Hollywood) trasferendo nel cinema hollywoodiano – non solo in quello più ricco, ma anche in quello più “commerciale” – i segni inconfondibili dei grandi conflitti etici e spirituali che affondano le radici nella cultura tedesca e, in generale, mitteleuropea. Alcuni in forme dolorosamente sofferte e dichiarate; altri in forme trasfigurate, filtrate, camuffate.

Billy Wilder appartiene decisamente al secondo gruppo e forse proprio per questo la sua produzione cinematografica continua ancora oggi a sfuggire a qualunque tentativo di classificazione e di organica sistemazione critica. In un film il regista a volte si colloca in una posizione opposta in confronto a quella in cui si era collocato nel film precedente, raccontando e “contraddicendo” in un continuo gioco di ribaltamenti di fronte.

A Berlino scrive (insieme a Fred Zinnemann e Edgar Ulmer) il soggetto e la sceneggiatura di Uomini di domenica (1929) di Robert Siodmak, affresco della grande città e dei suoi abitanti. Dopodiché scrive ancora per Robert Siodmak, collabora alla sceneggiatura de La terribile armata (1931) di G. Lamprecht, misurandosi con un genere, il poliziesco, per lui nuovo. In seguito scrive altri testi, prevalentemente di tono operettistico viennese.

Nell’estate del ’33, mentre si trova seduto ad un tavolo di un caffè, è testimone di un pestaggio di un uomo inerme da parte di una squadra nazista e capisce che in Germania il vento è drammaticamente cambiato.

Fa le valige e si trasferisce in Francia, dove collabora con A. Esway per la regia di Mauvaise graine (1934).

Tale esperienza non lo entusiasma e nello stesso anno decide di trasferirsi negli Stati Uniti. Ha meno di trent’anni e parla pochissimo l’inglese.

Ad Hollywood comincia a lavorare per gli studios scrivendo molti soggetti e numerose sceneggiature in serie, fino a quando non scrive (insieme a Charles Brackett) la sceneggiatura de L’ottava moglie di Barbablù (1938) di Ernst Lubitsch.

L’anno dopo scrive (di nuovo a quattro mani con Charles Brackett, con il quale stabilirà un lungo sodalizio artistico) la sceneggiatura del celebre Ninotcka (1939), anch’esso diretto da Ernst Lubitsch. Si tratta del momento di svolta della sua carriera hollywoodiana. La metamorfosi del personaggio interpretato da Greta Garbo, da ieratico e freddo quale è sempre stato a quello brillante del commissario “bolscevico” Ninotchka è da applauso.

Dopo aver scritto altri due film (Arrivederci in Francia - 1940 - di Mitchell Leisen e la brillante commedia Colpo di fulmine - 1941 - di Howard Hawks), esordisce alla regia con Frutto proibito (1942).

Due anni dopo realizza Double Indemnity (1944), uno fra i suoi capolavori, tratto da un libro di James Cain (l’autore del celebre Il postino suona sempre due volte, che verrà portato al cinema nel 1946 con l’omonimo film di Tay Garnett e trentacinque anni dopo - nel 1981 - con il film di Bob Rafelson), e di cui scrive anche la sceneggiatura in coppia con il grande Raymond Chandler (il creatore del detective Philip Marlowe). Si tratta di un film fondamentale nella storia del noir, un film in cui fa la sua apparizione una figura di “dark lady” (magistralmente interpretata da Barbara Stanwyck) ambigua, sfuggente, con sottili e inquietanti sfumature, dotata di fascino magnetico e, nello stesso tempo, infida e pericolosa. Un film che, in un certo qual modo,  finirà col diventare una sorta di “punto di non ritorno” per un genere cinematografico, il noir, che, nei dieci/dodici anni successivi vivrà la sua stagione d’oro.

Il film successivo, Giorni perduti (1946), è un’opera decisamente drammatica, una coraggiosa incursione nella piaga dell’alcolismo realizzata in un’epoca in cui, nella maggior parte dei film, quello dell’ubriacone era un personaggio comico “di contorno”.

Billy Wilder si riporta sulla via del genere brillante con Il valzer dell’imperatore (1948), con la commedia giallo-rosa Scandalo internazionale (1949) e con la sceneggiatura di Venere e il professore (1949) di Howard Hawks, remake del già citato Colpo di fulmine, da lui stesso scritto otto anni avanti.

Appaiono già chiare le tracce di quello che in seguito verrà definito da alcuni storici del cinema e critici cinematografici come “cinema del travestimento” e da altri come “cinema travestito”. Con un’alternanza di farsa e tragedia, spontaneità e manipolazione, innocenza e cinismo Billy Wilder userà il cinema come una sorta di enorme “romanzo visivo”, nascondendo al suo interno alcune fra le grandi figure del “moderno”. La dialettica delle inversioni, il continuo gioco fondato sull’antinomia fra essere ed apparire. Con occhio impietoso scaverà a fondo nei traumi della società americana, mascherandoli a volte dietro il velo liberatorio delle situation comedy. E diventerà presto un maestro di quella cosiddetta “regia invisibile” che sarà caratteristica fondamentale e peculiare del cinema hollywoodiano classico, filmando sia il “dentro” sia il “fuori” del cinema.

Un esempio emblematico è rappresentato dal celebre Viale del tramonto (1950), in cui mette in scena un morto (interpretato da William Holden) che racconta in flashback i retroscena del suo assassinio. Ma soprattutto il regista affonda il coltello in quel simulacro di illusoria eternità che è la cosiddetta “fabbrica dei sogni” hollywoodiana, in una sorta di evocativo “redde rationem”, facendo riincontrare sul set Gloria Swanson ed il regista Eric von Stroheim per la prima volta dopo oltre vent’anni, dopo la rottura seguita al fallimento di Queen Kelly (1928), lei nel ruolo di una matura ex diva ormai completamente invasata e sciroccata, lui in quelli dell’ex marito babbeo ancora innamorato, ora retrocesso al rango di maggiordomo.

Il film che segue, L’asso nella manica (1951), presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, appare come un impietoso affondo nei confronti del mitico “sogno americano”. Il giornalista (interpretato da un inarrivabile Kirk Douglas) che gioca con la vita di un minatore rimasto sepolto nel crollo di alcune pareti pur di costruire un evento mediatico risulta del tutta insopportabile per una critica che monterà l’opinione pubblica contro il regista. Il film rischia di non esser distribuito (arriverà nelle sale cinematografiche americane solo due anni dopo, nel 1953) e Billy Wilder arriva ad un passo dall’esser marchiato come “antiamericano” in piena epoca maccartista. Oggi L’asso nella manica viene meritatamente considerato (insieme a Quarto potere - 1941 - di Orson Welles, L’ultima minaccia - 1952 - di Richard Brooks, Un volto nella folla - 1957 - di Elia Kazan, Prima pagina - 1974 -, diretto dallo stesso Billy Wilder, Quinto potere - 1977 - di Sidney Lumet e Tutti gli uomini del Presidente - 1977 - di Alan J. Pakula) come uno fra i migliori film americani sul giornalismo mai realizzati.

Due anni dopo, anche per via del suo profondo spirito antinazista, il regista realizza Stalag 17 - L’inferno dei vivi (1953), ambientato in un campo di concentramento tedesco e interpretato da William Holden (Oscar come Miglior Attore Protagonista), prima di tornare alla commedia con Sabrina (1954), in cui dirige una giovane Audrey Hepburn (fresca di Oscar come Miglior Attrice Protagonista per Vacanze romane - 1953 - di William Wyler), Humphrey Bogart e William Holden.

Seguono la commedia Quando la moglie è in vacanza (1955), il giallo Testimone d’accusa (1957), tratto da un racconto di Agatha Christie e considerato (insieme a La parola ai giurati - 1957 - di Sidney Lumet, Anatomia di un omicidio - 1959 - di Otto Preminger,  Il buio oltre la siepe - 1962 - di Robert Mulligan e Il verdetto - 1982 - di Sidney Lumet) come uno fra i migliori Courtroom drama mai girati, L’aquila solitaria (1957), rievocazione della grande impresa (la prima trasvolata dell’Oceano Atlantico da New York a Parigi) compiuta da Charles Lindberg (interpretato da James Stewart) in trentatré ore e mezza di volo en solitaire nel maggio 1927, le commedie Arianna (1957), interpretata da Audrey Hepburn e Gary Cooper, e A qualcuno piace caldo (1959).

Con L’appartamento (1960) nella carriera di Billy Wilder arrivano cinque premi Oscar (fra cui quello come Miglior Regia). Grande fusione fra commedia e dramma, il film è un capolavoro dai toni farseschi e, nello stesso tempo, dal gusto amaro. Jack Lemmon è superlativo nel ruolo dell’impiegato delle assicurazioni che, per fare una rapida carriera, mette il suo appartamento a disposizione di alcuni alti dirigenti per le loro avventure extraconiugali. Dimesso e fondamentalmente succube, alzerà la testa ed avrà un sussulto di dignità solo quando scoprirà che la ragazza da lui amata in segreto (interpretata da una giovane - e altrettanto brava – Shirley MacLaine) è la “preda” del suo direttore.

La coppia Jack Lemmon-Shirley MacLaine sarà brillante anche tre anni dopo in Irma la dolce (1963), romanzo d’amore fra uno zelante agente di polizia e una giovane prostituta ambientato in una Parigi ricostruita dallo scenografo Alexandre Trauer, già vincitore di uno fra gli Oscar de L’appartamento.

Due anni prima di Irma la dolce Billy Wilder aveva messo in scena un’indiavolata satira del comunismo sovietico con Uno, due, tre! (1961), in cui non aveva risparmiato bordate sarcastiche anche nei confronti del capitalismo rampante, rappresentato dal personaggio interpretato da James Cagney, esportatore di Coca-Cola in Germania.

Nel ’66 dirige Non per soldi... ma per denaro, in cui arriva sul grande schermo la celebre coppia Jack Lemmon-Walter Matthau, che tornerà due anni dopo ne La strana coppia (1968) di Gene Saks, tratto dall’omonima commedia teatrale di Neal Simon.

Nel ’70 dirige La vita privata di Sherlock Holmes seguito, due anni dopo, dalla commedia Avanti! (1972), girata ad Ischia e interpretata da Jack Lemmon, Juliet Mills, Clive Revill, Edward Andrews e attori italiani quali Gianfranco Barra, Antonino Faà di Bruno, Franco Angrisano, Franco Acampora e Pippo Franco.

La coppia Jack Lemmon Walter Matthau verrà riproposta unel feroce sberleffo contro la stampa americana del già citato Prima pagina (1974) e infine nella commedia Buddy Buddy (1981), suo ultimo film, preceduta dal malinconico e crepuscolare Fedora (1978), interpretato da un maturo William Holden, e che rappresenta una sorta di “testamento” che, in un certo qual modo, rievoca le aspre atmosfere di Viale del tramonto.

Nonostante una volontà di fare ancora intatta in età avanzata, dopo un paio di progetti naufragati nel corso degli anni Ottanta, negli ultimi anni della sua vita non riuscirà purtroppo a trovar finanziamenti per girare altri film.

Maestro di commedie esilaranti dal tocco leggero e nello stesso tempo sottilmente pungente, autore di amare e corrosive storie drammatiche, in grado di fondere commedia e dramma in un infuso dal gusto agrodolce, Billy Wilder ha lasciato un segno indelebile nella storia di Hollywood e, in generale, dell’interra storia del cinema.

 

Storico del cinema, appassionato di noir, courtroom movies, gialli e western fin dagli anni del liceo, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi, e collaboratore alle vendite in occasione di incontri, presentazioni e fiere librarie. 

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