Greenpeace svela capi d'abbigliamento cancerogeni

Greenpeace svela capi d'abbigliamento cancerogeni
Greenpeace attacca alcuni tra i più noti brand internazionali dell’abbigliamento.

In seguito ad un’indagine condotta su campioni di indumenti di 20 marchi diversi in vendita in 29 Paesi e regioni del mondo, l'associazione ambientalista ha riscontrato la presenza di sostanze cancerogene e che provocano disturbi ormonali nella composizione dei capi d’abbigliamento.  Tra i nomi emersi figurano importanti marchi quali: ZARA, Calvin Klein, Levi's, Marks and Spencer, Diesel, H&M, Armani, Benetton, Jack&Jones, Only, Vero Moda, Blazek, C&A,;  aziende che vestono milioni di persone nel mondo e che quotidianamente registrano vendite per centinaia di migliaia di esemplari. La lista di firme della moda, che dai risultati ottenuti da Greenpeace sembrano usino prodotti cancerogeni per realizzare i propri capi, riguarda tutti i principali produttori di vestiario.

Un risultato che appare ancora più scioccante se si pensa che un indumento su tre, dei 141 campioni  esaminati, presentano nonilfenoli etossilati. In altri vestiti poi sono stati rinvenuti anche ftalati o coloranti contenenti ammine cancerogene. I nonilfenoli etossilati sono prodotti chimici usati come detergenti in diversi processi industriali e nella produzione di tessuti naturali e sintetici. La denuncia, che vede coinvolti molti marchi celebri dell’industria della moda, pone così molti punti interrogativi e alimenta molti timori riguardo non solo la qualità di quello che si acquista, ma soprattutto riguardo l’esposizione e il contatto epidermico giornaliero con le sostanze rilevate dalle analisi condotte.

Greenpeace lancia quindi un appello molto serio: chiedendo alle aziende coinvolte di impegnarsi nell’eliminare qualsiasi tipo di sostanza nociva e potenzialmente pericolosa che si adopera nel processo di produzione industriale per il trattamento dei loro prodotti. Appello che si accompagna ad una petizione su scala mondiale e che si rivolge specialmente a produttori come Zara, che annualmente immette sul mercato 850 milioni di capi di vestiario.

Già nel 2011 Greenpeace aveva divulgato Dirty laundry e Dirty laundry 2, due rapporti che dimostravano come i fornitori dei grandi gruppi tessili avvelenassero le acque di alcuni fiumi cinesi, con sostanze chimiche ritrovate poi nelle fibre dei prodotti venduti.

Pubblicato in Ambiente

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