Per non dimenticare Massimo D'Antona

Targa commemorativa per Massimo D'Antona a Roma Targa commemorativa per Massimo D'Antona a Roma Gabriele Guida / AGR
Molte le figure istituzionali presenti il 20 Maggio 2016 alla diciassettesima commemorazione di Massimo D’Antona, a Via Adda a Roma, dove nel 1999 il giurista, docente di diritto sindacale e consulente del Ministero del Lavoro fu ucciso brutalmente alle 8:20 del mattino, a pochi passi dalla propria abitazione, con nove colpi di pistola, dalle Nuove Brigate Rosse.

 

Erano presenti sul palco la Presidente della Camera Laura Boldrini, il Presidente emerito della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, il segretario generale della Cgil Susanna Camusso, il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio, ed immancabilmente Olga D’Antona, moglie del giurista; oltre a varie personalità tra il pubblico da Guglielmo Epifani a Carmelo Barbagallo, da Marianna Madia a Stefano Fassina.

Negli omaggi che si sono susseguiti, se n’è esaltata la personalità, l’intelligenza, e soprattutto l’acume politico, che lo vedeva impegnato, dietro le quinte, a valorizzare e preservare i lavoratori.

“Il lavoratore è una persona che ha scelto il lavoro come programma di vita” è con questa citazione che lo vuol ricordare Laura Boldrini, che racconta del suo 20 maggio 1999, quando si trovava in Albania, e lì, a Kukës la raggiunse la notizia del terribile omicidio. “Tutti ricordiamo dove fossimo quel giorno”. Forse è vero, tutte le persone presenti alla commemorazione ricordavano dove fossero quel 20 maggio di diciassette anni fa, ma probabilmente, chi negli anni ’90 è nato, non lo ricorda affatto; così come non ricorda il volto di Massimo D’Antona, né ricorda una storia parallela durata all’incirca quindici anni.

È la storia di un periodo storico in cui il terrorismo nostrano si disgrega e si rinnova. È la storia degli omicidi di Ezio Tarantelli e Roberto Ruffilli, avvenuti a pochi anni di distanza l’uno dall’altro. È questo il momento in cui dalle Brigate Rosse nascono nuovi gruppi, tra cui le Nuove Brigate Rosse, che saranno quelle che premeranno il grilletto su Massimo D’Antona, Marco Biagi. Obiettivi particolari vennero colpiti in quei quindici anni, intellettuali che con il loro pensiero ed il loro lavoro influenzavano direttamente l’operato del Governo nel campo del lavoro. Tarantelli si occupò del sistema contrattuale, Ruffilli della riforma istituzionale, D’Antona della rappresentanza sindacale e del diritto di sciopero, e Biagi del mercato del lavoro. 

È importante ricordare questi nomi, e le loro storie, così come è fondamentale ricordare i nomi di Bruno Fortunato ed Emanuele Petri, agenti della polizia ferroviaria, coinvolti in uno scontro a fuoco, il 2 marzo 2003, su di un treno regionale alla stazione di Castiglion Fiorentino, che vedeva coinvolti i brigatisti Mario Galisi e Nadia Desdemona Lioce, i killer di D’Antona. Fortunato fu solamente ferito nella sparatoria, mentre Petri morì. Ma fu grazie al loro “fortuito” intervento, in quanto la sparatoria scaturì dopo la richiesta dei documenti ai due brigatisti, che si poté fermare l’avanzata del terrorismo delle Nuove Brigate Rosse, e si poterono arrestare i responsabili della morte dei due giuristi italiani che fino a quel momento erano ricercati.

Galisi morì in seguito alle ferite riportate nel conflitto a fuoco. Ma per l’omicidio D’Antona furono condannati in via definitiva Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi e Marco Mezzasalma all’ergastolo; Cinzia Banelli, Diana Blefari Melazzi, Simone Boccaccini, Paolo Broccatelli, Bruno Di Giovannangelo, Laura Proietti e Federica Saraceni a pene dai cinque ai vent’uno anni.

Sono storie che non vanno dimenticate queste, ma anzi, raccontate più spesso, non solo agli anniversari, e per citare le parole del Ministro Delrio nella chiusura del suo discorso commemorativo “abbiamo perso un maestro, ma abbiamo una strada da seguire”.

 

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Pubblicato in Attualità

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