Il comizio della Lega, la comunicazione politica e la paura degli italiani

Matteo Salvini Matteo Salvini Maurizio Riccardi © AGR
Si è svolto sabato 8 dicembre, nella cornice di Piazza del Popolo a Roma, l’ultimo comizio politico della Lega guidata da Matteo Salvini.

Un appuntamento preparato a lungo e che lo staff del vicepremier ha curato in ogni suo dettaglio, la cui insolita campagna-social per gli inviti aveva già fatto ampiamente discutere: i volti di Boldrini, Saviano, Boschi, del rapper Salmo,  del fotografo Corona – e in generale di chi si è apertamente espresso contro l’operato del governo gialloverde – erano annunciati come non partecipanti dalla scritta in sovraimmagine “Lui (/Lei) non ci sarà”. Non è certo comune – da qui lo stupore e le polemiche –  preparare gli inviti in occasione di un evento annunciando chi non vi parteciperà piuttosto che chi vi potremmo trovare: se da un lato ne sono nati meme e ironie, dall’altro invece il disprezzo per una campagna costruita più contro dei nemici che non con degli amici.

Ecco che allora dopo essere entrato, il “Capitano” Matteo Salvini, sulle splendide note della Turandot, fin da subito conduce il discorso proprio lì sulla parola “nemico”. «Questa non è una piazza che ha tempo da perdere in odio e polemiche, la vita è troppo breve e troppo bella… questa è una piazza di unione amore e speranza, lasciamo a qualcun altro la violenza», dice ammiccando, e poi amaramente conduce la retorica sull’onere che comporta l’essere sinceri, specie se testimoni di verità scomode – e qui cita Martin Luther King – «leggendo i giornali non posso ripetere “Molti nemici molto onore”, che io non ho nostalgie e dei nemici faccio volentieri a meno, ma […] mi accorgo che siete nel giusto, che abbiamo cominciato il cammino giusto; che i portavoce dei poteri forti fanno di tutto per fermarci…vuol dire che stiamo facendo le cose giuste». E così, ossia dopo un paio di frasi, Matteo Salvini ha già vinto, è già riuscito ad empatizzare con tutta la folla – e non si parla solo di quella presente, né solo di quella che vota Lega – perché ci fa sentire che le nostre considerazioni, specie quelle più intime, hanno una risonanza in lui e che lui è nella posizione di dargli voce.

E la piazza di Roma era davvero una piazza variegata: non borghese, prevalentemente sudista, sia giovane che meno, equamente distribuita tra donne e uomini. Una piazza pacifica e serena benché caratterizzata dai toni che ben conosciamo: non così spinti a Roma, ma sempre colloquiali e veraci. Usiamo spesso ormai di lamentarci per questa nuova connotazione “calda” della comunicazione politica: sembra che i politici siano tornati gente comune, e che forse questo – dopo averlo agognato – abbia portato ad una minor competenza; certo la retorica e la campagna elettorale perpetua sono mosse scaltre, ma tutti ci sentiamo presi in giro quando il discorso – e non la sua costruzione – risulta povero di contenuto o del tutto vacuo. Eppure il Governo ha i numeri e, stando al 4 marzo, tanti Italiani credono in questi nuovi potenti comunicatori.

Ma davvero possiamo affibbiare a Salvini – e agli altri millennials politici –  le responsabilità del turpiloquio? Sì, in quanto il politico ha un ruolo pubblico. Ma c’è dell’altro: spesso sembra che certe tematiche che sarebbe interessante affrontare, soprattutto oggi che il dibattito politico è vistosamente atrofizzato, vengano rinchiuse in sterili etichette; come se la parole si portassero dietro sempre e solo un significato. E così anche come se la democrazia fosse rimasta sempre identica, come se non fossimo in piena era digitale (e a qualcuno ancora sfugge che il passaggio è irreversibile) e ancora, come se il fascismo avesse le sole caratteristiche di quello di Mussolini in Italia; e così via, lungo una strada di termini utilizzati in maniera inflazionata e fin troppo disinvolta.

Perché allora tutti facciamo un uso così semplificato del linguaggio, mostrando fretta e ansia di catalogare? L’illusione più facile e veloce da cui lasciarsi fuorviare: scambiare il razzismo con il fascismo o con il municipalismo ci fa additare l’altro come nemico, imprimendo velocemente un marchio – «Lui è razzista, io no!» – che poi rimane comodamente lì, senza permettere un focus attento sulla vera portata del fenomeno in atto.

Per tornare al comizio di Piazza del Popolo, gli slogan “Lui non ci sarà” e “Lei non ci sarà” ricordano a tutti quel po’ di ghetto, quell’esclusione, quel fomento della derisione del nemico, ma Salvini non ha inventato niente né personifica alcun capo totalitario. Quella campagna rispecchia una verità meno ipocrita di ciò che tutti i giorni accade, come testimoniato dai dati Censis (52° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2018) del 6 dicembre, che parlano di «Un’Italia sempre più impaurita e incattivita, in cui dilaga il sovranismo psichico». Ed ecco allora a cosa è utile partecipare ad un comizio di Matteo Salvini: a vedere le proprie parti inespresse, sapersi calare in quei toni viscerali per evitare il peso del rimosso, farsene un’idea approfondita e  poter innescare una polemica interessante e prolifica.

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