20 anni senza Robert Mitchum, il gigante del noir americano sempre ignorato agli Oscar

un giovane Robert Mitchum in "Sangue sulla luna" ("Vento di terre selvagge") di Robert Wise un giovane Robert Mitchum in "Sangue sulla luna" ("Vento di terre selvagge") di Robert Wise
Vent’anni fa, nel luglio 1997 moriva a Santa Barbara - in California - il grande attore americano, interprete di film quali “La morte corre sul fiume”, “Il promontorio della paura”, “Marlowe, il poliziotto privato” e “Yakuza”

Nato a Bridgeport - nel Connecticut - nell’agosto 1917 (ergo nel 2017 viene ricordato non solo in occasione delle ventesimo anniversario della sua morte, ma anche per il centenario della sua nascita), Robert Mitchum fugge di casa nel 1931, a quattordici anni, e sceglie come casa più o meno l’intero territorio degli Stati Uniti.

Nel ’33 viene arrestato per vagabondaggio in Georgia e condannato a sei mesi di lavori forzati in una zona di foreste paludose (la stessa zona in cui, circa trent’anni dopo, tornerà per le riprese de Il promontorio della paura - 1962 - di Jack Lee Thompson). Evaso (dopo un paio di settimane) insieme ad altri, raggiunge la California in autostop e, nei successivi quattro anni, fa mille mestieri (il pugile, il buttafuori, il cameriere, il lavapiatti).

Nel ’37 entra al Long Beach Theater Guild, dove lavora come attore, coautore di testi ed attrezzista.

Nel ’40 viene assunto al cinema come aiuto attrezzista per produzioni di serie B e C. L’anno successivo, proprio in una di tali produzioni, in modo del tutto casuale, arriva la grande occasione. In un B movie western della serie di Hopalong Cassidy, uno stuntmen che interpreta il ruolo di un bandito muore colpito alla testa dagli zoccoli di un cavallo ed il regista decide di sostituirlo proprio con il ventiquattrenne Robert Mitchum.

Nel biennio ’41/’42 apparirà (non accreditato in comparsate in cui non dice neanche una battuta) in una dozzina di film della stessa serie.

Nel ’43 ottiene i suoi primi due ruoli secondari accreditati (La commedia umana di Clarence Brown ed il bellico Gung Ho di Ray Enright).

L’anno successivo i suoi primi ruoli da coprotagonista: Notte d’angoscia (1944) di William Castle, Sette settimane di guai (1944) di Joe May e soprattutto Missione segreta (1944) di Mervyn Le Roy. Nello stesso anno la sua prima parte da protagonista nel western di serie B Nevada (1944) di Edward Killy.

Nel ’45 interpreta I forzati della gloria di William A. Wellman, con cui ottiene una Nomination all’Oscar come Miglior Attore Protagonista ed entra a far parte delle prime “Stars of Tomorrow”.

Nei sette/otto anni successivi, insieme ai quasi coetanei Robert Taylor (1911-1969), Burt Lancaster (1913-1994), Stewart Granger (1913-1993), Alan Ladd (1913-1965), Richard Widmark (1914-2008), Sterling Hayden (1916-1986), Gregory Peck (1916-2002), Glenn Ford (1916-2006), Kirk Douglas (n. 1916) e William Holden (1918-1981) si afferma come uno fra gli attori più dotati della sua generazione, nonché come il più efficace volto noir dopo Humphrey Bogart.

Fra i film da lui interpretati in quegli anni ricordiamo Anime ferite (1946) di Edward Dmytryk, in cui lavora con Dorothy McGuire e Guy Madison, Il segreto del medaglione (1946) di John Brahm, Tragico segreto (1946) di Vincente Minnelli, in cui recita con Katharine Hepburn e Robert Taylor, Out of the Past (1947, in Italia tradotto come Le catene della colpa e conosciuto anche con il titolo La banda degli implacabili) di Jacques Tourneur, in cui lavora con Jane Greer, Kirk Douglas e Rhonda Fleming, Notte senza fine (1947) di Raoul Walsh, eccellente esempio di fusione fra noir e western, e in cui recita con Judith Anderson, Teresa Wright e Dean Jagger, Odio implacabile (1947) di Edward Dmytryk, in cui lavora con Robert Young e Robert Ryan, Il vagabondo della foresta (1948) di Norman Foster, con Loretta Young e William Holden, Sangue sulla luna (1949 conosciuto anche con il titolo Vento di terre selvagge) di Robert Wise, altro ottimo western con atmosfere noir con Barbara Bel Geddes, Robert Preston e Walter Brennan, Il tesoro di Vera Cruz (1949) di Don Siegel, con Jane Greer e William Bendix, Minuzzolo (1949) di Lewis Milestone, con Peter Miles e Myrna Loy, Tu partirai con me (1949) di Don Hartman, con Janet Leigh e Wendell Corey, Una rosa bianca per Giulia (1950) di John Farrow, con Faith Domergue e Claude Rains, La gang (1951) di John Farrow, con Lizabeth Scott e Robert Ryan, Il suo tipo di donna (1951), anch’esso diretto da John Farrow, con Jane Russell, Vincent Price e Raymond Burr (il futuro avvocato Perry Mason e detective Ironside), Voglio essere tua (1951) di Robert Stevenson, con Ava Gardner e Melvyn Douglas, L’avventuriero di Macao (1952) di Josef von Sternberg, con Jane Russell, Brad Dexter e Gloria Grahame, Seduzione mortale (1952) di Otto Preminger, con Jean Simmons ed Herbert Marshall, Il temerario (1952) di Nicholas Ray, con Susan Hayward ed Arthur Kennedy, Duello sulla Sierra Madre (1953) di Rudolph Maté, con Linda Darnell e Jack Palance, Tempeste sul Congo (1953) di Henry Hathaway, con Susan Hayward e Walter Slezak.

Negli anni Cinquanta mostra una straordinaria tempra d’interprete di primissima scelta ne La belva (1954) di William A. Wellman, con Teresa Wright e Diana Lynn, La magnifica preda (1954) di Otto Preminger, con Marilyn Monroe e Rory Calhoun, e soprattutto nell’inquietante La morte corre sul fiume (1955) di Charles Laughton (alla sua unica regia) in cui interpreta magistralmente (si tratta di una fra le migliori performance della sua intera carriera) il ruolo dell’allucinato pastore protestante maniaco ed assassino. Un qualcosa di straordinario e inaudito. Nel ruolo di una figura doppia e malsana (predicatore ed assassino), Robert Mitchum viene perfettamente assorbito nel personaggio, ambiguo e mefistofelico, nel creare una tensione ai limiti del sopportabile. L’intero film viene attraversato da un forte senso di angoscia, venato di atmosfere espressioniste accentuate da una minacciosa scenografia di gusto faustiano.

La sua cifra interpretativa non è inferiore in Sangue caldo (1955) di Richard Wilson, con Jan Sterling ed Angie Dickinson, Bandido (1956) di Richard Fleischer, con Ursula Thiess e Gilbert Roland, Heaven Knows, Mr Allison (1957, in Italia tradotto come L’anima e la carne) di John Huston, con Deborah Kerr, Le colline dell’odio (1959) di Robert Aldrich, con Gia Scala e Stanley Baker, Il meraviglioso Paese (1959) di Robert Parrish, con Julie London e Pedro Armendariz, A casa dopo l’uragano (1960) di Vincente Minnelli, con Eleanor Parker e George Peppard, L’erba del vicino è sempre più verde (1960) di Stanley Donen, con Cary Grant, Deborah Kerr e Jean Simmons.

Nessuno come lui eccezion fatta per il grande Humphrey Bogart (al quale per molti aspetti somiglia, quantomeno nella scelta dei personaggi da interpretare) appare in grado  di portare sullo schermo con così tanta naturalezza lo stile di vita e le sue esperienze fatte. In effetti, il ghigno sadico e nello stesso tempo sardonico sul volto del balordo Max Cady del già citato Il promontorio della paura (1962) è sufficiente a sovrastare e ad oscurare la prova - sia pur notevole - di un attore del calibro di Gregory Peck (il quale, nello stesso anno, interpreta anche il ruolo dell’avvocato Atticus Finche nel bellissimo Il buio oltre la siepe - 1962 - di Robert Mulligan, tratto dall’omonimo libro di Harper Lee - Premio Pulitzer 1960).

Nel corso degli anni Sessanta la sua attività si fa leggermente più rada, anche se la sua presenza lascia il segno in film quali La ragazza del quartiere (1962) di Robert Wise, con Shirley MacLaine e Edmond Ryan e El Dorado (1967) di Howard Hawks, in cui, lavorando con John Wayne, carica il suo personaggio di tonalità “autunnali”, rappresentazione del dileguarsi del cosiddetto “mito della frontiera”.

A poco meno di sessant’anni è inarrivabile in Yakuza (1975) di Sydney Pollack, lacerante noir che si svolge fra la mafia giapponese e che si trasforma in una riflessione sull’incontro fra differenti culture e visioni del mondo.

In Marlowe, il poliziotto privato (1975) di Dick Richards, con Charlotte Rampling, John Ireland e Jack O’ Halloran, e Marlowe indaga (1978) di Michael Winner, con Sarah Miles, James Stewart e Richard Boone, altri due noir d’alto calibro, plasma magistralmente (ad ulteriore conferma e dimostrazione del fatto che, insieme a William Holden, è stato senz’altro l’attore della Hollywood classica che meglio si è adattato al cosiddetto New American Cinema degli anni successivi al ’68) la figura di un detective crepuscolare, sfiancato dal male di vivere e nello stesso tempo in grado di rivitalizzare il personaggio creato da Raymond Chandler e già portato al cinema da Humphrey Bogart (Il grande sonno - 1946 - di Howard Hawks).

Fra gli altri film ricordiamo Operazione “Z” (1952) di Tay Garnett, con Ann Blyth e William Talman, Bella, ma pericolosa (1954) di Lloyd Bacon, con Jean Simmons e Arthur Hunnicut, Nessuno resta solo (1955) di Stanley Kramer, con Olivia de Havilland, Frank Sinatra e Gloria Grahame, Spionaggio internazionale (1956) di Sheldon Reynolds, con Geneviève Page ed Ingrid Thulin (al suo primo film fuori dalla Svezia), Duello nell’Atlantico (1957) di Dick Powell, con Curd Jurgens e Theodore Bikel, Fuoco nella stiva (1957) di Robert Parrish, con Rita Hayworth e Jack Lemmon, I cacciatori (1958) di Dick Powell, con May Britt e Robert Wagner, Il contrabbandiere (1958) di Arthur Ripley, I cospiratori (1960) di Tay Garnett, con Anne Heywood, Daniel O’ Herlihy e un giovane Richard Harris, I nomadi (1960) di Fred Zinnemann, con Deborah Kerr e Peter Ustinov, Faccia di bronzo (1961) di Jack Webb, con Martha Hyer e France Nuyen, Il giorno più lungo (1962) di Ken Annakin, Andrew Marton e Bernhard Wicki, con John Wayne, Henry Fonda, Rod Steiger e Robert Ryan, I cinque volti dell’assassino (1963) di John Huston, con Burt Lancaster, Tony Curtis, Frank Sinatra e Kirk Douglas, Il grande safari (1963) di Phil Karlson e Henry Hathaway, con Elsa Martinelli e Jack Hawkins, La signora e i suoi mariti (1964) di Jack Lee Thompson, con Shirley MacLaine e Paul Newman, Tra due fuochi (1964) di Guy Hamilton, con France Nuyen e Barry Sullivan, Il filibustiere della Costa d'oro (1964) di Ronald Neame, La via del West (1967) di Andrew V. McLagen, con Kirk Douglas e Richard Widmark, Lo sbarco di Anzio (1968) di Duilio Coletti e Edward Dmytryk, con Earl Holliman, Peter Falk ed Arthur Kennedy, Appuntamento per una vendetta (1969) di Burt Kennedy, con Angie Dickinson e Robert Walker jr, La figlia di Ryan (1970) di David Lean, con Sarah Miles e John Mills, Allucinante notte per un delitto (1971) di Herbert B. Leonard, con Brenda Vaccaro e Jan-Michel Vincent, La collera di Dio (1972) di Ralph Nelson, con Rita Hayworth (al suo ultimo film) e Frank Langella, Gli amici di Eddie Coyle (1973) di Peter Yates, con Peter Boyle e Richard Jordan, La battaglia di Midway (1977) di Jack Smight, con Charlton Heston, Henry Fonda, Glenn Ford e Toshiro Mifune, Gli ultimi fuochi (1977) di Elia Kazan, con Robert De Niro, Tony Curtis, Jeanne Moreau e Jack Nicholson, Poliziotto privato: un mestiere difficile (1977) di Robert Clouse, con Richard Egan e Leslie Nielsen, Uppercut (1978) di Daniel Mann, con Elliott Gould ed Harry Guardin, Specchio per le allodole (1979) di Andrew V. McLagen, con Richard Burton e Curd Jurgens, Nightkill (1980) di Ted Post, con Jaclyn Smith e James Franciscus.     

Negli anni Ottanta e Novanta appare in una dozzina di film e lavora anche in televisione. Ricordiamo

Gli altri giorni del Condor (1981) di George Kaczender, Correre per vincere (1982) di Jason Miller, il televisivo Delitto al casinò (1982) di William Hale, la miniserie Venti di guerra (1982-83), Un assassino in famiglia (1983), film tv diretto da Richard T. Heffron, I guerrieri del vento (1984) di Jack Lee Thompson, Maria’s Lovers (1984) di Andrej Koncalovskij, il televisivo Il caso Hearts & Davies (1985) di David Lowell Rich, Ritorno alla base (1985), film tv diretto da Herbert Wise, La miniserie Nord e Sud (1985-86), il televisivo L’ultima corsa (1986) di Jerrold Freedman, Mr North (1988) di Danny Huston, S. O. S. Fantasmi (1988) di Richard Donner, la miniserie Ricordi di guerra (1988-89), Senza possibilità di fuga (1990) di Bob Bralver, Cape Fear - Il promontorio della paura (1991) di Martin Scorsese, remake dell’omonimo film di Jack Lee Thompson del 1962 di cui era protagonista, Seduzione mortale (1994) di Robert Ginty, remake dell’omonimo film di Otto Preminger del 1952, Dead Man (1995) di Jim Jarmusch, sua ultima apparizione cinematografica.

 Nel ’93 presta la sua voce off per il western Tombstone di George Pan Cosmatos.

Nel ’96, dopo un’apparizione nel film tv James Dean: Race with Destiny, l’aggravarsi delle sue condizioni di salute - scompensi cardiaci e cancro ai polmoni - lo costringe a ritirarsi a vita privata, circa un anno prima della sua scomparsa.

 Nei suoi personaggi (spesso ambigui e con un passato oscuro e misterioso) si riflette non poco del suo carattere aspro, della sua indole, delle esperienze di vita accumulate nei suoi anni di gioventù. Una gioventù piuttosto sciamannata, fatta di sbornie, di risse, di fughe da clandestino su treni merci e di numerose “avventure”. Nel mondo della Hollywood inarrestabile “fabbrica di miti e di sogni”, che creava personaggi piuttosto stereotipati e fondati sulla convenzione, Robert Mitchum ha rappresentato un qualcosa di inedito e dirompente per l’epoca, un qualcosa che ha messo in discussione ogni regola codificata. E ciononostante la sua carriera d’attore è stata una fra le più ricche e longeve del secondo Novecento.

Misteriosamente (e scandalosamente), nonostante la lunghezza e la consistenza della sua carriera cinematografica, Robert Mitchum è stato ripetutamente ignorato ai premi Oscar. Sul suo “curriculum” solo una Nomination come Miglior Attore Protagonista (nel lontano 1946) e neppure un Oscar alla Carriera in età avanzata.

 

 

Classe 1986, storico del cinema, appassionato di noir, courtroom movies, gialli e western fin dagli anni del liceo, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi, e collaboratore alle vendite in occasione di incontri, presentazioni e fiere librarie.

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