Wasteland: la poesia di T.S. Elliot interpretata dagli artisti di Los Angeles

Analia Saban / Draped Marble (Fior di Pesco Apuano) 2015 Analia Saban / Draped Marble (Fior di Pesco Apuano) 2015 Courtesy de l’artista e Sprüth Magers © Analia Saban
“Aprile è il più crudele dei mesi, genera lillà da terra morta, confondendo memoria e desiderio, risvegliando le radici sopite con la pioggia della primavera.”

È l’incipit di La terra desolata (The Waste Land) di T. S. Eliot, uno dei capolavori della poesia modernista, e il filo conduttore dell’esposizione collettiva Wasteland. New Art from Los Angeles che si tiene simultaneamente in due spazi, il Mona Bismarck American Center a Parigi e la Galerie Thaddaeus Ropac a Pantin, fino al 17 luglio.

Il commissario Shamim M. Momin, nonché presidente e direttore artistico del LAND (Los Angeles Nomadic Division), ha raccolto le opere di 14 tra i maggiori artisti della scena della città degli angeli: Edgar Arceneaux, Lisa Anne Auerbach, Math Bass, Mark Bradford, Sam Falls, Daniel Joseph Martinez, Jonathan Pylypchuk, Fay Ray, Ry Rocklen, Amanda Ross-Ho, Analia Saban, Shannon Ebner & Erika Vogt e Brenna Youngblood.

La scelta dello spazio espositivo non è casuale. Raina Lampkins-Fielder, direttrice artistica del Mona Bismarck American Center, sola istituzione parigina dedicato all'arte americana, ha ricordato in occasione della conferenza stampa che quest’importate luogo di cultura statunitense celebra quest'anno il 30° anniversario della sua fondazione. “È l'occasione per Mona Bismarck American Center di rinnovarsi e di ridefinire le sue missioni come tutore e promulgatore della diversità dell'America di XX° e XXI° secolo nel dominio dell'arte e delle idee. Era dunque naturale inaugurare il nostro “rinascimento” con l'esposizione Wasteland: New Art from Los Angeles, che mette in luce il dinamismo degli artisti contemporanei di Los Angeles”.

La programmazione del Mona Bismarck American Center è all’immagine della diversità degli interessi dimostrati dai artisti, coreografi, musicisti, scrittori e curatori che ospita. “L'America – ha continuato Raina Lampkins-Fielder - come concetto, è una costruzione in continuo cambiamento attorno ad una idea difficile da definire. L'America non si può riassumere in una parola: è alle volte molto mutevole, multiculturale, troppo e male definita, e spesso contradittoria. Come istituzione che ha il compito di fare conoscere le arti, gli artisti e il pensiero critico degli Stati Uniti in Francia, raccontiamo una storia articolata, multiculturale e multimediale; ed abbiamo la libertà di farlo in modo originale.”

Come ricorda Shamim M. Momin, Elliot ha pubblicato la sua poesia nel 1922, in un periodo che presenta delle similitudini inquietanti con la nostra epoca attuale, un periodo di disinganno politico (il giorno dopo della Prima Guerra mondiale), culturale (l'urbanismo moderno) ed individuale (la difficoltà a comunicare e la perdita della fede).

Oltre a questo riferimento letterario, il titolo Wasteland provoca altre risonanze, dalla vecchia e dura antifona “sul deserto culturale” di Los Angeles fino alla realtà geografica dei terreni incolti che caratterizzano allo stesso tempo la città e i paesaggi naturali della California del Sud. Inoltre, questo titolo riporta alla mente alcune immagini di un futuro post-apocalittico e post-umano che si deve soprattutto all’immaginario costruito negli studi cinematografici di Hollywood.

Analizzando le diverse sezione della poesia, gli artisti hanno cercato di dar vita a degli incontri, intensi e multidimensionali, tra la poetica della disperazione, la ricerca di legami autentici, la precarietà dei valori e l'incertezza del futuro. 

Avvalendosi di tecniche e di supporti diversi - scultura, performance, pittura, installazioni interattive, fotografia e musica -, gli artisti di Wasteland, che hanno in comune il fatto vivere e lavorare a Los Angeles, creano delle opere capaci di dialogare con l’ambiente che le ospita. A ogni artista è stato chiesto di realizzare una nuova opera o di rielaborare opere preesistenti per creare questo dialogo unico tra la Galerie Thaddaeus Ropac di Pantin e il Mona Bismarck American Center, a tra Parigi e Los Angeles.

Library of Black Lies incarna al meglio questa corrispondeza tra opera e spazio che la contiene. Come in un gioco di matriosche, l’opera di Edgar Arceneaux, un’ installazione architetturale, una scatola di legno, labrinto che continene una libreria in cui i volumi sono dei “falsi”, i cui titoli sono reinventati, deformati come nel gioco del teleefono,  al posto dlele pagine dei ritagli di giornali, alcuni testi sono cristallizzati e inaccessibili. L’idea portante è quella che non esiste la verità, una verità, ma che questa viene deformata dagli uomini, adattata alle diverse esigenze, reinterpretata nel tempo. Gli specchi del labirinto confondo, aumentano lo spazio e invitano a riflettere. Il lavoro di Edgar Arceneaux approfondisce la relazione tra forme e concetti apparentemente diversi, e stabilisce legami tra le idee tramite composizioni a plurisemantiche o di assemblaggi di immagini. Per strizzare l’occhio, nella stanza che ospita l’opera c’è una vera librerie che però nasconde una porta “segreta” volutamente lasciata aperta, “scoperta” ai visitatori.

Da segnalare anche i lavori di Analia Saban, Claim (from Chesterfield Sofa) e Draped Marble, il primo composto da due oggetti un sofà e un quadro sopra legati dalla stessa tela di lino color neutro, che si sparge e si sviluppa fondendosi con il divano. L'umore paradossale di quest’opera riecheggia anche nel secondo lavoro, dove una lastra di marmo viene appoggiata su un cavalletto come fosse asciugamano o un telo bagnato. Rompendosi dove piega, e mantenendo comunque la sua forma, il marmo viene destrutturato, trasformato in altro. E ancora American Megazine  #3 di Lisa Anne Auebach, Yellow Gate di Math Bass e Image, Idol, Double di Fay Ray  e Denian Grace, Toucan Man e Snake on the Planes di Ry Rocklen.

Il catalogo pubblicato in occasione dell'esposizione, introdotto da Shamim M. Momin, si avvale della collaborazioni di dodici firme importanti scrittori, storici dell'arte, editori e commissari d'esposizione di Los Angeles, invitati specificamente a fornire un testo critico su ciascuno dei quattordici artisti esposti. 

Questa nuova partnership tra il LAND, Mona Bismarck American Center e la Galerie Thaddaeus Ropac offre ad ognuna delle tre istituzioni un'occasione eccezionale di interpellare un pubblico diverso e di diffondere l’arte di Los Angeles in una delle maggiori capitali culturali europee. 

 

Mona Bismarck American Center

Pubblicato in Arte
Cristina Biordi

Giornalista professionista, documentarista, curatrice di mostre, appassionata ed esperta d’arte, cinema, teatro, letteratura, fotografia, enogastronomia, con 15 anni d’esperienza nel settore dell’energia e dell’ecologia. Ovvero: è terribilmente curiosa! Dalla Città Eterna si è trasferita nella Ville Lumière, dove è titolare dell’agenzia Labi communication, e come Joséphine Baker ha due amori: l’Italia e Paris. 

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