Paul Klee: l’ironia all’opera

Paul Klee, Insula dulcamara, 1938 Huile et couleur à la colle sur papier sur toile de jute 88 x 176 cm Berne Paul Klee, Insula dulcamara, 1938 Huile et couleur à la colle sur papier sur toile de jute 88 x 176 cm Berne Zentrum Paul Klee © domaine public
“Sono dio”, afferma Paul Klee, a 22 anni. Al pittore tedesco che fece dell’(auto)ironia il proprio marchio di fabbrica, il Centre Pompidou di Parigi dedica l’evento della stagione.

Un’incredibile retrospettiva che, dal 6 aprile al 1° agosto, occupa i 1100m2 del sesto livello dell’istituzione culturale con 230 opere provenienti da tutto il mondo, molte delle quali esposte per la prima volta in Francia.

“Nonostante sia scomparso precocemente, Paul Klee (1879-1940) ha prodotto 10.000 opere, tra le quali non avevo che l’imbarazzo della scelta”, dichiara il commissiaro dell’esposizione, Angela Lampe. “L’ultima grande retrospettiva a lui dedicata in Francia risale al 1969 al Museo nationale d’arte moderna di Parigi. Una rilettura del suo lavoro, dagli esodi agli ultimi anni, era necessaria”.

Tale rilettura mette in evidenza il modo in cui Klee pratica l'ironia secondo un nuovo e più profondo modo di leggere il mondo che trova la sua origine nel primo romanticismo tedesco, che definiva l’ironia come “una buffoneria trascendentale”. Rappresentandosi a sua volta come monaco o come attore, Klee affina nel corso della sua vita una strategia che gioca sugli antagonismi. Oscilla tra dichiarazione e negazione; integra nella sua creazione una riflessione sui mezzi e i principi propri dell'arte. Secondo lui, quest'ultimo dovrebbe essere “un gioco con la legge” o “un difetto nel sistema”.

Si tratta di un'oscillazione costante tra satira e la dichiarazione di un assoluto, finito e infinito, reale e ideale. Paul Klee si iscrive nella pratica dell'ironia ispirata da filosofo Friedrich Schlegel: “Ironia è quello stato d’animo che sovrasta a tutto e che si solleva infinitamente su tutto ciò che è limitato: perfino sulla propria arte, virtù o genialità”. Questo nuovo approccio permette anche di chiarire la relazione di Klee con i suoi pari e le correnti artistiche della sua epoca.

L'esposizione si articola in sette sezioni tematiche che mettono in luce ogni tappa l'evoluzione artistica di Paul Klee: Inizi satirici (i primi anni); Cubismo; Teatro meccanico (all'unisono con il Dadaismo e il Surrealismo Paul Klee); Costruttivismo (gli anni al Bauhaus de Dessau); Sguardi dietro (gli anni 1930); Picasso (la ricezione da parte di Klee dopo la retrospettiva di Picasso a Zurigo nel 1932); Anni di crisi (tra la politica nazista, la guerra e la malattia).  Il percorso riunisce le molteplici opere dell’artista tra pittura, scultura e disegni, una selezione prestigiosa di capolavori rari, tra cui Vorführung del Wunders dialoga con Angelus novus, due acquarelli mitici della raccolta di Walter Benjamin.

Paul Klee è un autodidatta, la sua passione per il disegno si sovrappone fino a sostituirsi a quella per il violino, strumento impostogli dalla famiglia, figlio di un professore di musica e di una pianista. Da giovane esita a lungo tra l’archetto e i pennelli, ma la scelta si rivela come un’evidenza e scrive nel suo diario: “Il colore e io siamo uno, sono pittore”. Klee considera l’arte come una trasgressione e prende le distanze da se stesso ne suoi autoritratti, mettendo in scena dei sosia comici. Non ama le etichette. Nutre la propria ispirazione attraverso i viaggi – Italia, Tunisia e Francia – si unisce a Bauhaus e frequenta Kandisky. “Prende coscenza che sarà qualcuno che segue, quindi cerca di avanzare ne proprio percorso artistico di maniera antagonista con molto humour”, continua Mme Lampe.

“Mai teorico, resta nel mondo che lo circonda, spiega il commissario. Le sue forme geometriche sono dei personaggi. Nel 1932, visita la retrospettiva di Picasso a Zurigo. Sceglierà poi dei formati più grandi. Cinque anni dopo, i due grandi maestri si incontreranno. Picasso arriverà in ritardo, e da buon tedesco Klee sarà contrariato. Seguirà un lungo silenzio, fatto di profondo rispetto reciproco. Un incontro che ancora oggi è ricco di mistero. Come l’opera di Klee, che spinge e riflettere, pone degli interrogativi, che sembrano quasi degli indovinelli”.  

L’ultimo capitolo è quello degli anni della crisi.  Dal 1933, Paul Klee immortala il viso di chi sarà la causa del suo esilio: Adolf Hitler. Il pittore tedesco considerato dal regime come un artista degenerato testimonia le violenze del nazismo, la necessità di dimostrare la propria ascendenza ariana. Nel 1939, un anno prima della sua morte, realizza 1.253 opere. Una pulsione per esorcizzare un trauma immenso e l’esigenza di dimostrare la propria libertà di pensiero. 

L’esposizione, infatti, rivela come, percorrendo i vari periodi della sua vita, Klee riesca a denunciare con ironia i dogmi e le norme dei suoi contemporanei, dai suoi inizi satirici agli ultimi anni d'esilio a Berna. Arma temibile, l'ironia gli serve non soltanto a sfidare il sistema ma anche affermare la sua libertà totale, che si situa alla base del suo idealismo umanistico.

Pubblicato in Arte
Cristina Biordi

Giornalista professionista, documentarista, curatrice di mostre, appassionata ed esperta d’arte, cinema, teatro, letteratura, fotografia, enogastronomia, con 15 anni d’esperienza nel settore dell’energia e dell’ecologia. Ovvero: è terribilmente curiosa! Dalla Città Eterna si è trasferita nella Ville Lumière, dove è titolare dell’agenzia Labi communication, e come Joséphine Baker ha due amori: l’Italia e Paris. 

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