La deforestazione della Foresta Amazzonica, una tragedia che parte da lontano

La deforestazione della Foresta Amazzonica, una tragedia che parte da lontano
Un progressivo processo di disboscamento, avviato a partire dagli anni Quaranta – ed in modo più massiccio dai Settanta - delle aree forestali del bacino amazzonico brasiliano. Una storia cominciata oltre settant'anni fa e tornata drammaticamente in evidenza.

Nel 2017 risultava che oltre 20% dell'intera superfice forestale fosse stato disboscato, con 783,828 km quadrati (più del doppio della superfice dell'Italia) di aree boschive in meno in confronto al 1970. Il settore dell'allevamento, da solo, è responsabile di circa l'80% di tutte le deforestazioni nella regione, mentre la parte rimanente è connessa allo sfruttamento del territorio per fini agricoli (soprattutto soia e olio di palma), minerari o connesso al mercato del legname.

Prima del 1968/1970, l'accesso alla maggior parte della foresta pluviale era reso difficoltoso dalla mancanza di collegamenti stradali e le attività di disboscamento erano limitate soprattutto alle sole aree raggiungibili attraverso le vie fluviali navigabili. L'avvio del vero fenomeno di deforestazione accelerò notevolmente dopo l'apertura delle prime autostrade che attraversavano la foresta pluviale (come l'autostrada Trans-Amazzonica del 1972) che, non solo sono state fonti primarie di deforestazione, ma hanno anche incoraggiato la costruzione di nuovi villaggi lungo di esse, peggiorando ulteriormente la situazione.

In numerose zone dell'Amazzonia, la deforestazione provocò un rapido impoverimento del terreno che limitò la redditività delle piantagioni agricole portando in breve tempo i coloni a riconvertire i campi agricoli in pascoli per l'allevamento. Se da un lato, gli incentivi statali e la minore manodopera necessaria per l'allevamento permettevano maggiori guadagni per i coloni rispetto all'agricoltura, sotto un profilo ambientale, ciò rappresentò l’avvio dello sfruttamento intensivo della Foresta Amazzonica. La crescente necessità di spazi per l'allevamento portò sovente ad applicare da parte dei coloni il metodo “taglia e brucia”, che, appiccando incendi (anche incontrollati), permetteva di ricavare vaste aree di foresta per il pascolo.

Il tasso annuale di deforestazione nella regione amazzonica è drammaticamente aumentato fra il 1991 ed il 2000. In questo decennio l'area totale della foresta pluviale amazzonica disboscata in confronto al 1968/70 è passata da 419.010 a 575.903 km quadrati. La maggior parte di questa foresta perduta è stata sostituita da pascoli. La deforestazione della foresta pluviale amazzonica ha continuato ad accelerare nei primi anni del 2000, raggiungendo un tasso annuo di 27.423 km quadrati (una superfice superiore alla Lombardia) di perdita di foreste nel 2004.

Dopo il 2004 la deforestazione si è molto ridotta. Secondo uno studio di Dan Nepstad (Earth Innovation Institute, Stati Uniti) ciò è il risultato di un processo formato da tre fasi.

Nella prima fase (dal 2000 al 2004), una legge provò ad imporre ad agricoltori e allevatori di considerare riserva l'80% delle loro proprietà. Tale legge non fu rispettata.

Nella seconda (dal 2005 al 2009) ci furono vari fattori: più controlli della polizia, calo dei guadagni della soia (coltivata in Amazzonia), campagne ambientaliste e boicottaggio di aziende responsabili della deforestazione.

La terza fase (a partire dal 2009) è stata decisiva. Anche se i guadagni della soia sono ripresi, il governo ha stabilito una politica del credito per l'Amazzonia: coltivatori e allevatori delle aree più rovinate sono stati esclusi dal credito a basso costo finché la deforestazione non è calata.

Purtroppo, a partire dal 2015, la deforestazione illegale dell'Amazzonia di nuovo in aumento, soprattutto a causa della domanda dei consumatori di prodotti come l'olio di palma. Con l'aumentare della pressione dei consumatori, gli agricoltori brasiliani liberano le loro terre per creare più spazio per colture come l'olio di palma e la soia.

Utilizzando i tassi di deforestazione del 2005, è stato stimato che la foresta pluviale amazzonica è stata ridotta del 40% in circa vent’anni.

Il primo ministro norvegese Jens Stoltenberg, nel settembre 2008, annunciò che il governo norvegese avrebbe donato un miliardo di dollari americani al nuovo fondo Amazonnia. I soldi di tale fondo sarebbero andati a progetti volti a rallentare la deforestazione della foresta pluviale amazzonica.

Nel settembre 2015, la presidente brasiliana Dilma Rousseff ha dichiarato alle Nazioni Unite che il Brasile aveva ridotto del 82% il tasso di deforestazione in Amazzonia. Ha anche annunciato che, nei successivi quindici anni (ovvero fino al 2030), il Brasile avrebbe mirato ad eliminare la deforestazione illegale, a ripristinare e riforestare 120.000 km quadrati, ed a recuperare centocinquantamila km quadrati (58.000 sq mi) di pascoli degradati.

Il resto è storia drammatica di epoche più recenti. Nell'agosto 2017, il presidente brasiliano Michel Temer ha abolito una riserva naturale amazzonica (una superfice territoriale delle dimensioni della Danimarca) negli stati settentrionali del Brasile, Pará e Amapá. Nel 2019, sotto il presidente Jair Bolsonaro la deforestazione in Brasile è aumentata ulteriormente in modo scellerato.

 

Pubblicato in Ambiente

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.

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