America Latina 1960-2013: una mostra per ri-scoprire il continente

Oltre cinquanta anni di storia del Sud America raccontati in immagini e parole. Fino al 6 aprile 2014, la Fondation Cartier per l’arte contemporanea di Parigi presenta - in coproduzione con museo messicano Amparo de Puebla - "América Latina 1960-2013". 

PGasparini Fondation-Cartier

Oltre cinquanta anni di storia del Sud America raccontati in immagini e parole. Fino al 6 aprile 2014, la Fondation Cartier per l’arte contemporanea di Parigi presenta - in coproduzione con museo messicano Amparo de Puebla - "América Latina 1960-2013". L’esposizione offre una prospettiva nuova sulla fotografia latino americana dal 1960 ai nostri giorni – un periodo in cui si sono succeduti movimenti rivoluzionari, regimi militari repressivi, guerriglie e transizioni democratiche – seguendo il fil rouge della relazione tra testo e immagine. Raccogliendo 72 artisti di 11 paesi diversi, fa scoprire al pubblico la grande varietà di questa regione del mondo: una vera immersione nella storia del subcontinente latino americano, per conoscere o ritrovare gli artisti principali che purtroppo sono raramente presentati in Europa.

«È la prima volta che la Fondation Cartier propone tanti artisti in 1000 metri quadrati cercando di dare a ognuno lo spazio che merita, in un allestimento che permette il dialogo tra le differenti generazioni di fotografi, provenienti dai diversi paesi del Sud America», dichiara Leanne Sacramone, una dei curatori dell’esposizione. «Abbiamo scelto degli artisti fortemente legati alla realtà che li circonda, che captano la parola scritta sui muri, sui giornali, che la presentano cosí com’è o la rinterpretano, travandone le incongurenze e l’ironia del messaggio. L’esposizione non ha assolutamente l’ambizione di fare una storia dell’America Latina ma di fornire alcuni strumenti per comprendere il contesto in cui queste opere sono nate», continua Leanne Sacramone.

La mostra si articola in quattro sezioni: Territori, Città, Informare/Denunciare e Memoria e Identità.
Terra di ricchezze e di diversità, l’America Latina dalla fine del XV° secolo è stata saccheggiata in diversi modi. La delimitazione dei sui vari stati è l’eredità di disposizioni spesso arbitrarie e causa di innumerevoli conflitti. Questa nozione di "Territorio" è al centro del lavoro di numerosi artisti degli ultimi 50 anni. Alcuni di loro analizzano il modo in cui il loro paese si afferma come nazione indipendente in questo territorio composito segnato per sempre dall’influenza coloniale. La peruviana Flavia Gandolfo ha fotografato i disegni di diversi alunni per mostrare il modo in cui l’identità del Perù si costruisce attraverso l’insegnamento della storia e la sua interpretazione soggettiva. Un lavoro parzialmente “censurato” in patria dato che alcune carte geografiche disegnate dai ragazzi non sono conformi a quelle ufficiali.

Spazio contrastato e polimorfo, la "Città" è un terreno d’esplorazione privilegiato da molti artisti latino americani. Nel corso degli ultimi decenni, le città hanno conosciuto una crescita considerevole e accolgono oggi più del 80% della popolazione totale del territorio. Riflessi di un’evoluzione caotica, i paesaggi urbani portano tanto i segni del passato che quelli di una modernizzazione spesso troppo "affrettata". Scritte, manifesti, graffiti: la parola vi è omnipresente e offre la materia prima per alcune ricerche estetiche.

In questa sezione sono esposti gli scatti di Paolo Gasparini (nato a Gorizia nel 1934) artista venezuelano d’adozione che ha fotografato la proliferazione di immagini commerciali sintomatica di un consumismo in piena espansione e di una società urbana a due velocità. Incontrato casualmente all’esposizione ha cortesemente ripercorso alcune tappe della sua lunga carriera. Friulano, da giovane conobbe Pier Paolo Pasolini e Giuseppe Zigaina - uno dei più importanti e significativi pittori italiani del Novecento -  amante della settima arte si è nutrito di film del Neoralismo e del cinema messicano. Artista di statura internazionale, ha partecipato alla 46. Biennale di Venezia e al 5. Colloquio di fotografia di Città del Messico, esponendo in numerose personali e collettive. Oggi risiede a Caracas, dove continua il suo studio sulle culture urbane del continente sudamericano. Paolo Gasparini, inizia a operare nel campo della fotografia d’architettura per poi passare al reportage sociale grazie anche a una collaborazione con l’UNESCO, che lo ha portato a viaggiare per tutto il Sud America. « Quando facevo le fotografie di edifici andavo con due macchine fotografiche, una per il “lavoro”, diciamo, per riprendere con precisione le architetture, l’altra per descrivere tutto quello che viveva intorno a quelle costruzioni.»

È cosi che è si è sviluppato il suo interesse per il sociale e uno stile decisamente influenzato dalla sua passione per il cinema: le sue opere sono delle sequenze di immagini in un montaggio analogico per raccontare una storia, per trasmettere un messaggio o denunciare un problema che lui definisce “fotomurales”. Alla Fondation Cartier, insieme a “El habitat de les hombres...” (nella foto - Caracas, Bello Monte, 1968 © Paolo Gasparini ), è esposto “Il valore della vita”, 16 scatti per denunciare il fenomeno in Messico della scomparsa delle donne, comparate a della carne da macello, sia perché queste vengono vendute, sia perché una certa immagine pubblicitaria le squalifica fino a renderle tali.

Attuamente Gasparini sta lavorando a un progetto d’archivio: un modo di rivedere la storia con la prospettiva del tempo, liberando la sua opera dagli schemi del passato per guardarla meglio, come lui stesso dichiara: “con il senno di poi”.

Tornando all’esposizione, la sezione "Informare/Denunciare" affronta la tematica della violenza che ha ferito per molti decenni questa parte di mondo. In anni 1960-1970, i movimenti rivoluzionari che nascono sulla scia della rivoluzione cubana, per esempio le guerriglie armate - come Sendero Luminoso in Perù - conoscono una forte repressione. Le dittature militari sono estremamente dure in Cile (1973), in Argentina (1976) e in Brasile (1964); si apre un’era del terrore e di tragiche violazioni dei diritti dell’uomo, un periodo drammatico in cui la tortura e le esecuzioni sommarie vengono istituzionalizzate.

Di fronte a queste diverse forme di violenza, gli artisti si impegnano, rischiando anche la propria vita, a informare e a trasmettere dei messaggi, fermamente convinti della potenza delle parole e delle immagini. Alcuni attingono la loro ispirazione dalla stampa in cui la relazione tra testo e fotografia è fondamentale, come Herbert Rodríguez in Perù, che combina immagini e slogan politici per criticare l’ingiustizia che imperversa nel suo paese. Mentre la colombiana Johanna Calle arriva a trascrivere solo le didascalie delle foto di alcuni giornali dell’epoca, dimostrando come già nel testo la drammaticità degli eventi vi fosse contenuta.

A partire fin da anni 1990, la maggior parte paesi dell’America Latina si impegnano su via della democrazia. Parallelamente, l’onda neoliberista che sommerge allora il continente non si accompagna né a un ribasso delle diseguaglianze né di una distensione della violenza. Rivendicazioni sociali e culturali cominciano anche a farsi sentire dalla parte delle minoranze. Gli artisti accolgono le diverse voci della società e nei loro lavori si percepisce tutta la difficoltà di conciliare le molteplici identità dei loro paesi. In questo processo la "Memoria" diventa centrale e il ricorso a documenti di archivi un mezzo per ritornare alle origini. Nel suo progetto "Buena memoria", Marcelo Brodsky si interessa all’impatto delle terribili scomparse verificate durante la dittatura - i "desaparecidos", di cui suo fratello è stato vittima - sulla sua generazione e la società argentina.

Alla mostra è abbinato un interessante documentario "Revuelta(s)" dell’artista paraguaiano Fredi Casco realizzato in collaborazione con la regista Renate Costa, disponibile anche su internet nel sito della Fondation Cartier: un importante "road-doc" alla scoperta dei molti artisti presenti "América Latina 1960-2013".

Cristina Biordi

Pubblicato in Arte

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