Ecosostenibilità e Biodiversità ambientale dell’artista internazionale Gianni Depaoli portata in Biennale di Venezia al Padiglione Grenada

"Porzione di mare" (particolare), tecnica mista su legno, resina, pelle di pesce, plastica, 60x40x70 cm., 2019 "Porzione di mare" (particolare), tecnica mista su legno, resina, pelle di pesce, plastica, 60x40x70 cm., 2019 opera di Gianni Depaoli
Da qualche giorno il Padiglione Nazionale Grenada, all’interno della 59. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, ha ospitato la presentazione del famoso artista internazionale Gianni Depaoli di Identity Collective.

L’evento, nel quale si è parlato dell’opera Porzione di mare, realizzata nel 2019, ha riscosso grandi apprezzamenti e plausi da collezionisti e autorità istituzionali.

Così la scultura è stata descritta da Stefania Pieralice: «Nella produzione del Maestro la sostanza, regina di ogni essere biologico che a lei si sottomette, è difatti posta a guisa di diadema, nel suo blu fraudolento corona una gerarchia malvagia. Inchinata al comando della soverchiante coltre, la contaminata epidermide della fauna ittica, sapientemente increspata dalla tecnica dell’artista, tenta l’inane scalata, sostenuta a stento da non più possenti mani legnose. Gli elementi naturali, stretti nella mortifera presa artificiale della plastica e dei bacini petroliferi, hanno smarrito il flusso dell’armoniosa vita marina, trasportati, assieme al destino della nostra razza, alla deriva del non ritorno. Solo l’Amore ci salverà e la resa. La resa dalla bramosia di potere per diventare noi stessi luoghi di incontro tra gli esseri, dimenticando gli averi; per diventare figli del mondo, eletti a portare sulla schiena l’odore del mare, il suono del vento, l’oro del sole, il destino di un popolo».

Gianni Depaoli, con Porzione di mare, ha colto l’occasione di illustrare una stratificazione immaginaria delle acque oramai infestate da detriti artificiali: plastiche, legni, carburanti. Egli a tal proposito dichiara: «Porzione di mare, nasce dal mio ciclo artistico relativo alla consapevolezza di ciò che l’uomo consciamente produce: benessere iniziale, degrado ambientale e sociale, desolazione, morte fisica e spirituale. Il titolo si ispira all’inquinamento diffuso in tutti i mari e nei corsi d’acqua. L’opera è letteralmente una “porzione” immaginaria dei nostri mari costituita da plastiche in superficie, strati di pesci morti o contaminati, legno marino derivante dai fiumi ormai colmi di vegetazione e inquinati da idrocarburi dispersi da petroliere, da scarichi selvaggi in mare. Il mio è un grido di allarme risalente a una ricerca che ha oltre venticinque anni».

L’artista vive e lavora nel piccolo paese di Candia Canavese, in un ex magazzino frigorifero ribattezzato da lui stesso “Museo Menotrenta”. La sua carriera ha inizio solo nel 2007, quando comincia ad esporre le sue creazioni, dedicate principalmente alla questione del degrado ambientale e umano, presso importanti enti e istituzioni. Inoltre, è senz’altro un artista atipico e fuori dal comune, non solo per la specificità della sua ricerca, ma anche e soprattutto per la particolarità dei materiali che utilizza nella realizzazione dei suoi manufatti: oltre ai tradizionali inchiostri, acrilici, e resine l’artista piemontese vi abbina pelli di pesci e veri e propri resti, provenienti dagli scarti dei mercati ittici nazionali. In questo modo riesce a dare vita ad opere tendenzialmente organiche e concettuali, ma dall’alto gradiente provocatorio, unendo alla bellezza estetica la verve polemica e l’invito alla riflessione.

Dal 2012, la pelle è un materiale centrale, che ricorre in tutta la produzione e che ha profonde radici nel passato dell’artista, come ha infatti dichiarato in un’intervista: «Discendo da imprenditori operanti nel settore ittico internazionale e spesso ho collaborato con musei di scienze naturali. La pelle è per me testimonianza di identità e appartenenza e per questo la celebro con rispetto, modellandola sulla tela come fosse un’opera pittorica». Testimonianza diretta di ciò si può riscontrare nella serie di lavori denominata Theuthoidea, nome scientifico e collettivo utilizzato per indicare le varietà di calamari, di cui l’artista ci offre la pelle in composizioni su tela di reminiscenza pop, astratte ed essenziali. Non di rado, egli aggiunge al manufatto anche iscrizioni, realizzate con lo stesso inchiostro dei cefalopodi; come si è visto, tutto nei lavori dell’artista piemontese, è naturale e deperibile, ma trasformato in fossile prezioso, sotto il velo di una resina trasparente, che gli permette di durare nel tempo e conservarsi intatto per l’occhio dello spettatore. L’asservimento della natura alla tecnica e lo sfruttamento scellerato delle risorse del pianeta è il cardine tematico, come si diceva, e la guida critica della produzione di Depaoli, che non si limita a presentarci una situazione in atto, ma invita a riflettere con urgenza, su topoi sostanziali e molto attuali, riferiti al momento storico che stiamo vivendo, quali l’ecosostenibilità e la biodiversità.

Quelli che secondo il senso comune sarebbero materiali di scarto al contrario per il Maestro rappresentano «fossili contemporanei, resti sacri, organismi un tempo viventi che ci hanno nutrito e che oggi vengono inseriti nel circuito della riproduzione estetica». L’artista come novello demiurgo, quasi si sostituisce al processo naturale di creazione per ricavarne forme nuove, essenziali e sintetiche e per svelare, finalmente, la preziosità e l’unicità della realtà terrestre.

La produzione del Nostro è stata ospitata in importanti Musei e Enti Istituzionali tra i quali figurano a titolo non esaustivo il Museo di Bergamo, il Museo di Scienze a Genova, le Gallerie d’Arte Moderna di Roma e Genova. L’artista è stato insignito di numerosi riconoscimenti non ultimo l’inserimento, fra le eccellenze italiane, nel prestigioso Atlante dell’Arte Contemporanea edito da De Agostini.

 

Articolo di Erminia Iori

 

Pubblicato in Arte

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.

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