"La parola ai giurati" compie 60 anni

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Sessant’anni fa, nell’aprile 1957, usciva negli Stati Uniti “La parola ai giurati” di Sidney Lumet, uno fra i migliori Courtroom movie mai girati nella storia del cinema. In Italia uscirà circa sette mesi dopo, nel novembre dello stesso anno.

New York. Un pomeriggio estivo di fine anni Cinquanta.

Dodici uomini che, come la legge americana prevede, non si conoscono fra loro, sono stati convocati per formare la giuria in un caso di omicidio che vede imputato un ragazzo ispano-americano di diciotto anni accusato di aver ucciso il padre - violento e ubriacone - con un coltello a serramanico. Undici giurati su dodici, convinti della colpevolezza (nonché poco interessati al caso e a tutt’altre cose volti), sarebbero pronti a liquidare velocemente il verdetto ed a far condannare il ragazzo «in cinque minuti». Solo il numero otto ha qualche dubbio e, in un afoso pomeriggio in camera di consiglio, si lancerà caparbiamente verso un difficilissimo obiettivo: smontare la superficialità ed i pregiudizi dei colleghi facendo affiorare una ad una tutte le falle che un processo costruito a priori contro l’imputato e condotto in maniera frettolosa e superficiale e una difesa (d’ufficio) altrettanto superficiale non avevano fatto affiorare. A poco a poco, dopo accesi contrasti e diverbi, tutti i giurati, uno ad uno, si convinceranno non tanto dell’innocenza (non sicura) del ragazzo, quanto invece dell’esistenza di numerosi «reasonable doubts» per via dei quali non si può rischiare di far condannare qualcuno alla sedia elettrica.

La decisione finale sarà in favore dell’assoluzione. Quello che potrebbe apparire come un “lieto fine”, in realtà, lo è solo in parte. Ora, nelle menti dei giurati più intelligenti (nonché in quella dello spettatore) si fa strada un inquietante interrogativo: per questa volta la logica, l’obiettività e la riflessione razionale hanno prevalso sulla violenza, sui pregiudizi e sull’idiozia, ma quante volte in passato ciò non è avvenuto? E, in futuro, quante altre volte non avverrà?

Su tale interrogativo si chiude il folgorante esordio cinematografico dell’allora trentatreenne Sidney Lumet (1924-2010), reduce da circa sette anni di regie teatrali e televisive e futuro regista di film quali The Fugitive Kind (Pelle di serpente - 1960), tratto da Tennessee Williams, A View From The Bridge (Uno sguardo dal ponte - 1961), tratto da Arthur Miller, Long Day’s Journey Into Night (Il lungo viaggio verso la notte - 1962), tratto da Eugene O’ Neal, Fail Safe (A prova di errore - 1964), tratto dall’omonimo libro di Eugene Burdick e Harvey Wheeler), The Pawnbroker (L’uomo del banco dei pegni - 1965), tratto dall’omonimo libro di Edward Lewis Wallant, The Hill (La collina del disonore - 1965), tratto dall’omonima opera teatrale di Ray Rigby e R. S. Allen, The Group (Il gruppo -1966), tratto dall’omonimo libro di Mary McCarthy e mai arrivato in Italia, The Deadly Affair (Chiamata per il morto - 1967), tratto dal libro Call The Dead di John Le Carré, The Seagull (Il gabbiano - 1968), tratto dall’omonimo dramma teatrale del russo Anton Cechov  e mai arrivato in Italia, The Appointment (La virtù sdraiata - 1969), tratto dall’omonimo libro di Antonio Leonviola, The Anderson Tapes (Rapina record a New York - 1971), tratto dall’omonimo libro di Lawrence J. Sanders, The Offence (Riflessi in uno specchio scuro - 1973), tratto dall’opera teatrale This Story of Yours di John Hopkins, Serpico (1973), tratto dall’omonimo libro di Peter Maas, Murder On The Orient Express (Assassinio sull’Orient Express - 1974), tratto dal celeberrimo omonimo libro (1934) di Agatha Christie, Dog Day Afternoon (Quel pomeriggio di un giorno da cani - 1975), tratto dagli articoli di P. F. Kluge e Thomas Moore, Network (Quinto potere - 1977), scritto da Paddy Chayefsky e considerato (insieme a Quarto potere - 1941 - di Orson Welles, L’asso nella manica - 1951 - di Billy Wilder, L’ultima minaccia - 1952 - di Richard Brooks, Un volto nella folla - 1957 - di Elia Kazan, Prima pagina - 1974 - di Billy Wilder e Tutti gli uomini del Presidente - 1977 - di Alan J. Pakula) come uno fra i migliori film americani sul giornalismo mai realizzati, Prince Of The City (Il principe della città -1981), tratto dall’omonimo libro di Robert Daley, The Verdict (Il verdetto - 1982), tratto dall’omonimo libro di Barry Reed (in un certo qual modo, un precursore di John Grisham) e scritto dal grande David Mamet), Daniel (1983), tratto dal libro The Book of Daniel di E. L. Doctorow,  Power (Potere -1986), scritto da David Himmelstein, The Morning After (Il mattino dopo - 1986), scritto da James Hicks, Guilty as Sin (Per legittima accusa - 1993), Night Falls on Manhattan (Prove apparenti - 1996), …If you Love Me (… Se mi amate - 1997), Gloria (1998), remake di Una notte d’estate (1980) di John Cassavetes, Before The Devil Knows You Are Dead (Onora il padre e la madre - 2007).

Partendo dall’omonimo dramma televisivo di Reginald Rose (autore anche dell’ottima sceneggiatura del film) - del ’53, Sidney Lumet sottolinea in modo impietoso da un lato il razzismo - a volte strisciante, a volte dichiarato - della cosiddetta “middle class” americana dell’epoca, dall’altro le storture, le iniquità ed i pericoli intrinseci al sistema giudiziario. Sotto un profilo strettamente narrativo, eccezionale è la struttura, la cui unità di spazio, luogo e tempo - il film dura novantasei minuti, novanta fra i quali si svolgono in camera di consiglio -, ben lungi dall’impoverire la vicenda - come forse si potrebbe credere -, aumenta ulteriormente una dimensione inquietante e a volte quasi “claustrofobica”.

Oltre alla già citata sceneggiatura di R. Rose, impossibile non menzionare il serrato montaggio di Carl Lerner, che alterna magistralmente primi e primissimi piani, voci fuori campo e piani americani, la fotografia in bianco e nero del russo Boris Kaufman (fratello del regista Dziga Vertov), reduce dall’Oscar per la Miglior Fotografia di Fronte del porto (1954) di Elia Kazan e futuro direttore della fotografia di tutti i film di Lumet fino al ’65, la musica di Kenyon Hopkins, un bellissimo assolo di flauto traverso che apre il film e accompagna numerose scene, la scenografia di Robert Markel e le interpretazioni degli attori. Henry Fonda, che credeva nel film al punto da finanziarlo di tasca sua insieme a R. Rose, nel ruolo del giurato numero otto, un architetto riflessivo e analitico, e Lee J. Cobb, nel ruolo del numero tre, il proprietario di un’agenzia di espressi per città accecato da un feroce odio razziale e generazionale, offrono una fra le migliori performance delle loro carriere, ma bravissimi sono anche gli altri dieci attori (Martin Balsam - il giurato numero uno/il presidente della giuria, un istruttore di footbal americano in un liceo del Queens -, John Fiedler - il giurato numero due, un funzionario di banca -, E. G. Marshall - il numero quattro, un agente di cambio -, Jack Klugman - il numero cinque, un tifoso del Baltimora baseball del quale non viene specificata l’attività -, Edward Binns - il numero sei, un imbianchino -, Jack Warden - il numero sette, un venditore porta a porta fanatico di baseball -, Joseph Sweneey - il numero nove, un uomo anziano ritiratosi dall’attività -, Ed Begley - il numero dieci, il proprietario di tre autorimesse -, il cecoslovacco George Voskovec - il numero undici, un orologiaio emigrato dall’Europa -, Robert Webber - il numero dodici, un agente pubblicitario); attori  meno noti, ma tutti (nessuno escluso) in grado di dar vita a ritratti psicologici più che convincenti e di offrire prove di recitazione che poco (per non dire nulla) hanno da invidiare a quelle offerte da più celebrati “divi” dell’epoca.

La parola ai giurati è un film coraggioso ed in forte anticipo sui tempi; un film che, se fosse stato girato dieci/dodici anni dopo, fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, pur rimanendo  un ottimo film, sarebbe stato perfettamente in linea con molte tematiche trattate in quegli anni, ma, realizzato a fine anni Cinquanta, nell’America segregazionista degli anni della presidenza Eisenhower, è doppiamente coraggioso. Un autentico atto d’accusa contro il razzismo, la superficialità e la  faziosità del sistema giudiziario e, nello stesso tempo, un inno alla responsabilità del singolo ed al suo dovere di osservare, ascoltare, valutare e tirare le somme in modo obiettivo, ragionando con la propria testa, senza farsi influenzare e senza mai “portare il cervello all’ammasso”.

Ai Premi Oscar 1958, ottenne quattro nomination (Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura, Miglior Attore Protagonista), ma i premi andarono tutti a The Bridge on the River Kwai - Il ponte sul fiume Kwai - di David Lean, film  senz’altro più “spettacolare” e di maggiore impatto sul cosiddetto “grande pubblico”. Seguono circa vent’anni di “oblio” ed una parziale riscoperta a partire da fine anni Settanta/inizio Ottanta. Tuttavia, per un riconoscimento più rilevante, bisognerà attendere fino al 2002, anno in cui La parola ai giurati, considerato (insieme a Witness For The Prosecution - Testimone d’accusa -, 1957, di Billy Wilder, Anatomy of a Murder - Anatomia di un omicidio -, 1959, di Otto Preminger, To Kill a Mockingbird - Il buio oltre la siepe -, 1962, di Robert Mulligan e il già citato The Verdict - Il verdetto -, 1982, diretto dallo stesso Sidney Lumet) il miglior Courtroom Drama americano mai realizzato, viene inserito dall’American Film Institute fra i cento migliori film americani di tutti i tempi.

Riconoscimento più che meritato per una grande, grandissima opera che con il suo contenuto, di impressionante attualità, è di fatto senza tempo e non finirà mai di offrire messaggi e motivi di riflessione a chiunque abbia l’obiettività e l’onesta intellettuale di recepirli ed apprezzarli.

 

Storico del cinema, appassionato di noir, courtroom movies, gialli e western fin dagli anni del liceo, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi, e collaboratore alle vendite in occasione di incontri, presentazioni e fiere librarie. 

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