Nel giardino della memoria di Greta Pasquini

Jefrosinia Jefrosinia foto cortesia della Galleria Charlot
È in corso, fino al 5 marzo, presso la Galleria Charlot di Parigi l’esposizione di Greta Pasquini, ex architetto e collaboratrice di Renzo Piano, convertita definitivamente alle arti plastiche.

I lavori dell’artista italiana dialogano nelle sale con quelli di Laurent Betremieux, pittore francese che da anni collabora con la gallerista Valérie Hasson-Benillouche.

Un binomio “analogico”, come affermano gli organizzatori, per presentare qualcosa di diverso dalle mostre che caratterizzano lo spazio espositivo di rue Charlot, che ospita abitualmente artisti “digitali”.

Non sono molti i nomi italiani proposti alla Galleria Charlot, ed è interessante notare come la scelta, dopo Vincenzo Marsiglia nel 2012, sia caduta su Greta Pasquini: un architetto che da anni vive a Parigi e che a seguito di un evento ha deciso di cambiare vita.

Era il 2009, quando le fu chiesto un progetto per alcune residenze sulle colline di Bologna da costruire proprio dove sorgeva la casa e il giardino di suoi amati nonni. Il terreno era stato venduto dalla famiglia e i nuovo proprietari avevono deciso di sfruttralo in altro modo.

“Arrivare sul cantiere e veder le macerie di quella che per me fu la casa dei giochi d’infanzia, gli oggetti ammassati e distrutti, un passato tutto cancellato è stato il fatto scatenante che mi ha portato ad abbandonare la professione d’architetto e di abbracciare l’arte.”

Da questo “trauma” nasce il lavoro artistico ispirato alla storia proprio di questo giardino scomparso. Alla base c’è una voglia di lavorare il quotidiano, cercare attraverso le esperienze personali una cassa di risonanza comune tra gli oggetti e i sentimenti. L’infanzia, la morte, la perdita, la scoperta, l’imponderabile, la trasformazione, la trasmissione, sono temi che vengono rielaborati attraverso la materia. Una materia impregnata di memoria e del tempo. Greta Pasquini si esprime attraverso il disegno e la trasformazione di oggetti ordinari e dei “rifiuti”, accumulati quasi in modo feticista, per farne risaltare la bellezza interna: scontrini, tubi di cartone, imballaggi…

La sua opera prende forma si sviluppa sotto la polvere dei suoi ricordi e quelli dei suoi familiari, per attingere la sua forza nella tensione tra presenza fisica e l’eco di piccole storie personali, unite all’esperienza dell’opera fatta dallo  spettatore.

In questa esposizione, si ritrovano gli alberi del giardino d’infanzia, quasi fossero dei ritratti, ognuno diverso d’altro e ognuno presente nel suo essere. Ci viene raccontata la storia di questo giardino, che è stato il teatro delle vite di tre generazioni che la hanno abitata.

L’esposizione ruota intorno a cinque personaggi della famiglia dell’artista, di cui sembra quasi sentire i loro pensieri, anche grazie appunto a un’installazione audio. La Galerie Charlot propone una selezione di questa serie artistica di Greta Pasquini, che prevede quattro opere per ogni personaggio: ovvero:  20 lavori in totale.

Tra le opere esposte, un paio di vestiti appesi sulle stampelle, che rappresentano la madre Nadia: “Erano gli anni 70, mia madre mi vestiva in maniera poco femminile con dei pantaloni a zampa d’elefante. Cosí quando arrivavo nella casa dei nonni adoravo aprire quello era stato il suo armadio, cambiarmi, indossare i suoi vecchi abiti, pieni di pizzi e ricami. Era una vera gioia”.

Il cappello rappresenta il nonno Ezio, mentre le scarpe sono la nonna Jefrosinia. “Era di origini ucraine, non si sentiva molto integrata nel paese, forse a causa della sua bellezza. Quando era giovane, in Ucraina, vinse un concorso a scuola ele diedero dei soldi come premio con i quali si comprò subito delle scarpe; naturalemente suo padre non fu molto d’accordo.” 

Piccoli aneddoti che costituiscono le tessere di un mosaico, che Greta ricompone attraverso gli oggetti e dei disegni in cui sono rappresentate alcune scene di vita nel giardino. Un luogo che è stato vissuto diversamente da ogni componente della sua famiglia: “C’era chi lo vedeva come una prigione, chi come un luogo per invitarci gli amici e fare festa, chi lo amava per leggere e stare in tranquillità, e per me naturalmente era un luogo quasi magico, dove giocare”.

Pubblicato in Arte
Cristina Biordi

Giornalista professionista, documentarista, curatrice di mostre, appassionata ed esperta d’arte, cinema, teatro, letteratura, fotografia, enogastronomia, con 15 anni d’esperienza nel settore dell’energia e dell’ecologia. Ovvero: è terribilmente curiosa! Dalla Città Eterna si è trasferita nella Ville Lumière, dove è titolare dell’agenzia Labi communication, e come Joséphine Baker ha due amori: l’Italia e Paris. 

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