Approvato al Senato il ddl contro il caporalato

Luigi Sbarra alla manifestazione di Bari del 25 Giugno 2016 Luigi Sbarra alla manifestazione di Bari del 25 Giugno 2016 ©Giovanni Currado
Il 2 Agosto 2016, con 190 voti favorevoli, nessuno contrario, e 32 astenuti, è passato al Senato il ddl 2217 sulla lotta al caporalato.

 

“Il via libera di Palazzo Madama al ddl contro il caporalato è una splendida notizia, che premia la coesione politica e una mobilitazione del sindacato agricolo sfociata nella grande manifestazione a Bari del 25 giugno. Ora bisogna garantire una rapida e definitiva approvazione a Montecitorio: il passaggio deve essere rapido e senza sorprese”.

Lo afferma in una nota Luigi Sbarra, Segretario Generale della Fai Cisl, commentando l’approvazione del ddl 2217 sul caporalato da parte dell’Aula del Senato. Ora Fai, Flai, e Uila hanno ottenuto un appuntamento per il 13 Settembre con la Presidente della Camera Laura Boldrini, per far sì che l’attenzione rimanga alta e che non ci siano ulteriori lungaggini.

“Siamo a un punto di svolta nella direzione di un contrasto partecipato a una piaga storica e sedimentata” conclude Sbarra.

Una lunga storia che Valeria Palumbo, sul Corriere della Sera, ripercorre dal ’71. Ma le rivolte ci son sempre state, basti pensare a Pio La Torre, e alle occupazioni delle terre nel ’49, per le quali poi sconterà più di un anno di carcere.

Una lunga storia che vede molti cambiamenti. Son cambiati i braccianti, prima “regionali”, poi meridionali. Negli anni’50, quelli del boom economico, a Torino si leggevano cartelli con scritto “non si affitta ai meridionali”. Quegli stessi meridionali oltre a popolare le fabbriche, facevano anche la famosa stagione, salivano su, al nord, chi già non c’era, e raccoglievano frutta, uva, nocciole. Dormivano nelle cascine, e si spezzavano la schiena.

“Quando ero giovane io, non si parlava di contratti, ferie, contributi. Si andava in campagna e si lavorava”. È il ricordo di un agricoltore della Calabria, ma come lui tanti hanno la stessa storia.

Poi i braccianti son cambiati, e con la fine dell’URSS sono diventati albanesi, rumeni, polacchi. Sono arrivati poi i marocchini, gli algerini, i tunisini. Ognuno con le loro storie, ognuno con la loro fatica da spendere sulla nostra terra. Oggi i braccianti in Italia sono per lo più del West Africa, la maggior parte con permessi di soggiorno regolari, e qui da almeno mezza decade. Ragazzi e uomini non più tanto giovani, che si piegano a raccogliere i pomodori che troveremo in offerta nei nostri supermercati, o le arance, le pesche.

Negli anni è cambiato anche il lavoro e dal “nero” si è passati al “grigio”, che è una forma di nero ma con più garanzie per il datore di lavoro. E poi è cambiato persino il caporalato, già, da nostrano sta diventando etnico. Caporalato etnico, una forma di sfruttamento all’interno delle stesse comunità di braccianti.

La proposta di legge approvata in Senato mira a garantire una complessiva e maggiore efficacia dell'azione di contrasto al caporalato. Nei vari articoli, il disegno di legge introduce modifiche significative in diversi testi normativi; estende l’arresto obbligatorio anche al delitto d’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro; amplia l’ambito della confisca obbligatoria al cosiddetto caporalato; introduce la responsabilità  amministrativa degli enti per il delitto d’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro; estende le finalità del Fondo di vittime della tratta anche alle vittime del delitto di caporalato; e si legge “prevede che le amministrazioni statali direttamente coinvolte nella vigilanza e nella tutela delle condizioni di lavoro nel settore agricolo predispongano congiuntamente un piano di interventi volto a garantire la sistemazione logistica di tutti i lavoratori impegnati nelle attività stagionali di raccolta dei prodotti agricoli, al fine di evitare i rischi legati al conseguente maggiore afflusso di manodopera anche straniera”.

John Steinbeck, nel ’39, scriveva nelle pagine di Furore “gli uomini mangiavano cibo che essi non avevano coltivato, più nessun vincolo li legava al proprio cibo”. Forse, con l’approvazione di questa legge, in futuro, saremo più in contatto almeno con chi il nostro cibo lo coltiva.

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