Un ricordo di François Truffaut: avrebbe 85 anni

François Truffaut in "Incontri ravvicinati di terzo tipo" di Steven Spielberg François Truffaut in "Incontri ravvicinati di terzo tipo" di Steven Spielberg
Il grande regista francese François Truffaut nel febbraio 2017 avrebbe compiuto ottantacinque anni.

Nato a Parigi  nel 1932, François Truffaut esce da una giovinezza difficile grazie alla sua passione per il grande schermo, alla sua vastissima cultura da cinefilo autodidatta ed all’amicizia con André Bazin (1918-1958), il quale lo introduce ai “Cahiers du Cinema” (da lui fondati nel 1951 insieme a Jacques Doniol-Valcroze) e lo avvia alla critica cinematografica.

La “squadra” della rivista è all’epoca ricca di giovani critici che, a partire da fine anni Cinquanta/inizio Sessanta, diventeranno regista di alto livello quali Jean-Luc Godard (1930), Claude Chabrol (1930-2010), Louis Malle (1932-1995), Jacques Rivette (1928-2016), Eric Rohmer (1920-2010).

Dopo aver portato avanti per circa quattro anni una caparbia battaglia critica nel rivendicare un cinema d’autore, François Truffaut scrive e dirige il cortometraggio Les mistons (1957).

Si affianca poi a Jean-Luc Godard nella direzione di un altro cortometraggio (Une histoire d’eau - 1958) e, l’anno successivo, gira I quattrocento colpi (1959), il suo primo lungometraggio, opera che, con Fino all’ultimo respiro (1960) di Jean-Luc Godard (scritto dallo stesso François Truffaut) condivide un indiscusso merito nell’avvento della cosiddetta “Nouvelle Vague” (in francese “nuova ondata”), corrente cinematografica che trae ispirazione dalla stagione del neorealismo italiano di fine anni Quaranta/inizio Cinquanta e che in seguito influenzerà numerosi registi americani del New American Cinema di fine anni Sessanta/inizio Settanta.

I quattrocento colpi è interpretato da un giovane Jean-Pierre Léaud, all’inizio di quello che sarà un lungo sodalizio con il regista. Interpreta per la prima volta il ruolo di Antoine Doinel, protagonista di vari film successivi, figura emblematica e, in un certo qual modo, una sorta di riflesso autobiografico del regista. Capelli a spazzola, volto imberbe, Jean-Pierre Léaud riesce a dar vita con freschezza ai fantasmi dell’infelice passato di François Truffaut, vissuto con sofferta amarezza.

Nel ’60 gira il suo secondo film, Tirate sul pianista, tratto dall’omonimo libro di David Goodis (1917-1967) e che narra di un gentile e timido musicista che, suo malgrado, rimane incastrato in una vicenda gangsteristica.

Nel ’62 realizza uno fra il suoi film più noti (da molti considerato il suo capolavoro), ovvero Jules et Jim, tratto dall’omonimo libro di Henri-Pierre Roché, un’opera che da sola sarebbe più che sufficiente per segnare la statura di un autore, un’opera in grado di sfidare il tempo, radicarsi nella memoria dello spettatore e caricarsi di un’aura quasi “sacrale”. Appassionante e profondamente  amaro, Jules et Jim mostra un raro equilibrio fra forma, linguaggio e contenuti affrontati. Il personaggio di Catherine viene interpretato da un’eccezionale Jeanne Moreau, in grado di calarsi fino in fondo in una ruolo di donna libera e indecifrabile, divisa in un doppio amore impossibile.

Già “sperimentata” con Louis Malle nel bellissimo Ascensore per il patibolo e ne Gli amanti, entrambi del 1958, sarà proprio nell’incontro con François Truffaut che la grande recitazione drammatica di Jeanne Moreau raggiunge il suo massimo livello, ripetendosi sei anni dopo ne La sposa in nero (1968).

Nel frattempo, con La calda amante (1964), François Truffaut non riesce a conferire la stessa intensità drammatica ad un triangolo amoroso e, due anni dopo, si misura con un testo di fantascienza, Fahrenheit 451 (1966), tratto dall’omonimo libro di Ray Bradbury ed interpretato da Oskar Werner e Julie Christie, inquietante affresco di una futura società tirannica che non sopporta la libera conoscenza ed organizza roghi di libri.

Con Baci rubati (1968) realizza invece un film frizzante, fresco ed ironico. I personaggi si incrociano, si rincorrono fra loro, si amano, si abbandonano senza ragioni valide e senza apparente filo logico. Mostrano distacco e disillusione, travolgenti passioni e improvvisi furori.

Il film successivo, il già citato La sposa in nero, si avvale per la seconda volta della bravura di Jeanne Moreau, qui nel ruolo di una donna decisa e vendicarsi dei cinque uomini responsabili della morte del suo fidanzato. Un noir contraddistinto da equilibrio perfetto e da tonalità algide e nello stesso tempo grottesche.

L’anno successivo è la volta di La mia droga si chiama Julie (1969), altro eccellente noir dai toni vagamente melodrammatici che gioca con i generi e si rivela come un’ulteriore incursione nel territorio del cosiddetto “amour fou”.

Negli anni Sessanta realizza una lunga e celeberrima intervista ad Alfred Hitchcock (Il cinema secondo Hitchcock, pubblicato in Italia dal Saggiatore - Milano - così come Rebecca di Daphne du Maurier, Io ti salverò di Francis Beeding, Psyco di Robert Bloch e Marnie di Winston Graham, libri da cui, nel ,’40, ’45,’60 e ’64 furono tratti i quattro film diretti da Alfred Hitchcock) in cui viene ripercorsa cronologicamente l’intera carriera del grande regista inglese, attivo negli Stati Uniti dal 1940.

“Non drammatizziamo... è solo questione di corna! (1970) è ancora una storia di Antoine Doinel, una sorta di apologo (a mezza strada fra il serio e lo scanzonato) sul matrimonio e sui tradimenti coniugali, in cui una giovane coppia di sposi riesce a consolidare l’unione dopo un’avventura di lui con una ragazza giapponese.

François Truffaut ha già realizzato quasi metà della sua opera complessiva quando abbandona temporaneamente la sua esplorazione del rapporto fra uomo e donna dirigendo Il ragazzo selvaggio (1970), storia “illuministica” della rieducazione di un bambino ritrovato allo stato selvaggio nelle foreste dell’Aveyron.

Con le due inglesi (1971), uscito inizialmente in una versione più breve e poi in versione integrale solo tredici anni dopo, torna agli scenari di passione trasgressiva con l’amore di un uomo per due sorello britanniche, giocando sul contrasto e sulla contrapposizione fra la Parigi cosmopoliti d’inizio Novecento ed il perbenismo di un’Inghilterra periferica e puritana. Le due inglesi non soddisferà il regista, tanto che finirà lui stesso per tagliarlo senza “remore” (lo ricostruirà integralmente solo nel 1984, pochi mesi prima di morire).

Dopo aver diretto Mica scema la ragazza (1972), realizza una fra le sue opere più raffinate e cinefile, ovvero Effetto notte (1973), un tentativo di rendere esplicita l’avventura del cinema come metafora della vita, fra citazioni, autocitazioni ed omaggi a registi quali Alfred Hitchcock, Orson Welles, Howard Hawks, Max Ophuls) mostrati con tono fresco ed avvincente.

Due anni dopo, con Adele H., una storia d’amore (1975) porta sullo schermo la drammatica vicenda di Adele (interpretata da Isabelle Adjani), la seconda figlia del grande scrittore Victor Hugo, consumata da un amore ossessivo e paranoico per un uomo che la rifiuta.

In seguito, fra Gli anni in tasca (1976) e L’amore fugge (1979), dirige L’uomo che amava le donne (1977), efficace ritratto di un ingegnere intellettuale, narciso e donnaiolo, e La camera verde (1978), altra ossessione d’amore dai toni sommessi e cupi.

Nel ’77 appare come attore nel ruolo dello scienziato francese Claude Lacombe nel celebre Incontri ravvicinati di terzo tipo di Steven Spielberg. Il giovane regista americano è un grande ammiratore di François Truffaut e, poiché quest’ultimo parla pochissimo (e male) l’inglese, gli permette di comunicare e di recitare in francese con un assistente a far da interprete di ogni sua osservazione.

Nel pieno della maturità creativa, realizza L’ultimo metrò (1980) interpretato da Catherine Deneuve e Gerard Depardieu. Il film rappresenta un limpido esempio di come un cinema costruito sulla base di un’unità di luogo tipicamente teatrale non necessariamente vada ad impoverire il linguaggio della macchina da presa. Una regia sofisticata, un gusto di intrigante trasgressione, un efficace affresco d’epoca con numerosi tocchi d’alta classe.

Anche La signora della porta accanto (1981), interpretato da Fanny Ardant e Gerard Depardieu, e suo penultimo film, rivela di un’eccellente finezza registica,  una navigata perizia narrativa, nonché un certo sentimento della tragicità dell’esistenza. Un melodramma raffinato ed agghiacciante girato con superlativa eleganza stilistica.

Per Finalmente domenica! (1983), sua ultima regia, sceglie la fotografia in bianco e nero. Affidato alla frizzante interpretazione di Fanny Ardant, che si improvvisa detective per tirar fuori dai guai l’uomo di cui è innamorata (interpretato da Jean-Louis Trintignant), il film è una commedia che rivisita in forme brillanti alcuni modelli di noir hollywoodiano.

Nel marzo dell’84, colpito da tumore al cervello, accetta di apparire nel programma Apostrophes, nella puntata che il noto giornalista e conduttore televisivo Bernard Pivot gli dedica per la riedizione del libro Hitchcock Truffaut.

François Truffaut muore prematuramente - all'età di cinquantadue anni - nell’ottobre dello stesso anno nell'Ospedale Americano di Parigi a Neuilly-sur-Seine. La sua salma viene cremata e le sue ceneri portate al cimitero di Montmartre.

 

 

Classe 1986, storico del cinema, appassionato di noir, courtroom movies, gialli e western fin dagli anni del liceo, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi, e collaboratore alle vendite in occasione di incontri, presentazioni e fiere librarie.

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