In arrivo “Io sono Libero”, la fiction Rai su Libero Grassi a 25 anni dal suo assassinio

Libero Grassi Libero Grassi
Venticinque anni fa, il 29 agosto 1991, veniva assassinato a Palermo Libero Grassi. Lunedì 29 agosto 2016 , in prima serata su Rai Uno, andrà in onda il docu-film dedicato al caparbio imprenditore palermitano che rifiutò di piegarsi alla mafia.

Io sono Libero, diretto da Giovanni Filippetto e Francesco Miccichè e interpretato da Adriano Chiaramida, Alessio Vassallo, Stella Egitto e Alessandra Costanzo, è una coproduzione Rai Fiction e Aurora Tv, e narra la tragica vicenda del siciliano Libero Grassi, ucciso nel ‘91 in seguito alla sua ribellione alla mafia ed alla sua decisione di rifiutarsi di pagare il pizzo.

L’uomo, oltre che imprenditore, per non scendere a compromessi con la criminalità, ha affrontato minacce e silenzi omertosi, ed ha pagato con la vita la sua coraggiosa scelta. Sono ormai trascorsi venticinque anni da quella mattina in cui Libero Grassi (1924-1991) fu ucciso per le strade della sua città. Non era un politico, un magistrato o un commissario di polizia - ergo non lottava per lavoro contro la mafia -, ma, in ogni caso,  si era opposto a quella mentalità - all’epoca dominante - utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione, compresi i media.

Per ribellarsi, Libero Grassi usava il ragionamento, la riflessione lucida e razionale, la sua caparbietà e il suo coraggio. Una vita fatta di lealtà, legalità, e un grande spirito di libertà. Compatibilmente con quanto all’epoca era possibile farlo, ha abbattuto quel muro di omertà che regnava sovrano nella Palermo di quegli anni, rimanendo isolato e diventando così un facile bersaglio. Con le sue denunce della criminalità, è diventato una guida, un simbolo, e un vero e proprio punto di riferimento per la generazione successiva, non solo siciliana.

Il docu-film narra gli ultimi otto mesi di vita dell’imprenditore siciliano, partendo da quel 10 gennaio del ‘91, giorno in cui il “Giornale di Sicilia” pubblicò una sua lettera al “caro estorsore”, in cui Libero Grassi afferma chiaramente di non voler sottostare alla richiesta di pagare il pizzo e “di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia”.

Il racconto arriva fino al 29 agosto del ’91, giorno in cui verrà assassinato. Una battaglia contro il clan Madonia, ma anche contro chi a quella legge si piega.

A raccontare la vicenda è un giovane giornalista (interpretato da Alessio Vassallo, già visto sul piccolo schermo insieme a Michele Riondino nel ruolo del vice commissario di Vigata Mimì Augello negli episodi de Il giovane Montalbano), il quale vede in Libero Grassi un uomo coraggioso. Sarà proprio attraverso il suo sguardo ed il suo racconto che lo spettatore seguirà la battaglia solitaria dell’imprenditore.

Nell’aprile del ’91, pochi mesi prima di essere ucciso, Libero Grassi fu ospite del programma - condotta da Michele Santoro - Samarcanda, in cui affermo: “non pago perché sarebbe una rinunzia alla mia dignità di imprenditore”. Materiale di repertorio e la ricostruzione della fiction ci aiuteranno a comprendere l’entità di tale rivoluzione culturale, una vera e propria crescita nella coscienza civile collettiva.

Libero Grassi morì un anno l’anno precedente le stragi di Capaci e via d’Amelio (23 maggio e 19 luglio 1992), ucciso da cinque colpi di pistola sparati alle spalle. Circa un mese dopo Michele Santoro e Maurizio Costanzo gli dedicheranno una serata televisiva a reti unificate Rai-Mediaset, evento all’epoca senza precedenti nella storia della televisione italiana.

“Ci rendiamo conto della responsabilità che ci siamo presi a raccontare questa storia, che ha un grande valore simbolico, morale, etico e politico (nel senso che Grassi darebbe al termine politico, un senso alto)” affermano Giovanni Filippetto e Francesco Miccichè -. “Abbiamo scelto di raccontare questa storia attraverso una docu-fiction per non dimenticare che i fatti raccontati sono veramente accaduti, per rimanere ancorati alla realtà. Questa storia c’è stata, non è frutto della nostra immaginazione. Anche per questo abbiamo girato la maggior parte della fiction a Palermo”.

La storia non finisce con la sua morte perché, come spiegato dai due registi, esiste la speranza e la possibilità di un futuro migliore.

“Per noi la fine di Libero è l’inizio di una visione nuova del rapporto tra Palermo e la mafia, tra i siciliani e la tacita connivenza con il sistema mafioso. La storia di Libero ci ha travolto. Perché racconta come una vita normale possa essere straordinaria; ci dice che il rispetto delle regole può essere il fondamento della nostra cultura e comunità. Libero, come diceva la moglie Pina, scomparsa pochi mesi fa, non è stato un eroe, ma solo un imprenditore che ha fatto il suo dovere di cittadino. Oggi anche grazie a lui, siamo tutti più liberi”.

 

Storico del cinema, appassionato di noir, courtroom movies, gialli e western fin dagli anni del liceo, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi, e collaboratore alle vendite in occasione di incontri, presentazioni e fiere librarie. 

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