Nucleare Iran, a Vienna si scrive la storia

Nucleare Iran, a Vienna si scrive la storia
Dodici anni di negoziati condotti in un clima di reciproca diffidenza. Il 14 luglio la svolta che segna la riammissione dell'Iran nella comunità internazionale e la prova più evidente del cambio di strategia degli Stati Uniti in Medio Oriente. Le ragioni dell'accordo sul nucleare che cambierà la politica internazionale.

#IranTalk done. We have the agreement #IranDeal. E' dall'account twitter dell'Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell'Unione europea Federica Mogherini che giunge la notizia dello storico accordo tra il gruppo dei 5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, più Germania) e l'Iran sul programma nucleare iraniano. L'intesa, firmata a Vienna il 14 luglio, disciplina in dettaglio quanto stabilito nel precedente accordo di Losanna del 2 aprile e dispone la revoca graduale e condizionata delle sanzioni internazionali imposte all'Iran dal 2006 in cambio della limitazione del programma nucleare iraniano a scopi pacifici. Circa cento pagine in cui si stabiliscono la riduzione delle centrifughe nucleari e dello stock di uranio a basso arricchimento, il sistema di controlli che verranno effettuati dall'Agenzia internazionale dell'energia atomica ed estesi all'intera filiera nucleare iraniana, la tabella di marcia della revoca delle sanzioni e dell'implementazione dell'accordo.

Ma è al di là di quelle cento pagine che va ricercata la portata politica ed economica dell'intesa di Vienna. Dopo trentasette anni di reciproca diffidenza, Teheran e Washington, i principali attori dei negoziati, tornano ad usare il linguaggio della diplomazia per provare a ricostruire quella fiducia profondamente incrinata dalla rivoluzione khomeinista e dalla presa in ostaggio da parte di un gruppo di studenti islamici dell'Ambasciata americana a Teheran nel 1979. Diffidenze alimentate negli ultimi anni dalla propaganda antiamericana e antisemita di Ahmadinejad e dalle contraddizioni della politica estera statunitense in Medio Oriente - come l'intervento in Afghanistan nel 2001 e la guerra in Iraq nel 2003 - che hanno avuto effetti destabilizzanti per l'intera area.

L'elezione del Presidente Hassan Rohani nel 2013 con la promessa di far uscire Teheran dall'isolamento internazionale e di dare nuovo slancio ad un'economia fiaccata dalle sanzioni, da una parte, e l'indipendenza energetica americana seguita alla maggiore produzione del tight oil e dello shale gas, dall'altra hanno posto le condizioni per un effettivo giro di boa nelle relazioni tra i due paesi. Le immagini dei festeggiamenti in strada a Teheran restituiscono l'idea dell'importanza dell'accordo per l'Iran, il paese sciita che vanta la classe media più ampia ed istruita nella regione mediorientale. Per quanto la revoca delle sanzioni richiederà tempo, essa è nondimeno la condicio sine qua non per il miglioramento delle condizioni socio-economiche di un paese rimasto per troppo tempo ai margini del processo di globalizzazione, chiuso in un isolamento che ha fortemente frustrato le potenzialità economiche, tecnologiche e culturali del paese.

Per la Casa Bianca l'intesa sul nucleare si pone come logica conseguenza di quel cambio di strategia in Medio Oriente in atto già da qualche anno. Affrancati dalla dipendenza energetica rispetto ai paesi del Golfo, gli Stati Uniti hanno iniziato a ripensare al sistema di alleanze nello scacchiere mediorientale e ad impregnarlo di un maggiore pragmatismo. In questa prospettiva, il coinvolgimento dell'Iran nel processo di stabilizzazione dell'area ed una presa di posizione più equidistante rispetto alle monarchie sunnite del Golfo e ad Israele possono rivelarsi l'arma vincente dell'amministrazione Obama nella lotta al jihadismo e allo Stato islamico in particolare. Non sorprende quindi che le resistenze maggiori all'accordo provengano proprio da Riad e Gerusalemme.

L'Arabia Saudita, che ha visto diminuire progressivamente la sua importanza strategica, passando da partner strategico a partner concorrente dell'alleato occidentale, vede nello sviluppo economico di Teheran conseguente alla revoca delle sanzioni una potenziale minaccia al suo status di potenza regionale e una possibile fonte di finanziamento delle fazioni sciite presenti nel resto della regione. Contrario all'accordo anche Israele che ha condotto un'intensa opposizione culminata nel controverso intervento del premier israeliano Netanyahu al Congresso americano e ribadita nell'incontro con il primo ministro Matteo Renzi in visita a Gerusalemme in questi giorni. Definendolo 'un errore storico' e una minaccia all'esistenza di Israele, Netanyahu ha messo in evidenza le criticità dell'accordo che non impone la distruzione degli impianti civili e mette un termine di scadenza alle ispezioni internazionali. Sono, tuttavia, le implicazioni economiche dell'accordo a preoccupare Israele che teme un ruolo maggiormente attivo dell'Iran nel finanziamento del terrorismo internazionale.

Il vero banco di prova dell'accordo sul nucleare resta, dunque, la sua fase di implementazione in cui sarà cruciale la capacità di Stati Uniti ed Iran di creare consenso attorno al mutamento della natura delle relazioni tra i due paesi che soggiace all'intesa, un mutamento che è destinato a modificare in profondità gli assetti geopolitici in Medio Oriente e che lascia intravedere i primi segnali di un processo di pacificazione non più procrastinabile.

 

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