Alla ricerca delle opere scomparse di Alberto Giacometti

Alla ricerca delle opere scomparse di Alberto Giacometti
Una vera e propria indagine è stata effettuata per ritrovare alcune opere del grande scultore svizzero Alberto Giacometti.

Scomparse? Non del tutto. Perché l’artista ha lasciato diverse preziose testimonianze che hanno permesso alla curatrice Michèle Kieffer di presentare, dal 25 febbraio al 14 marzo 2020, alcune sculture sconosciute per la prima volta presso l’Istituto Giacometti di Parigi.

Vendute e poi dimenticate, perse o distrutte, queste opere oggi possono essere ammirate all’interno della mostra Alla ricerca delle opere scomparse, che espone una cinquantina di oggetti tra sculture, disegni, schizzi inediti e fotografie d’archivio di lavori dispersi, realizzati tra il 1920 e il 1935. In questo primo periodo, Giacometti sperimentò molto e distrusse diverse opere di cui conservò comunque le tracce.

Per questa esposizione, sono state realizzate tre ricostruzioni tridimensionali a partire dalle fotografie d’epoca. Queste opere, poco conosciute dal grande pubblico, sono messe in relazione ad altre dello stesso periodo che fortunatamente sono state conservate. La Femme qui marche (La donna che cammina), capolavoro del periodo surrealista, viene presentata accanto alla ricostruzione dell’opera Mannequin (Manichino) a cui si ispira. L’oiseau silence (L’uccello silenzio), una versione a scala umana di una gabbia surrealista che fu esposta solo una volta e poi è sparita. Inoltre, un bassorilievo - perso durante il divorzio dei coniugi Rivière - è esposto per la prima volta. «Queste opere, sconosciute al pubblico e presentate in questa mostra, sono il culmine delle ricerche svolte grazie al ricco fondo documentario della Fondazione Giacometti», spiega la curatrice.

Nel corso delle numerose interviste rilasciate principalmente dagli anni ‘50, Alberto Giacometti ha creato di sé stesso un personaggio mitico, eternamente insoddisfatto, in preda a un dramma esistenziale quotidiano. A questa figura partecipa un gesto, quello della distruzione dell’opera, volto a fare tabula rasa quando il vuoto creativo diventa insormontabile. La leggenda narra che Giacometti, perseguitato dal dubbio, distrusse le sue opere mentre le realizzava. Solo una limitata selezione sarebbe stata strappata dalle sue mani. Tuttavia, se le testimonianze dei suoi genitori confermano che l’artista viveva un’insoddisfazione permanente, l’esame meticoloso degli archivi dimostra tuttavia che era ben lungi dal distruggere sistematicamente le sue opere.

Infatti, se l’artista parla spesso del progresso del suo lavoro nelle lettere alla sua famiglia, non menziona mai del destino delle sculture a cui lavora. Le descrizioni delle opere non sono molto precise e Giacometti tende a nascondere alcune informazioni, o anche a dire delle bugie di tanto in tanto, per rassicurare i suoi genitori che temono che il giovane Alberto stia intraprendendo un percorso artistico troppo moderno.

Per questo motivo la fotografia è un testimone importante nella ricerca delle sculture scomparse, ma le immagini scattate alle mostre nelle gallerie o durante i saloni erano rare negli anni ‘20. La prima fotografia che immortala due sculture esposte da Giacometti fu presa nel 1929, durante l’esposizione internazionale alla Galerie Georges Bernheim, a Parigi.

Gli archivi dell’artista includono diverse fotografie di opere ora scomparse, ma questi documenti purtroppo sono privi di annotazioni. Forse perché Giacometti, pur ricorrendo alla fotografia per diffondere il proprio lavoro, diffidava del suo effetto ingannevole: «Mi dà fastidio dover inviare queste piccole foto perché non riflettono le cose come sono», scriveva l’artista.

Infine, i quaderni e i disegni dell’artista svizzero forniscono una fonte essenziale per la ricerca sulle sue opere scomparse. Disegnatore ossessivo, Giacometti teneva sempre con sé un taccuino dove segnava ogni tipo d’informazione, dalle note più ordinarie a quelle più importanti: gli appuntamenti con il parrucchiere, i dettagli degli incontri con le persone che frequentava, l’inizio delle lettere e talvolta persino delle poesie. Alcuni quaderni della metà degli anni ‘20 e dei primi anni ‘30 sono tanto più preziosi in quanto contengono veri e propri inventari delle sue sculture, numerate e commentate.

L’esposizione Alla ricerca delle opere scomparse rende omaggio alla produzione artistica di Giacometti per cosí dire dimenticata, proponendo i lavori del giovane Alberto meno conosciuti e riconoscibili per stile. Sculture d’ispirazione cubista, surrealista, quasi metafisiche, talvola persino dipinte. Purtroppo molte di queste furono realizzate in gesso, un materiale fragile, che ha contribuito al fatto che non siano arrivate a noi.

Una vera (ri)scoperta di un artista - oggi tra i più quotati – quando la sua notorietà si stava appena delineando.

Pubblicato in Arte
Cristina Biordi

Giornalista professionista, documentarista, curatrice di mostre, appassionata ed esperta d’arte, cinema, teatro, letteratura, fotografia, enogastronomia, con 15 anni d’esperienza nel settore dell’energia e dell’ecologia. Ovvero: è terribilmente curiosa! Dalla Città Eterna si è trasferita nella Ville Lumière, dove è titolare dell’agenzia Labi communication, e come Joséphine Baker ha due amori: l’Italia e Paris. 


 


 

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