Errore nel titolo: la nuova esposizione di Rero

“Erreur Dans Le Titre” (Errore nel titolo) è la nuova mostra personale dell’artista francese Rero che Backslash presenta fino al 29 marzo e che inaugura, inoltre, un nuovo formato d’allestimento della galleria parigina: un grande impianto, sotto forma di prefazione denominata Foreword, che precederà, a partire da quest’esposizione, ogni mostra.

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“Erreur Dans Le Titre” (Errore nel titolo) è la nuova mostra personale dell’artista francese Rero che Backslash presenta fino al 29 marzo e che inaugura, inoltre, un nuovo formato d’allestimento della galleria parigina: un grande impianto, sotto forma di prefazione denominata Foreword, che precederà, a partire da quest’esposizione, ogni mostra. Il Foreword di Rero, una vera immersione nel suo universo di parole, sarà visitabile dal 7 all’11 gennaio.

«Rero usa la scrittura per visualizzare a chiare lettere il suo pensiero critico nei confronti di una realtà sfuggente e irriducibile», afferma Achille Bonito Oliva nella monografia “Erreur Dans Le Titre” dedicata all’artista e pubblicata da Gallimard (Alternatives): un abecedario in cui le 26 lettere - parole o affermazioni - offrono lo spunto ad altrettanti personaggi per parlare di un’aspetto di quest’artista.

Questa mostra sintetizza un nuovo orientamento nel lavoro di Rero, la cui ricerca si rivolge all’invisibile e le sue possibilità d’espressione: ciò che non si vede ma che tuttavia esiste. L’esposizione presenta diversi dittici e trittici di Rero, che al concetto di visibile/invisibile unisce talvolta anche quello del principio di causalità. «L’invisibile è nel visibile ma al di là dello sguardo», si legge su un’opera, mentre un’altra stimola il pubblico a domandarsi come sarebbe cambiata la Storia se i dipinti di Adolf Hitler non fossero stati rifiutati dall’Accademia delle Belle Arti di Vienna.

«Perché l’arte per Rero è un sistema d’allarme che tenta di risvegliare il muscolo atrofizzato della sensibilità collettiva, affermazione di complessità contro l’apologia consumista dei codici di un passivo vivere», sostiene ABO. «Ecco così la celebrazione dell’ossimoro come scrittura pubblica che riesce a restituirci il senso della problematicità della vita e smascherare l’uso ipocrita di concetti universali utilizzando l’astuzia freudiana della denegazione: affermare negando.»

Un artista fortemente impregnato di filosofia e di sociologia, che non smette di interrogare i codici della nostra società, in particolare il consumismo, senza mai giudicare ma proponendo allo spettatore di farlo. L’artista interroga i limiti dell’intimo con ciò che rendiamo pubblico, volontariamente o involontariamente, coscientemente o inconsapevolmente, in particolare su Internet: da qui la scelta di utilizzare il carattere verdana, il più comune sul web. Con una costruzione radicale, dove tutto deve essere mostrato e nulla non deve essere nascosto, l’artista determina il limite tra l’interno e l’esterno.

A Roma Rero, nel novembre 2013, per la prima volta in Italia ha presentato la sua mostra “Supervised Independence”, organizzata da Wunderkammern. Un termine che fu utilizzato in passato per delineare lo status del Kosovo, oggi Repubblica definita indipendente ma giuridicamente non ancora riconosciuta dalla comunità internazionale in modo univoco.

Rero ha fatto suo il pensiero di Jean-Michel Basquiat che sosteneva: «Cancello le parole in modo che le si possano notare. Il fatto che siano oscure spinge a volerle leggere ancora di più.» Un modo per per destreggiarsi in un paradosso: scrivere e autocensurarsi, per poter esprimere dei messaggi, quasi in un perenne stato di “revisione”.

Foto gentilmente concessa dall'artista, Galleria Backslash (Parigi).

Cristina Biordi

Pubblicato in Arte

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