Ponte Mammolo: due mesi dopo

Ponte Mammolo: due mesi dopo
Gabriel ha negli occhi la sabbia del deserto. Nonostante sia qui da 19 anni, non l’ha dimenticata, così come le rughe sul suo viso non hanno dimenticato il caldo della sua terra.

A guardarlo in faccia lo si direbbe un uomo saggio. Erano anni che viveva nel campo di Ponte Mammolo, come lui anche i suoi amici, Etiopi. Divisi dalla storia, riuniti dalle circostanze. Una trentina di persone vivono da due mesi in tende da campeggio, esattamente davanti le macerie di quello che una volta era un campo abusivo che accoglieva 75 rifugiati politici, e centinaia di persone in transito in Italia. 

Sì, macerie, perchè a due mesi dallo sgombro, avvenuto l’11 maggio scorso, che creò tanto scalpore nella Capitale per la sua velocità e per la controversa questione del preavviso dato o non dato, i detriti delle case che prima occupavano quel piccolo pezzo di terreno ancora stanno lì, esattamente come il primo giorno.

“Anche quando sgombri un campo di animali prepari prima un altro posto” mi dice fissando dritto davanti a sé “qui non abbiamo né docce né bagni” le docce vengono messe a disposizione dalla chiesa lì vicino “ma quanto ci vuole a mettere due bagni chimici qui? E noi non diciamo nulla, stiamo tranquilli, perchè questa non è casa nostra, e siamo ospiti”.

Non che prima le cose fossero diverse. Un uomo che vive in uno dei palazzi limitrofi lamenta un certo disagio rispetto alla puzza che ogni mattina sente aprendo le finestre. “Questo giardino qui sotto è diventato una discarica a cielo aperto. Vengono tutti qui a fare i loro bisogni. E così non va bene. E’ una questione di rispetto anche per gli abitanti della zona, ed anche di questo bisogna parlare”. L’uomo vive in una casa ben arredata, una moglie, una figlia ed un gatto. E’ un ex rappresentante Fiat ormai in pensione. “E guarda che io sto dalla loro parte, ci mancherebbe che non li aiutiamo, ma così no. In questo modo non ha senso. Abbiamo provato più volte a parlare con le istituzioni, con il municipio, ma nessuno ci ha mai ascoltati”. Non c’è politica nelle sue parole, non c’è razzismo, solo la legittimità di un disagio concreto.

Entrambi questi uomini parlano con calma, senza odio reciproco, senza veemenza. Sono quasi coetanei, sono due lavoratori nell’animo, e sono fermi in una situazione di cui nessuna Istituzione sembra voglia prendersi carico. Uno è nato qui, in questo paese, e per più di quarant’anni ha avuto la possibilità di svolgere un lavoro che gli piacesse, ma soprattutto che gli desse una vita dignitosa; l’altro è nato in un’altra terra ed è qui perchè lo Stato gli ha riconosciuto il diritto d’asilo, e da anni vive qui in Italia. Quando può lavora; ha lavorato soprattutto nell’edilizia, ma dice che i suoi datori di lavoro non gli hanno mai pagato i contributi, né tanto meno gli hanno dato un salario equiparabile al contratto nazionale. “In Italia, che è un paese europeo, ancora ci sono gli schiavi”. Vorrebbe provare ad andare in altri paese, tentare altre strade, ma non può, trattenuto dalla legge Dublino III.

Davanti i suoi occhi, davanti le tende, davanti i parcheggi che nel 2000 furono costruiti per il Giubileo, davanti la casa di quel pensionato ci sono soltanto cumuli e cumuli di macerie, abitate da qualche gatto. All’interno tutto è rimasto com’era. Una parabola svetta tra una montagna di detriti, come fosse una bandiera per segnare un territorio conquistato dall’attesa. Una macchina bruciata, specchi, sedie, e un miscuglio tra lamiere, mattoni e polvere. I resti di una vita faticosamente costruita.

“Quanti soldi abbiamo perso qui dentro, tra frigoriferi, televisori, vestiti. Ti sembra giusto?”

Una situazione ferma da due mesi quella di Ponte Mammolo ma che come hanno precisato dal Campidoglio al Corriere della Sera si sbloccherà in quanto “l’area è di proprietà del Demanio e la gara per la bonifica è stata pubblicata, dovranno trascorrere i tempi di legge per l’aggiudicazione, ma entro fine estate dovrebbero cominciare i lavori». Quanto agli immigrati “hanno rifiutato ogni soluzione alternativa che gli era stata proposta” anche se loro, non raccontano esattamente la stessa versione.

Fortunatamente però, in questa situazione, ci sono i ragazzi di quartiere a tirar su il morale di queste persone. Ogni tanto qualcuno passa, li saluta, e si ferma a fare due chiacchiere con loro.Allora forse, non tutto è ancora perduto.

 

Pubblicato in Attualità

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