Lumières d’Afriques | 54 artisti per l’accesso all’energia

The Light at the end of the tunnel  Gonçalo Mabunda The Light at the end of the tunnel Gonçalo Mabunda © Mathieu Lombard
Molti artisti contemporanei africani sono protagonisti nella costruzione del futuro del loro continente. Lo prova un’esposizione eccezionale sotto diversi aspetti, Lumières d’Afriques.

In occasione della COP21, il Fondo di dotazione artisti africani per lo sviluppo organizza, dal 4 al 24 novembre, una mostra a entrata libera al Teatro Nazionale di Chaillot di Parigi, luogo emblematico della firma della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo nel 1948.

Per la prima volta nella storia dell’arte contemporanea, 54 artisti africani di fama mondiale, apparetenti a diverse generazioni, espongono una loro opera creata per ad hoc a partire da una stessa fonte d’ispirazione: “Le luci delle Afriche”. Questi pittori, scultori, fotografi e video artisti offrono nell’ambito di Lumières d’Afriques le proprie visioni e speranze, i propri sogni e timori, per il futuro del loro continente. Hanno accettato una doppia sfida in materia di creazione: dar vita a un’opera originale su un tema unico e presentare la loro fonte di luce interna personale partecipando a un’installazione video - in cui vengono proiettatti le immagini dei diversi work in progress delle opere esposte – che ben evidenzia la vitalità della creazione contemporanea africana, e le sfide critiche che i continente deve affrontare nel XXI° secolo.

Il titolo dell’evento Lumières d’Afriques raccoglie diversi significati, tra uno più letterale:  l’accesso all’energia. Quest’artisti si interrogano e coinvolgono il pubblico sul fatto che non c’è futuro, nè crescita e nè progresso senza elettricità. Ancor oggi, una gran parte delle popolazioni africane sono prive di energia elettrica, una situazione che comporta anche aspetti drammatici, nonché rallenta in maniera determinante lo sviluppo socioeconomico e spinge molte persone, in particolare i giovani, a cercare un’altra vita oltre le frontiere del Paese d’origine.

Quindi Lumières d’Afriques ha anche una valenza politica, come per Gonçalo Mabunda (Mozambico) - presente anche alla Biennale di Venezia 2015 - la cui opera è l’unica che parli esplicitamente dei conflitti armati che devastano l’Africa. Realizzata con materiale di scarto, che l’artista raccoglie per strada tra i rifiuti  - provocando il divertimento dei suoi amici come lui stesso racconta - The Light at the End of the Tunnel associa alla parola “luce” l’idea di speranza. Mabunda lavora sulla memoria del suo paese, il Mozambico -  recentemente uscito da lunga e terribile guerra civile cominciata nella metà degli anni 70 - asseblando parti di pistole e di fucili, questa volta a dei resti di lancia razzi di segnalazione. Quest’ultimi sono la metafora della luce, come spiega l’artista, perché servono a emettere un bagliore, che possa essere visto da lontano: la speranza per qualcuno di ricevere aiuto.

Uno sguardo carico d’ironia poetica quello di Gastineau Massaba (Congo) il quale costruisce una “città intelligente” 673A  - una parodia delle smart city super connesse  - in cui la rete è costituita da  fili cuciti su tela, spesso spezzati, che segnano percorsi non lineari, che scrivono parole, come per esempio per dire “no al nucleare”.  Massaba, riflettendo sul tema dell’esposizione, ha riflettuto su una società in cui l’elettricità sia prodotta da risorse sostenenibili.

L’aspetto ambientale/ecologico legato all’accesso all’energia è sviluppato anche da Abdoulaye Konaté (Mali) , direttore del Conservatorio delle arti e metieri a Bamako e noto a livello internazionale per le sue maxi opere tessili. A Parigi, per Lumières d’Afriques, l’artista ha realizzato un’opera “ridotta” sul rapporto uomo/ natura, Homme nature II . Una relazione che nel suo paese si è estremamente degradata. “Per raccogliere la legna si è dato vita a un processo di deforestazione. Inoltre cucinare o scaladare le abitazioni con legna o carbone è altamente nocivo per la salute delle persone che respirano i fumi tossici”. Per questo secondo Konaté è indispensabile utilizzo di fonti verdi per produrre e fornire l’energia elettrica in Mali, e non solo “anche una politica di tariffe più equa e adeguata ai consumi”. E se l’attualità è fatta di ineguaglianze e poche persone hannon l’elettricità nelle abitazioni, l’artista ha rappresentato l’uomo in verde, dritto in piedi a guardare l’orizzonte, il futuro; un uomo che ha il potere di decidere di cambiare la situazione. 

Diverse le fotografie esposte, tra le quali il trittico realizzato dalla giovane ed energica artista Maan Youssouf Ahmed (Djibouti), dal titolo Not There Yet in cui rappresenta il cambiamento della società del suo Paese nel tempo. Dalla raccolta della legna nel deserto, compito totalmente affidato alle donne, a una coppia mista in cui la donna è seduta su una sedia con un telefono in mano, mentre l’uomo e su un tappeto con accanto una tazza di the. Infine l’immagine di due uomini che sembrano cercare il campo con il cellulare e il computer portatile.  “É casuale che nella terza foto ci siano due uomini, non è una contrapposizione voluta alle due donne iniziali. Nel mio paese la donna ha acquistato molta autonomia e importanza”, spiega l’artista. La sua critica è rivolta all’immobilismo della gente e del governo. Le persone nelle foto hanno tutte le mani legate proprio per questo. “La gente sembra quasi abituata al malessere, non reagisce, è immobilizzata, e se hanno le mani legate è perché spetta al governo di agire, di creare delle centrali elettriche, delle infrastrutture per la trasmissione della corrente”. Maan Youssouf Ahmed ama il suo paese e ha veramente a cuore il suo avvenire, per lei “la luce è il potere di decidere del futuro”. “Il futuro dell’Africa è nei suoi giovani, sui quali si dovrebbe puntare”, invece di lasciarli partire per degli eldorado che non esistono. Le tre scene sono ambientate in un deserto immerso nella luce, il terreno arido crepato dalla siccità è quasi senza soluzione di continuità con un orizzonte indefinito. L’artista ha scattato le foto in un momento del giorno in cui le ombre fossero lunghe, perché ispirandosi poeticamente alle credenze popolari, gli attribuisce il significato di sogno, di desiderio, affinché queste si allontanino il più possibile dall’uomo, andando oltre i limiti dell’immagine, quasi a prendere più spazio a liberarsi dalla realtà.

Anche Paul Sika (Costa d’Avorio) affida al liguaggio fotografico il suo messaggio. Con Glôglô Gospel (glôglô è quasi un sinonimo di ghetto) parla dell’ambiente sociale che circonda una persona e che questa si porta poi dentro di sé. Per Sika “le difficoltà possono essere un trampolino di lancio, uno stimolo a migliorarsi e migliorare la situazione corcostante”.

Un’altra fotografia in mostra è l’opera più concettuale di Namsa Leuba (Guinea), il cui scatto Ndebele Pattern Silver rappresenta un gioco di luce riflessa su speccchi deformanti. L’artista racconta che nel suo paese i giovani sono costretti ad andare la sera vicino agli aeroporti o alle basi militari per studiare o per incontrarsi a causa della mancanza di energia elettrica. "Pochi hanno i generatori e il gasolio è molto costoso, per non ricordare quanto sia inquinante; altri per non restare al buio rubano l’elettricità a chi ce l’ha".

L’accesso all’energia è sinonimo di accesso all’acqua potabile, come sintetizza Noah Mduli (Swaziland) in Turning on the Light, un rubinetto a cui è avvitata una lampadina Led.  Mentre Paa Joe (Ghana) con la sua bara a forma di ampolla, Electric Bulb, si auspica che nel futuro ci siano più persone che lavorino nel settore elettrico: la tradizione del suo Paese vuole infatti che la bara ricordi il mestiere del defunto.   

Le opere esposte spingono lo spettatore a una visione dell’Africa - troppo spesso mal conosciuta e stereotipata - oltre ogni preconcetto grazie alla forza artistica che rimanda a un quotidiano molto diverso dal nostro, ma non meno potente in emozioni e forza generatrice, per guardare insieme le sfide mondiali legate allo sviluppo di questo magnifico e ricco continente, a partire della sua elettrificazione, per non lasciare più nessuno senza luce. 

Pubblicato in Arte
Cristina Biordi

Giornalista professionista, documentarista, curatrice di mostre, appassionata ed esperta d’arte, cinema, teatro, letteratura, fotografia, enogastronomia, con 15 anni d’esperienza nel settore dell’energia e dell’ecologia. Ovvero: è terribilmente curiosa! Dalla Città Eterna si è trasferita nella Ville Lumière, dove è titolare dell’agenzia Labi communication, e come Joséphine Baker ha due amori: l’Italia e Paris. 

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