Corte Costituzionale boccia il ritorno al nucleare

L’annunciato e strombazzato ritorno dell’Italia al nucleare, cardine della politica energetica del governo Berlusconi, potrebbe essere già arrivato al capolinea. Almeno nella forma in cui il governo lo aveva immaginato e impostato.

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La Corte Costituzionale ha bocciato la legge che permetteva il ritorno all’energia nucleare nel nostro paese. Questa legge era stata fortemente voluta dal presidente del Consiglio e dall’ex ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola. Era considerata uno dei fiori all’occhiello del governo nazionale. La Corte Costituzionale fa giustizia cassandola, restituendo agli enti locali, ed in particolar modo alle regioni, la facoltà di appoggiare o rigettare integralmente le scelte operative e territoriali dell’esecutivo nazionale in materia di energia nucleare. Finisce anche ogni possibilità di commissariamento, essendo stata dichiarate illegittima ogni urgenza in materia.

La Corte Costituzionale ha bocciato una parte piuttosto importante del decreto legge del 3 agosto 2009, che sanciva la riapertura delle centrali. È stato di fatto cancellato l’articolo 4, il cui testo enfatizzava l’importanza del ritorno al nucleare, spiegava che questo sarebbe stato realizzato facendo massiccio ricorso a capitali privati e che il governo avrebbe potuto nominare dei commissari straordinari – con poteri straordinari – per determinare l’ubicazione e la costruzione delle centrali e dei siti dove stoccare le scorie.

La Corte Costituzionale considera incostituzionale la legge perché reputa incompatibile l’urgenza della costruzione delle centrali nucleari con il ricorso ai capitali privati: “Trattandosi di iniziative di rilievo strategico, ogni motivo d’urgenza dovrebbe comportare l’assunzione diretta, da parte dello Stato, della realizzazione delle opere medesime”. La questione era stata sollevata dalla Toscana, dall’Umbria, dall’Emilia Romagna e dalla provincia autonoma di Trento, secondo cui con questo decreto legge il governo scavalcava in modo illegittimo le loro competenze. La Corte dà loro ragione:

 

“Se le presunte ragioni dell’urgenza non sono tali da rendere certo che sia lo stesso Stato, per esigenze di esercizio unitario, a doversi occupare dell’esecuzione immediata delle opere, non c’è motivo di sottrarre alle Regioni la competenza nella realizzazione degli interventi. [...] I canoni di pertinenza e proporzionalità richiesti dalla giurisprudenza costituzionale al fine di riconoscere la legittimità di previsioni legislative che attraggano in capo allo Stato funzioni di competenza delle Regioni non sono stati, quindi, rispettati”

 

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