41 anni senza Luchino Visconti, regista de "Il Gattopardo", "Lo straniero" e "La caduta degli Dei"

Luchino Visconti negli anni Sessanta Luchino Visconti negli anni Sessanta foto Carlo Riccardi
Quarantuno anni fa, nel marzo 1976, moriva Luchino Visconti.

Nato a Milano il 2 novembre 1906, Luchino Visconti esordisce al cinema nel ‘36 a Parigi, come assistente alla regia di Jean Renoir. È l'epoca del “Fronte Popolare”, epoca in cui  i partiti progressisti vanno al governo in Francia. In questo clima entra in contatto con alcuni militanti antifascisti fuggiti dall'Italia, con intellettuali come Jean Cocteau e, attraverso lo stesso, Jean Renoir, convinto comunista, si avvicina alle posizioni della Sinistra. Al fianco del grande regista francese, Visconti contribuisce alla realizzazione di Les bas-fonds (Verso la vita, 1936) e di Une partie de campagne (La scampagnata, anch’esso del ’36). In seguito riconoscerà sempre l'influenza avuta dal realismo di J. Renoir e, in generale, del cinema francese degli Anni Trenta (si pensi a un film come Quai des brumes Il porto delle nebbie - di Marcel Carné) sulla sua opera di regista. Di nuovo con Jean Renoir, comincia a lavorare a una coproduzione italo-francese, un adattamento cinematografico della Tosca ma, con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, il regista francese è costretto ad abbandonare il set per essere sostituito dal tedesco Karl Koch.

Dopo la scomparsa della madre si stabilisce a Roma e qui fondamentale sarà l'incontro con i giovani intellettuali collaboratori della rivista “Cinema”. Grazie a loro, si avvicina all'allora illegale Partito Comunista Italiano, a cui rimarrà legato fino alla fine. Da questo gruppo nasce una nuova idea di cinema, un cinema che, abbandonando le commedie dei “telefoni bianchi”, raccontasse realisticamente la vita e i drammi quotidiani della gente. Su queste basi, insieme agli amici Pietro Ingrao, Mario Alicata e Giuseppe De Santis, nel ‘42 Visconti avvia il progetto per Ossessione, il suo primo film, ispirato al celebre romanzo di James Cain Il postino suona sempre due volte. Con Ossessione Visconti dà avvio al genere cinematografico che poi verrà chiamato Neorealismo. Sarà proprio il montatore del film (Mario Serandrei), dopo aver visionato la pellicola girata, a dare per primo al film la definizione di “neorealista”, ufficializzando così, sia pur inconsapevolmente, la nascita di uno stile espressivo che avrà grande fortuna negli anni seguenti. Il film, in un’Italia sconvolta dalla guerra, ha una distribuzione discontinua e tormentata.

Dopo l'armistizio dell'8 settembre, Visconti collabora con la Resistenza assumendo il nome di battaglia di Alfredo.

Alla fine della guerra collabora alla realizzazione del documentario Giorni di gloria, un film di regia collettiva dedicato alla Resistenza. Visconti gira le scene del linciaggio di Donato Carretta, l'ex direttore del carcere di Regina Coeli, e cura la regia della fucilazione di Pietro Koch. Altre sequenze vengono girate da Gianni Puccini e Giuseppe De Santis. Nello stesso tempo si dedica all'allestimento di drammi in prosa con assolute prime rappresentazioni (notissima è la compagnia formata con Paolo Stoppa e Rina Morelli) e, negli Anni Cinquanta, anche alla regia di melodrammi lirici. Nel ‘55, avrà anche l'opportunità di dirigere Maria Callas ne La Sonnambula e La Traviata, entrambe rappresentate alla Scala.

Nel ‘48 torna dietro la macchina da presa realizzando La terra trema, adattamento de I Malavoglia di Giovanni Verga. Bellissima (1951), tratto da un soggetto di Cesare Zavattini e interpretato da Anna Magnani e dal giovane Walter Chiari, analizza in modo impietoso il “dietro le quinte” del mondo del cinema. Siamo donne (1953), anch’esso tratto da un soggetto di C. Zavattini, mostra un episodio della vita privata di quattro attrici celebri (Anna Magnani, Ingrid Bergman, Isa Miranda, Alida Valli). Nel ‘54 realizza Senso, il suo primo film a colori, ispirato a un racconto di Camillo Boito. Il film segna una svolta nell'arte di Visconti. La cura del dettaglio scenografico è estrema e alcuni lo definiranno impropriamente un “tradimento del neorealismo”.

Nel ’56, in seguito ai drammatici fatti di Budapest, fa parte degli intellettuali comunisti che manifestano contro l'invasione sovietica dell’Ungheria, ma non lascia il partito. Le notti bianche (1957), ispirato all’omonimo romanzo di Dostoevskij e vincitore del “Leone d’Argento” alla Mostra del Cinema di Venezia è un film in bianco e nero la cui caratteristica fondamentale e peculiare è un’atmosfera  plumbea e nebbiosa.

Rocco e i suoi fratelli (1960) è la storia di una famiglia di lucani che si trasferisce a Milano per cercare lavoro. Narrato con toni da tragedia greca, il film provoca enormi polemiche a causa di alcune scene ritenute crude e violente, nonché (e soprattutto) per le posizioni politiche del regista. Vicino al Partito Comunista fin dai tempi della Resistenza, Visconti è ormai soprannominato “il Conte rosso”. Nonostante le polemiche, il film riesce comunque a vincere il “Gran Premio della Giuria” a Venezia. L'anno seguente,  insieme a Vittorio De Sica, Federico Fellini e Mario Monicelli, realizza il film a episodi Boccaccio '70. L'episodio di Visconti, Il lavoro, è interpretato da Romy Schneider, Romolo Valli, Paolo Stoppa e Tomas Milian.

Nel ‘63 riesce a metter d'accordo critica e pubblico con Il Gattopardo, tratto all’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, interpretato da Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon, Paolo Stoppa. Vincitore della “Palma d'Oro” al Festival di Cannes, il film riscuote grande successo anche in Europa, mentre alla prima uscita negli Stati Uniti, nonostante la presenza di Burt Lancaster, notissimo negli USA per numerosi film noir, avventurosi, drammatici, e western, il film ha scarso riscontro.

Nel ‘65 esce il film Vaghe stelle dell'Orsa, ispirata nel titolo a Leopardi.

Nel ‘66 gira La strega bruciata viva, episodio del film collettivo Le streghe.  

Del ‘67 è Lo straniero, ispirato all’omonimo libro di Albert Camus.

Alla fine degli Anni Sessanta, ispirandosi al dibattito storiografico postnazista, realizza La caduta degli Dei (1969). Il film (storia dell'ascesa e caduta della famiglia proprietaria delle più importanti acciaierie tedesche all'avvento del nazismo), insieme ai successivi Morte a Venezia (1970) e Ludwig (1972)  forma quella che verrà poi definita la “trilogia tedesca”.  Tale “trilogia” stava per trasformarsi in “tetralogia” con La montagna incantata, altro lavoro di Thomas Mann, a cui Visconti è molto interessato. Tuttavia, nel luglio del ‘72, quando le riprese di Ludwig sono ormai terminate ma non è ancora stato avviato il montaggio, Visconti viene colpito da ictus e la parte sinistra del suo corpo rimane paralizzata. Il montaggio del film verrà terminato a Cernobbio.

Nonostante le precarie condizioni di salute, ritorna a lavorare curando, l’anno successivo, per il Festival dei Due Mondi di Spoleto, un celebre allestimento della Manon Lescaut diretto da Romolo Valli e, sia pur con grandi difficoltà, riesce a girare quelli che saranno i suoi due ultimi film: Gruppo di famiglia in un interno (1974), interpretato da Burt Lancaster e Helmut Berger e palesemente autobiografico, e il crepuscolare L'innocente (1976), tratto dall’omonimo romanzo di Gabriele d'Annunzio

Quest’ultimo film, eccezion fatta per alcune modifiche apportate dalla co-sceneggiatrice Suso Cecchi D'Amico - sulla base di indicazioni fornite dallo stesso regista nel corso di una discussione di lavoro -, uscirà nelle sale nella versione che Visconti, prima di morire, aveva fatto in tempo a visionare e approvare.

 

Storico del cinema, appassionato di noir, courtroom movies, gialli e western fin dagli anni del liceo, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi, e collaboratore alle vendite in occasione di incontri, presentazioni e fiere librarie. 

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