I risultati di Tempo perso di OTODI: la prima indagine sul tempo dedicato al paziente e alla burocrazia da parte degli ortopedici

I risultati di Tempo perso di OTODI: la prima indagine sul tempo dedicato al paziente e alla burocrazia da parte degli ortopedici
«Il passaggio alla digitalizzazione è fondamentale, ma questa transizione va condotta nel modo giusto».

Sette ore al giorno per compilare moduli e firmare referti; un’ora e mezza per il verbale operatorio, un’ora per compilare le cartelle cliniche; quarantotto minuti per i pazienti.

A contare il tempo perso per dimissioni, compilazione di moduli, prescrizioni, certificazioni e tutti i vari adempimenti burocratici, quello che rimane da dedicare ai pazienti si riduce a poche decine di minuti, neanche un’ora al giorno per ogni ortopedico.

Sono questi i risultati importanti della ricerca dal titolo emblematico “Tempo perso” realizzata dalla società scientifica OTODI (Ortopedici e Traumatologi Ospedalieri d’Italia) in collaborazione con OTODI YOUNG. La prima di questo genere che analizza la qualità del tempo di cura dei medici ortopedici italiani.

La survey ha raccolto i dati di ottantadue unità ospedaliere di ortopedia e traumatologia italiane (il 20% delle quattrocento totali) distribuite in modo omogeneo sul territorio nazionale, focalizzando l’analisi su tre macroaree: le attività svolte in reparto, in sala operatoria e in Ambulatorio/Pronto Soccorso.

«Abbiamo realizzato questo studio perché ce lo chiedevano gli ortopedici: il lavoro burocratico sta aumentando a livelli insostenibili a discapito delle attività davvero importanti, quelle cliniche e quelle chirurgiche», ha ribadito il presidente OTODI Vincenzo Caiaffa.  «Il passaggio alla digitalizzazione, che è fondamentale per il nostro Sistema Sanitario, non si sta compiendo nel modo giusto, si perde molto tempo in pratiche burocratiche e questo va a discapito del nostro lavoro».

I risultati parlano da soli. L’ortopedico in Ambulatorio/Pronto Soccorso, su una media di trenta prestazioni giornaliere, dedica fino a 410 minuti al giorno alla compilazione di moduli per presidi ortopedici, certificati di malattia o INAIL oltre che la programmazione di controlli, il collegamento dei database ai sistemi tessera sanitaria e la firma dei referti con token.

Il chirurgo ortopedico può trascorrere in reparto fino a quattro ore al giorno solo per la compilazione delle cartelle cliniche, o per completare le procedure finalizzate alla dimissione dei pazienti, o la compilazione dei moduli di richiesta di continuità assistenziale.

In sala operatoria non va meglio: il chirurgo può trascorrere oltre cento minuti al giorno per la registrazione dei codici degli impianti, la compilazione del verbale operatorio o lo scarico dei mezzi di sintesi.

In una équipe di dieci chirurghi, delle ventiquattro ore complessive, undici ore sono dedicate a questioni burocratiche; ciò significa che due ortopedici al giorno non lavorano come medici chirurghi, bensì sono dedicati ad altre attività.

«Tutto questo ha diverse cause», rimarca il presidente Caiaffa. «Abbiamo connessioni lente, banche dati che non parlano tra di loro. Tutto questo rallenta il nostro lavoro, anziché agevolarlo come dovrebbe essere l’obbiettivo della digitalizzazione».

Una “lentezza digitale” equamente distribuita su tutto il territorio nazionale, a dimostrazione che l’inefficienza non è degli operatori, ma dei sistemi informatici.

«Di questo passo, l’atto medico si svuoterà del suo intrinseco significato», conclude Caiaffa, «e l’attività lavorativa assumerà sempre di più la forma di un atto burocratico nel mercato sanitario. Stiamo assistendo a una vera e propria mortificazione del ruolo professionale del medico che è costretto a sottrarre spazio al malato, a scapito di tutti gli inviti alla umanizzazione delle cure, in un momento storico di grave carenza dei chirurghi ortopedici».

Sono chiare le cause che hanno portato a questo, ma OTODI vuole proporre delle soluzioni: basterebbe, ad esempio, che i sistemi e le piattaforme informatiche usassero lo stesso linguaggio e comunicassero i dati fra di loro, lasciando al medico obbligo di firma ma non di compilazione e riconsegnandogli il ruolo principe per cui è chiamato e per cui è pagato: l’assistenza e la cura del paziente.

 

La digitalizzazione della sanità deve essere un aiuto, non un ostacolo.

 

Pubblicato in Attualità

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