Le chiavi di una passione

Francis Picabia Francis Picabia
Les clefs d’une passion (Le chiavi di una passione), è l’esposizione in corso alla fondazione Louis Vuitton di Parigi, fino al 6 luglio, che regala un’antologia della storia dell’arte moderna.

Riunendo alcune delle più grandi opere di quest’ultimo secolo, e mettendole a confronto, la mostra rivela i vari codici e risponde alla vocazione della fondazione di sostenere e promuovere la creazione contemporanea, francese e internazionale, con la realizzazione di esposizioni temporanee di altissimo livello. Per quest’evento, l’istituzione ha collaborato con i più grandi musei mondiali, Tate Modern di Londra, MoMA e Guggenheim di New York, Munch di Oslo, Pouckhine di Mosca, State Russian di San Pietroburgo e il Centre Pompidou di Parigi.

Il risultato? Un evento artistico con esposte sessanta opere dei più grandi maestri del secolo scorso: da Mondrian a Rothko, da Delaunay a Léger, da Munch a Matisse, da Kandisky a Kupka, senza dimenticare Severini, Malevitch e Giacometti. Si possono ammirare capolavori quali Il grido di Munch, La danza di Matisse, Les Constructeurs à l’aloès di Leger, e molti altri il cui prestito non è stato semplice e, data l’importanza delle opere, spesso è stato richiesto con enorme anticipo: in questo caso anni prima che la monumentale struttura architettonica firmata Frank Gehry fosse costruita. Ma il nome di Bernard Arnault è bastato da garanzia; il gruppo LVMH essendo da venticinque anni uno delle principali mecenati dei musei, ha visto contraccambiarsi il favore, per il piacere dei visitatori.

L’esposizione si articola in quattro sezioni che entrano in risonanza con le quattro “linee” che strutturano la collezione della fondazione: espressionismo soggettivo, contemplativa, popista e musica, destinate a conferire a questa raccolta un’identità unica. Per ogni sezione, le opere presentate sono state scelte in funzione al loro carattere significativo quasi emblematico, privilegiando le “serie”.

Non un mera sequenza di alcune icone, come Picasso e Matisse. Vicino a questi grandi maestri, le commissarie dell’esposizione Suzanne Pagé e Béatrice Parent, in collaborazione con la consulente scientifica Isabelle Monod-Fontaine, hanno “invitato” altri artisti, di cui il riconoscimento e la notorietà non hanno mai raggiunto le alte sfere dell’Empireo, ma che risultano altrettanto essenziali all’interno della storia dell’arte. Come per esempio la finlandese Hélène Schjerbeck (1862-1946), i cui autoritratti - che documentano il suo declino psichico che più fisico, i suoi stati d’anima e la paura della morte - sono esposti nella prima sala vicino a Munch e quasi di fronte a Francis Bacon. O come il francese Francis Picabia, uno dei primi a utilizzare l’iconografia delle riviste popolari, aprendo cosí la strada agli autori dell’arte pop oltre Atlantico.

“L’arte si iscrive nella Storia”, afferma più volte Suzanne Pagé durante la conferenza stampa, “le opere e gli autori esposti hanno fondato le basi della modernità e tutti questi capolavori hanno un punto comune: rappresentano dei momenti dinamici del progresso nella storia dell’arte. Ed è raro, non soltanto osservarli, ma vederli dialogare tra loro”.

Nel quadro della manifestazione, il 12 e il 13 giugno prossimi si terrà un convegno in cui si cercherà di rispondere a diverse domande tra le quali: che significa collezionare oggi?, chi è che scrive la storia dell’arte?, qual è l’impatto del mercato nel sistema?, su quali basi si fonda l’iconicità di un’opera?.

Quesiti che nascono anche nel pubblico dopo aver visitato la mostra, in un allestimento che gli permette di prendere il tempo di ammirare e riflettere, di “dialogare” intimemente attraverso un’ “esperienza empatica” - come amano dire i curatori - con le opere d’arte.

Pubblicato in Arte
Cristina Biordi

Giornalista professionista, documentarista, curatrice di mostre, appassionata ed esperta d’arte, cinema, teatro, letteratura, fotografia, enogastronomia, con 15 anni d’esperienza nel settore dell’energia e dell’ecologia. Ovvero: è terribilmente curiosa! Dalla Città Eterna si è trasferita nella Ville Lumière, dove è titolare dell’agenzia Labi communication, e come Joséphine Baker ha due amori: l’Italia e Paris. 

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