Storia e arte unite da un fil rouge

Storia e arte unite da un fil rouge
Rosso. Arte e utopia nel paese dei sovietici è un viaggio nella storia dalla Rivoluzione d’Ottobre alla morte di Stalin. La mostra parigina, che si tiene fino al 4 giugno al Grand Palais,si interroga sull’influenza del comunismo sull’arte nei paesi sovietici attraverso 400 opere esposte, tra pittura, scultura, architettura, fotografia, teatro, cinema e design realizzate da artisti come Alexander Rodchenko, Kazimir Malevich, Gustav Klutsis, Alexander Deineka, Sergei Eisenstein, Varvara Stepanova e molti altri.

Come spiega Nicolas Liucci-Gutnikov, curatore dell’evento, la mostra copre un periodo dal 1917 al 1953, due date fondamentali per la storia sovietica. «Nel 1917, la Rivoluzione di Ottobre diede origine alla speranza di una nuova società, rapidamente impedita dall’effettivo esercizio del potere». I capovolgimenti sociali ebbero delle forti ripercussioni sulla creazione artistica. Molti artisti aderirono al progetto comunista e vollero partecipare con le loro opere alla costruzione di una nuova società. L’arte era vista come uno strumento per educare il proletariato. Dalla fine degli anni Venti, i dibattiti furono chiusi dal regime stalinista che instaura progressivamente il "realismo socialista". « Nel 1953, la morte di Stalin pose fine a più di 20 anni di esasperato totalitarismo. L’esposizione si svolge tra questi due confini cronologici ».

Per rispondere a quest’esigenza temporale, il percorso è articolato in due sequenze. La prima parte della mostra mette in evidenza i dibattiti che animano vigorosamente la scena artistica sovietica all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre e che si estendono durante gli anni Venti, e che ruotano intorno a una domanda cardine: quale dovrebbe essere l’arte della nuova società socialista? Alla questione cerca di rispondere il progetto portato avanti da gran parte delle avanguardie: abbandonare le forme d’arte considerate "borghesi" a favore di un’"arte di produzione" che possa partecipare alla trasformazione attiva del modo di vivere. Design, teatro, fotomontaggio e cinema stanno diventando i mezzi privilegiati di questa impresa radicale, attorno a figure chiave come Gustav Klutsis, Vladimir Majakovskij, Lyubov Popova, Alexander Rodchenko e Varvara Stepanova. L’architettura costruttivista si pone esplicitamente al servizio del "controllo sociale". Inventa nuove tipologie di edifici - club dei lavoratori, habitat collettivi - e sogni di città ideali.

Questa utopia artistica di fusione di arte nella vita viene rapidamente bloccata dalla crescente ostilità della potenza bolscevica nei confronti dell’avanguardia. Essi favoriscono un’arte "comprensibile dalle masse", che rifletta la trasformazione in corso della società.

La concentrazione di potere nelle mani di Stalin, totale nel 1929, comporta la fine del pluralismo finora difeso da Trotsky o Bukharin. Mentre l’arte di sinistra viene accusata di "formalismo borghese", un consenso nasce intorno alla figurazione, considerata più capace di penetrare le masse e presentare i modelli del nuovo uomo socialista.

Un gruppo di artisti modernisti, formato alla scuola d’avanguardia, gioca un ruolo centrale nella lenta definizione delle fondamenta pittoriche del "realismo socialista" definito dal pittore ufficiale Alexander Guerassimov come «realistico nella sua forma e socialista nel suo contenuto». La Compagnia dei pittori del cavalletto a Mosca - con Alexander Deineka e Yuri Pimenov - e il Circolo d’artisti a Leningrado - Alexander Samokhvalov o Alexei Pakhomov - offrono una pittura monumentale che celebra gli eroi idealizzati, di cui l’esposizione presenta una vasta selezione di opere, divise per aree tematiche consacrate al lavoro degli operari, al corpo e al futuro luminoso.

Una spettacolare collezione di opere è inoltre dedicata all’architettura stalinista che, come la pittura, si monumentalizza: dalle fermate della metropolitana di Mosca, alle stazioni ferroviarie lussuosamente arredate, progetti giganteschi sono ideati per rendere la città una capitale mondiale. Infatti, Mosca ha accolto molti artisti dell’Internazionale comunista, da John Heartfield a Diego Rivera, per soggiorni più o meno prolungati. Tra le opere esposte anche un quadro di Renato Guttuso, "I lavoratori giornalieri", donato a Stalin per il suo 70° compleanno.

La mostra si conclude con una selezione di opere che riflettono l’avvento del dogma realista socialista attraverso dei quadri di stile accademico che mettono in scena la figura mitizzata del capo riciclando i cliché della pittura storica. Interamente assoggettata all’ideologia, trasformata in una macchina per produrre immagini, l’arte annega in un kitsch di stato.

Rosso. Arte e utopia nel paese dei sovietici presenta diverse opere raramente esposte in Francia e rende giustizia al movimento di pittura modernista, volutamente ignorato a favore dei lavori neo-accademici promossi dal regime, riprodotti massivamente sui poster e sulle cartoline.

Pubblicato in Arte
Cristina Biordi

Giornalista professionista, documentarista, curatrice di mostre, appassionata ed esperta d’arte, cinema, teatro, letteratura, fotografia, enogastronomia, con 15 anni d’esperienza nel settore dell’energia e dell’ecologia. Ovvero: è terribilmente curiosa! Dalla Città Eterna si è trasferita nella Ville Lumière, dove è titolare dell’agenzia Labi communication, e come Joséphine Baker ha due amori: l’Italia e Paris. 

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