Braccianti, la musica "Fuori dal ghetto"

Sandro Joyeux a Venosa Sandro Joyeux a Venosa @ Gabriele Guida
La musica è universale ed unisce tutti i popoli. Lo sa bene Sandro Joyeux, musicista diviso tra Francia ed Italia che ha portato, dal 22 al 25 agosto, il suo repertorio di musica africana e reggae nei ghetti dei braccianti sfruttati per la raccolta dei pomodori tra Puglia e Basilicata.

Il suo “Fuori dal ghetto tour” organizzato da Medici per i Diritti Umani, Io Ci Sto, Radio Ghetto, OMB Fuori dal ghetto e Funky Tomato è stato un successo di pubblico ed emozioni.

Prima tappa: il Gran Ghetto di Rignano. Per arrivarvi bisogna percorrere una strada di polvere che si prende dalla SP23, una volta giunti a destinazione la sensazione è quella di essere in un villaggio africano. Ci son cose che sono difficili anche solo da immaginare, che riteniamo relegate a tempi lontani, epoche passate, luoghi molto distanti da noi. Cose come i ghetti. Questa parola risale a cinquecento anni fa, e nell’immaginario collettivo europeo riporta immediatamente alla Seconda Guerra Mondiale ed ai massacri allora compiuti. Questa parola dovrebbe essere ormai estinta, eppure così non è. Ancora oggi viene utilizzata, perchè ancora oggi, in Italia, ne esistono.

Il Gran Ghetto di Rignano vede la sua nascita circa quindici anni fa, quando la raccolta dei pomodori iniziò ad interessare la forza lavoro magrebina presente sul nostro territorio. Si innescò così un processo di sostituzione di braccianti, passando da quelli italiani a quelli originari del nord africa. Da lì poi si è passati ad una forza lavoro principalmente subsahariana che è oggi la principale popolazione del ghetto. Oltre ai casolari storici abbandonati ed occupati, negli anni l’agglomerato si è espanso con baracche costruite con vera maestria, sostenute da un’anima di legno, un corpo di cartoni ed un rivestimento di teli impermeabili, ma prive di acqua, elettricità e servizi igienici.

Nel pieno della stagione della raccolta dei pomodori il ghetto ospita più di duemila persone.

Passeggiando per quelle stradine di terra e fango si viene trasportati in un’altra dimensione, parallela ed a sé stante. Vi sono all’interno varie attività commerciali, dal sarto al meccanico, dai ristoranti al bordello, dal macellaio o ai negozi di generi alimentari alla discoteca. Centinaia e centinaia di persone si muovono, si incrociano, si scambiano vita su quel pezzo di terra che appartiene a più di cinque proprietari. Di questi proprietari qualcuno si è fatto pagare per la costruzione delle baracche, altri li hanno lasciati stare, altri ancora sono rammaricati del fatto che lì non possono più coltivare. O almeno questo è ciò che si dice nel ghetto.

Una volta finito di montare il palco mobile della Funky Tomato Band, il gruppo di supporto in questo tour a Sandro Joyeux ed al suo percussionista Innous Dembele, fatto da un carrettino di legno apribile, e dal tetto della jeep che porta per l’Italia la band, la musica scoppia nel ghetto e l’entusiasmo è alto. Pian piano che Joyeux snocciola con grinta il suo repertorio si iniziano a susseguire al microfono vari musicisti africani ma non solo. C’è chi fa reggae, chi rap, chi improvvisa un canto africano. Più o meno bravi non importa, è un modo per sfogarsi e distrarsi da una dura giornata di lavoro lasciata alle spalle e da quella che verrà.

Le condizioni di lavoro in queste zone, tra la Puglia e la Basilicata nella stagione della raccolta dei pomodori, sono dure. Ci si spacca letteralmente la schiena per una paga che va mediamente dai 3,50 ai 4 € per cassone di pomodori (ogni cassone contiene all’incirca 300kg di pomodori). In una giornata lavorativa di 7,5h se ne riempiono mediamente 20. Questi guadagni sono però al lordo di 50 centesimi/cassone da dare al caporale che ha formato la squadra, e di 5 euro per il trasporto ai campi.

Ci sono incongruenze che è difficile dimenticare nonostante la bella serata di musica trascorsa nel ghetto. Com’è possibile che le istituzioni, in questo caso la Regione Puglia, prendano atto di una situazione così grave portando un quotidiano rifornimento d’acqua alle cisterne del ghetto di Rignano, per il costo annuale di un milione di euro, eppure non riescano a contrastare, nonostante l’istituzione di una task force, un fenomeno di sfruttamento così diffuso e così conosciuto?

Non tutti però ballano e si divertono, c’è chi preferisce ascoltare distante, dietro il palco, giusto per rilassarsi un po’. Un ragazzo con il cappuccio in testa ed una tanica in mano, è la sua riserva d’acqua da riempire alla cisterna, è poggiato alla jeep. “Oggi non ho lavorato perché non mi sento molto bene. Sono qui da tre giorni, ma ancora niente lavoro, non sono in forze”. Capita che con il cambio di condizioni di vita, passando da un’abitazione ad un materasso buttato in terra, questi ragazzi si ammalino e perdano giornate di lavoro. Questo porta ad un grande abuso di antinfiammatori per curare la “malattia del lavoro” è così che i ragazzi chiamano la fatica dei campi.

La serata di Sandro Joyeux nel ghetto di Rignano finisce con un po’ di carne di capra nell’atrio di un casolare abbandonato, adibito a piccolo ristorante, che splende nella notte illuminato da una luce stroboscopica che colora le pareti di rosso, blu e verde.

La seconda tappa del tour è stata a Venosa, piccolo gioiello della Basilicata, luogo d’origine del poeta romano Orazio a cui è stata dedicata la piazza dove si è tenuto il concerto. Oltre l’esibizione del cantante francese si sono susseguiti sul palco vari artisti: Banda Roncati; Layne Douglas; Alfy Kaiba+Shot+Marina Manson; Motherline; Brigata Gravattone. Un momento importante della serata è stata l’esibizione di tre ragazzi braccianti che hanno interpretato, nell’ambito del progetto teatrale dei Cantieri Meticci di Bologna, Candido di Voltaire, improvvisando una dichiarazione d’amore, da dietro una cornice rossa, nei confronti di una Cunegonda sui generis che accanto a loro suonava abilmente il violino.

Quella che sarebbe dovuta essere la terza ed ultima tappa del tour si è tenuta al ghetto di Boreano, a pochi chilometri da Venosa. Un agglomerato di baracche molto più piccolo rispetto al Gran Ghetto, che si estende lungo una via sterrata, alternando costruzioni di fortuna a casolari abbandonati ed occupati e che ospita all’incirca quattrocento persone. Ad accogliere Sandro Joyeux una quotidianità ormai radicata; chi si faceva la barba seduto su di una sedia di legno alquanto precaria, con in mano un rasoio ed un pezzo di specchio; chi lavava i propri abiti in un secchio; chi invece si era riunito ad altri nella sala di preghiera, costruita proprio sopra le macerie di un casolare distrutto. Altri avevano invece scelto di pregare sotto la tettoia di un altro casolare, quello più vicino all’abitazione dell’Imam, nel buia della notte non risuonavano altro che le loro lodi.

Anche in questo ghetto vi si trovano attività commerciali, un bordello, la sala di preghiera con i tappeti, un paio di ristoranti, qualche pollaio qui e là. Però l’acqua non c’è, si paga un rifornimento interno, 50 cent per 20lt. Non c’è neanche elettricità. Gli unici casolari illuminati sono quelli che utilizzano dei generatori, e sono pochi. C’è chi torna al buio, per queste strade di campagna, spingendo una bicicletta e la propria stanchezza.

Gli abitanti di questo ghetto sono principalmente del Burkina Faso, e preferiscono rimanere lì, piuttosto che andare nel centro di accoglienza della Croce Rossa, non molto distante, perché “l’Italia è tutta montagna”, ed è faticosa da pedalare. I campi sono più vicini al ghetto, e poi soprattutto nel ghetto ci si sente a casa, almeno per un breve periodo, prima di tornare alle proprie vite ed ai propri lavori in giro per l’Italia, dalla Campania al Veneto. Sì, perché la maggior parte di questi ragazzi ha regolari documenti ed un posto di lavoro altrove.

“Io vivo a Napoli” dice M. con un tipico accento partenopeo “lavoro in un supermercato, ho preso le ferie per venire a fare la raccolta, poi torno”. C’è chi invece segue il ciclo agricolo, e lavora stagionalmente in varie regioni, dalla Calabria alla Sicilia.

È la dignità del lavoro che li spinge, ed anche la necessità di sopperire ad un perenne sfruttamento lavorativo, non solo d’estate.

“Preferisco andare all’inferno, piuttosto che qualcuno mi tolga la dignità. Gli schiavi ancora esistono, e siamo noi. Dove sto io, d’inverno, al nord, è come qui. Non ce le segnano tutte le ore, e non ci pagano come da contratto. Ci pagano meno. Ma io ho detto no, basta. Presto tornerò in Burkina Faso, e poi vediamo” Sono queste le parole di I. un ragazzone, con la faccia buona. Mentre in quest’estate di fuoco si è parlato moltissimo di chi in fuga è giunto sulle nostre coste, molto poco invece si parla di chi da anni ormai vive e lavora nel nostro Paese, e che ora inizia a pensare di andar via perché qui anche loro hanno la percezione di non avere un futuro qui.

Anche la terza tappa del tour è stata un successo, una vera e propria festa per tutti quei braccianti che hanno partecipato, ballato e cantato.

L’ultima tappa, che è stata in realtà organizzata all’ultimo momento, questa volta dall’associazione scientifico-culturale Z’Unica di Lucera, e comunque sostenuta dagli organizzatori del tour, è stata fatta a Borgo Mezzanone, frazione di Manfredonia, a pochi chilometri da Foggia, nella suggestiva quanto surreale scenografia dell’ex pista militare ora occupata da migranti di ogni nazionalità. Esattamente accanto al Centro per richiedenti asilo. La storia di questo luogo, raccontata nel documentario “le vite accanto” di Luciano Toriello e Annalisa Mentana, è tipicamente italiana. Inizialmente territorio del CARA, la pista fu poi abbandonata perché era difficile la gestione di un’area così estesa, preferendo la costruzione di alcune palazzine per una gestione verticale piuttosto che orizzontale. I container lasciati lì furono presto occupati, e la procedura ufficiosa che si racconta è molto semplice, i migranti richiedono i documenti all’interno della struttura gestita dai militari, se la richiesta viene respinta, escono dal buco nella recinzione e occupano un posto all’interno dei container presenti lì fuori.

A suggellare la chiusura del concerto e del tour sono state le parole di un ragazzo della Costa d’Avorio, che con la musica ormai ferma ha voluto prendere in mano il microfono per esprimere la sua felicità: “oggi è stato uno dei giorni più belli della mia vita, perché oggi davvero c’è stata fratellanza tra neri e bianchi, perché oggi davvero siamo stati una cosa sola”.

 

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Pubblicato in Attualità

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