Otto artisti tra scultura e fotografia al museo Rodin

Giuseppe Penone, Trappole di luce, Cristallo, 37 x 20 cm, fotografia b/n, 99,5 x 69 x 1,5 cm, Coll. Penone, 1995, Torino Giuseppe Penone, Trappole di luce, Cristallo, 37 x 20 cm, fotografia b/n, 99,5 x 69 x 1,5 cm, Coll. Penone, 1995, Torino © Giuseppe Penone / Adagp, Paris 2016
All’interno della cappella nel parco dell’hotel Biron, sede del magnifico museo Rodin di Parigi, si svolge fino al 17 luglio l’esposizione Tra scultura e fotografia, che propone un approccio più moderno tra le due arti.

Su una proposta del curatore Michel Frizot, la mostra è un invito da scoprire otto artisti della fine del XXo secolo che hanno praticato la scultura e la fotografia in modo strettamente connesse e indissociabile. Un omaggio allo scultore Auguste Rodin per il quale l’ottava arte occupò un posto singolare nel suo lavoro, ed è questo dialogo che il museo Rodin continua a esplorare.

Per Rodin, la fotografia e in particolare le immagini delle sue opere erano un mezzo per superare le sue incertezze. Verso il 1965, nel contesto dell'arte concettuale e della land art nascenti, alcuni giovani artisti rovesciano la nozione di scultura con interventi su siti naturali, utilizzando sistematicamente la fotografia per spiegare e documentare quest'azioni di scultura transitorie o realizzate in un luogo poco accessibile. L’una testimonia l'altra, che permetta la sua creazione o che si sottragga, le due pratiche si raggiungono in un dialogo vigoroso nel cuore di un museo che ha ritrovato tutto il suo splendore dopo il restauro.

Gli otto artisti presentati appartengono a questa generazione e nella continuità di questo atteggiamento innovativo, hanno un colloquio continuo, una prossimità stretta tra scultura e fotografia, al punto da non potere a volte separare le due pratiche. La mostra esplora diverse vie della congiunzione tra la quarta e l’ottava arte aprendo il percorso espositivo, con il già citato Richard Long, seguito da Gordon Matta-Clark, il quale anziché creare o fabbricare, preferiva togliere, eliminare. Famoso per i suoi “building cuts” che cambiano la percezione dell'edificio e del suo ambiente circostante. I tagli di edifici (buchi nei pavimenti e nei solai, fessurazioni di intere pareti) realizzati di solito su costruzioni o case abbandonate, squarciano l’idea di stabilità, immobilità, immutabilità di un edificio, aprendolo al dialogo con l’esterno e con la luce che penetra quasi violentemente al suo interno.

Il percorso prosegue con Giuseppe Penone e Dieter Appelt i quali mettono al primo posto il corpo umano, le sue corrispondenze primordiali con la natura, o un'immaginario comune del corpo “primitivo”. Tra i lavori dell’artista torinese è presentata l’opera Trappole di luce (1995) dal significato enigmatico, che tratta in realtà della visione. Un modello in cristallo di una sezione d'albero è posto su un ingrandimento fotografico di un occhio, come se questa trave bianca posta sulla pupilla di un occhio aumentato, sembrasse evocare la luce dell'emozione visiva come una linfa senza fine. La metafora dello sguardo che si propaga in altre opere in cui rami escono dagli occhi dell'artista (Sguardo vegetale). Penone,  che sviluppa i temi della sua scultura rifacendosi, fin dai primi lavori, alla natura e al mondo vegetale, lavora anche sulle corrispondenze tra la fotografia e l'impressione, tra il soffio umano e la respirazione dell'albero e i suoi strati. 

Con Mac Adams e Markus Raetz, ci si situa in un allestimento di paradossi visivi e narrativi, e in un'interrogazione dubitativa “sulla realtà” percepita dallo sguardo. Mac Adams, seguace dell'arte narrativa, costruisce racconti con immagini, in un universo ispirato dal romanzo poliziesco e al cinema. Immagina dittici fotografici, Mysteries Series (1973-1980) che si articolano in due immagini apparentemente indipendenti, ma che rappresentano due momenti (il prima e il dopo) di un episodio tragico, dove forse è stato commesso un crimine. Ogni immagine mette in scena corpi del reato individuabili che costituiscono da fatto dei montaggi scultorei che giocano degli effetti di luce e d'equilibrio. Sta all’immaginazione dello spettatore raccogliere gli indizi e decifrare il mistero.

Infine con John Chamberlain ricerca una continuità formale, colorata, esuberante, tra le due pratiche, mentre Cy Twombly, poco conosciuto per le sue sculture e le sue fotografie, chiude il percorso con evocazioni impressionanti elaborate con mezzi molto consumati. 

Tra scultura e fotografia associa nello stesso spazio tre proposte: un'esposizione di sculture che afferrano, un'esposizione di fotografie che si celano agli standard artistici, completate di un'esposizione che sviluppa collegamenti inattesi tra i due mezzi. Quest'artisti rompono i preconcetti e le regole estetiche, sollecitando la nostra vista a prevedere le sue sfide immaginarie, bene al di là dei registri abituali di rappresentazione.  

Pubblicato in Arte
Cristina Biordi

Giornalista professionista, documentarista, curatrice di mostre, appassionata ed esperta d’arte, cinema, teatro, letteratura, fotografia, enogastronomia, con 15 anni d’esperienza nel settore dell’energia e dell’ecologia. Ovvero: è terribilmente curiosa! Dalla Città Eterna si è trasferita nella Ville Lumière, dove è titolare dell’agenzia Labi communication, e come Joséphine Baker ha due amori: l’Italia e Paris. 

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