Sui passi de “L’uomo che cammina” di Giacometti

Sui passi de “L’uomo che cammina” di Giacometti
L’uomo che cammina, più che un capolavoro, è un’icona dell’arte del XX° secolo. Con questo motivo emblematico, Alberto Giacometti è riuscito a concentrare il potere evocativo del suo lavoro e incarnare l’aspirazione, la più potente, del suo tempo: umanizzare il mondo, la storia e l’arte.

Per la prima volta, le diverse statue create dall’artista svizzero de L’uomo che cammina sono riunite, così come la maggior parte delle variazioni scolpite e disegnate su questo tema, presso l’Instituto Giacometti di Parigi, in occasione dell’esposizione che prende il titolo dall’opera stessa dello sculture.

Il pubblico potrà ammirare, dal 4 luglio al 29 novembre 2020, in modo eccezionale, il primo “Uomo” a grandezza naturale del 1947 e L’uomo che cammina I, II e III (1960) della Fondazione Giacometti.

Questa importante mostra, curata da Catherine Grenier, presidente dell’Instituto, e da Thierry Pautot, ripercorre la genealogia del motivo, dalla Donna che cammina (1932), del periodo surrealista, alle icone create negli anni 1959-60. Accompagnata da numerosi documenti e disegni inediti, l’esposizione racconta la storia dell’opera più famosa di Giacometti.

Attraverso questa scultura emblematica, l’artista riesce a dire tutto sull’essere umano nella più grande economia dei mezzi e degli effetti: un materiale compresso al limite estremo, un atteggiamento senza pathos, essenzialmente umano nella sua semplicità, un simbolo senza enfasi, un titolo senza lirismo. Questa incarnazione dell’umanità, particolarmente preziosa ai giorni nostri, colloca quest’opera tra le più conosciute al mondo e, tra l’altro, quella che ha battuto i record di vendita all’asta nel 2010: la scultura L’uomo che cammina I fu acquistata per 74,2 milioni di euro.

In origine l’opera, nel suo primo stato, era Una donna che cammina (1932). Il motivo compare per la prima volta in questa figura d’ispirazione surrealista ed egizia allo stesso tempo. Senza testa né braccia, il corpo snello è come un oggetto archeologico, l’estetica di questo personaggio androgino ricorda inoltre la scultura simbolista che l’artista conosce bene. Riecheggia l’influenza letteraria e come accennato quella surrealista. Ricorda il fascino di Dalí per Gradiva, la “donna che avanza” dal racconto di Wilhelm Jensen, testo reso ulteriormente famoso da Sigmund Freud che lo utilizzò per il suo studio sui sogni.

Il tema riappare dopo la Seconda Guerra mondiale, in occasione di alcuni progetti per delle statue commemorative per i quali Giacometti esplora le modalità di rappresentazione di una figura umana universale (1946). Tra questi quello che la municipalità di Parigi gli commissiona: una statua monumentale in memoria del pedagoga Jean Macé, fondatore della Lega dell’insegnamento. Lo scultore presenta, secondo i ricordi dello scrittore André Thirion, “un meraviglioso personaggio filiforme”, ma il progetto non verrà ritenuto.

A partire dal 1947, l’artista inizia a creare alcune statue, di diverse misure, rappresentanti tale soggetto. La figura non si riferisce più a uno stereotipo di rappresentazione, ma alla percezione di una situazione quotidiana. In strada, in una piazza, Giacometti mette in scena l’uomo comune e la fugace visione della vita incarnata dal movimento delle persone che spostano nello spazio. Come dimostrano i titoli dei suoi lavori: Piazza (1948), Uomo che attraversa una piazza da una mattina di sole (1950)...

Affrontare il motivo de L’uomo che cammina è stata una sfida per un artista che, come Alberto Giacometti, ha il massimo rispetto per le opere dell’antichità e di tutta la storia della scultura. Figure egiziane, la scultura monumentale greca arcaica, ma anche il famoso Uomo che cammina di Auguste Rodin (1907) o la moderna figura in movimento di Umberto Boccioni sono i modelli illustri sulla cui scia l’artista svizzero ha voluto imporre il suo segno. A differenza dei suoi predecessori, la figura che mette in scena non ha l’aspetto di un eroe, è a metà strada tra la rappresentazione e il segno, la figurazione e l’astrazione.

Con L’uomo che cammina, Giacometti rivisita gli archetipi, consegnado alla storia dell’arte un’immagine iconica dell’essere umano moderno.

Pubblicato in Arte
Cristina Biordi

Giornalista professionista, documentarista, curatrice di mostre, appassionata ed esperta d’arte, cinema, teatro, letteratura, fotografia, enogastronomia, con 15 anni d’esperienza nel settore dell’energia e dell’ecologia. Ovvero: è terribilmente curiosa! Dalla Città Eterna si è trasferita nella Ville Lumière, dove è titolare dell’agenzia Labi communication, e come Joséphine Baker ha due amori: l’Italia e Paris. 

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