Facciamo chiarezza sulle vicende del latte caprino sardo

Facciamo chiarezza sulle vicende del latte caprino sardo Foto dalla pagina ufficiale MPS - Movimento Pastori Sardi
Se ne è parlato tanto ma non abbastanza, si è conosciuta meglio la realtà dei pastori sardi ma è stata comunque semplificata sui giornali e soprattutto sui social: ecco cosa succede in Sardegna, le motivazioni dei pastori, i risvolti sul piano politico.

Il latte sardo ha come riferimento per il prezzo la domanda del pecorino romano: con la caduta a picco del costo del pecorino romano, è stato di conseguenza diminuito il prezzo del latte di pecora e di capra. I pastori si sono resi conto – e qui entrano in gioco i demeriti della politica, che avrebbe dovuto vigilare per tutelare la condizione degli allevatori – che di tutto il latte prodotto, solo una parte veniva effettivamente utilizzata per il pecorino romano, mentre il restante era venduto per la lavorazione di formaggi più costosi e rinomati: un’intera categoria di lavoratori e dunque di persone è stata messa in ridicolo, e ha preferito buttare il latte di propria mano piuttosto che svenderlo, con l’obiettivo di un gesto eclatante.

In seguito, dopo la peste suina e i relativi abbattimenti (3500 suini allo stato brado abbattuti tra il dicembre 2017 e il gennaio 2019, il 90% in Barbagia e Ogliastra) e la lingua blu (malattia infettiva della pecora causata da un virus, che ha messo in ginocchio molte aziende sarde), tutto il comparto ha iniziato a protestare. A circa dieci giorni dalle elezioni regionali, i pastori hanno deciso di scendere in piazza utilizzando metodi di protesta pacifici ma dimostrativi: il 9 febbraio i pastori di Pattada (SS) si sono presentati in Comune e hanno restituito le schede elettorali per segnalare la crisi che si abbatte sulle loro campagne; nel giorno stesso, gli allevatori riversatisi in strada hanno congestionato la Statale 131, arteria fondamentale della Cagliari-Sassari; domenica 10 febbraio i contestatori hanno fermato allo scalo di Porto Torres (SS) un tir frigo che trasportava carni suine, proveniente da Genova, denunciando le “pessime condizioni della merce destinata al mercato isolano”. Le dimostrazioni che hanno avuto più peso mediatico hanno avuto come protagonisti i fiumi di latte sardo riversati per le strade e nei torrenti, come ad esempio è avvenuto nella città di Olzai (NU); a Ortacesus (CA) i pastori hanno impedito ad alcuni tir di entrare nell’azienda casearia Serra: un autotrasportatore è stato costretto a riversare in strada ben 11 mila litri di latte. Domenica 10 abbiamo visto la squadra del Cagliari calcio solidale nei confronti della protesta della regione; risale a martedì 12 la presenza della delegazione di pastori sardi a margine della manifestazione Coldiretti a Montecitorio.

Il prezzo pagato dai caseifici che producono il pecorino romano è di 0,60 centesimi al litro – per quello ovino – e 0,50 centesimi – per quello caprino – (dall’ottobre 2018 ha subito una riduzione del 30%, relativa al rallentamento della richiesta del latte: il surplus di produzione del pecorino ha abbattuto il prezzo in seguito alla minore richiesta sul mercato). La richiesta degli allevatori è che il prezzo sia non inferiore ai 0,70 centesimi al litro e da Confagricoltura, secondo il vicepresidente nazionale Elisabetta Falchi, si parla di 1 euro al litro come del giusto prezzo, additando gli industriali e la pratica del cartello. Questi sono però i soli dettagli relativi all’intasamento del mercato, realizzatosi tra il 2016 e il 2017.

Riguardo invece alla diversificazione nella produzione – proprio per evitare la dipendenza diretta dal prodotto del pecorino romano – che gli ambienti economico-finanziari stanno consigliando, e per i quali ad ogni modo servirebbe un’adeguata regolamentazione, i pastori sostengono che essa già avvenga e che per averne conferma basterebbe guardare alle cifre di produzione: il latte di capra prodotto in Sardegna è infatti equivalente a quasi il triplo di quello che viene utilizzato per il pecorino romano.

Martedì 12 febbraio il Presidente ANCI Sardegna (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) Emiliano Deiana ha invitato i Sindaci della regione a discutere ed approvare presso il Consiglio Comunale un Ordine del Giorno, allegato via lettera, sulla crisi del settore agropastorale. Tra gli obiettivi che figurano nel documento vi è quello di “sostenere, non solo con le parole, ma dal punto di vista istituzionale, le rivendicazioni dei pastori che vedono, nel 2019, il prezzo del latte scendere del 50% in tre annualità passando da 1,20 euro al litro agli attuali 0,60 euro al litro” rivendicando la perdita dal circuito economico della Sardegna di circa 228 milioni di euro, “una massa di denaro enorme che manca dalla piccola economia locale delle nostre comunità”; evidenzia inoltre come la questione della pastorizia, dell'allevamento, della produzione del latte, della sua trasformazione e della vendita dei prodotti derivati sia una questione decisiva per tutta la Sardegna, per sigillare così la solidarietà sostenuta nei confronti delle giuste rivendicazioni che arrivano dal mondo agro-pastorale nonché nei confronti della dignità del lavoro.

La Guerra del latte sembra dunque destinata a continuare nella cornice di ulteriori atti dimostrativi da parte del mondo dei pastori come si può evincere dalle dichiarazioni del Movimento dei pastori sardi, il quale minaccia l’occupazione di porti e aeroporti. La situazione rimane critica anche e soprattutto in vista delle elezioni regionali del prossimo 24 febbraio che rischiano di essere sabotate: “Non entrerà nessuno a votare” – è l’ultimatum del coordinamento dei pastori sardi – “non voterà nessuno, blocchiamo la democrazia, ognuno si assuma le proprie responsabilità”.

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