Turchia, se la posta in gioco è la questione curda

Turchia, se la posta in gioco è la questione curda
Incassato il sostegno politico della NATO, la Turchia prosegue la sua offensiva militare in Siria. Ma l'improvviso interventismo di Ankara cela degli obiettivi di politica interna che rendono contraddittoria la collaborazione con la Casa Bianca. I rischi della partita turca in Medio Oriente

Di nuovo c'è che la Turchia è entrata in guerra. E di nuovo c'è che Ankara e Washington hanno ritrovato quella convergenza necessaria a fermare l'avanzata dello Stato Islamico che dal confine turco-siriano ha avuto un accesso privilegiato all'espansione delle sue attività terroristiche nel resto della regione mediorientale. Criticata per aver chiuso un occhio sulla diffusione dell'Isis, quando non apertamente accusata di aver fornito sostegno logistico all'azione dei terroristi in territorio siriano per provocare la caduta del regime di Assad, Ankara ha cambiato strategia, concedendo agli Stati Uniti l'uso di alcune basi aeree militari, tra cui quella di Incirlik a lungo richiesta dal partner occidentale, e avviando una trattativa sulla costituzione di una zona cuscinetto che si estenderebbe per 98 km lungo il confine turco-siriano e per 40 km all'interno della Siria ad ovest del fiume Eufrate, e di una no fly zone sul territorio sovrastante che comunque richiederebbe l’avvallo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Stando a quanto riferito a margine del Consiglio straordinario della NATO convocato su richiesta dalla Turchia, Ankara non ha richiesto assistenza militare agli altri partner, sebbene il Presidente turco Erdogan abbia poi precisato che su di essi grava un obbligo di mutua assistenza nel caso di attacco ad una delle parti del trattato. Il Segretario Generale Stoltenberg ha espresso il sostegno politico all'azione militare di Ankara, ma ha precisato che non ci sarà alcun coinvolgimento dell'alleanza atlantica e che l'intervento è oggetto di trattativa bilaterale tra Turchia e Stati Uniti, così confermando le indiscrezioni trapelate in mattinata sul New York Times.

Vi sono, tuttavia, alcuni punti dei negoziati sui quali le delegazioni dei due paesi sono ancora a lavoro. Quelli che possono apparire dei dettagli tecnici rivelano, tuttavia, la profonda divergenza degli obiettivi di guerra tra Washington e Ankara. Per gli Stati Uniti l'obiettivo dichiarato è fermare il proliferare delle cellule terroristiche dello Stato Islamico che si stanno diffondendo anche nel continente africano, mettendo a repentaglio la stabilità politica di Stati come la Tunisia e il Marocco che hanno intrapreso un difficile processo di ricostruzione seguito alla cosiddetta primavera araba o di Stati come la Libia che si agitano in un pericoloso vuoto politico, minacciando direttamente la sicurezza degli Stati rivieraschi del Mediterraneo. Con la firma dell'accordo sul programma nucleare iraniano, gli Stati Uniti intendono, inoltre, responsabilizzare l'Iran, storico alleato di Assad, ed inserirlo a pieno titolo nella partita siriana, affidandogli il compito di favorire una soluzione politica che tagli le ali estremiste e ponga fine ad una guerra civile dagli elevati costi umanitari. Finora l'intervento militare americano, indebolito dal mancato appoggio dell'alleato turco, ha potuto contare sull'aiuto delle milizie curde che hanno condotto una guerra campestre che ha impedito all'Isis di prendere il controllo del Nord della Siria. E proprio questo rafforzamento della fazione curda al confine meridionale della Turchia sarebbe all'origine della svolta di Ankara che in questi giorni non si è limitata a colpire i presidi dell'Isis, ma ha allargato la sfera d'azione alle postazioni dei militanti curdi in Siria e Iraq.

Le autorità turche mirerebbero, quindi, a ridimensionare il crescente peso politico e militare dei curdi all'interno e all'esterno delle frontiere turche. Sul versante esterno, l'intervento al fianco degli Stati Uniti consentirebbe di incrinare la solida collaborazione dell'alleato occidentale con i curdi siriani e di impedire la formazione di uno stato controllato dai curdi nel nord della Siria che preme direttamente a sud della Turchia. Uscendo dall'isolamento cui Washington l'ha costretta con la conclusione dell'accordo sul nucleare, la Turchia potrebbe realizzare poi ciò che è stato l'obiettivo della sua strategia fin dagli inizi, ossia il rovesciamento del regime di Assad per imporre un governo 'amico' alla guida della Siria. E', tuttavia, sul fronte interno che Erdogan punta ad avere i maggiori vantaggi dall'offensiva militare. Non sono isolate le voci di quanti vedono nell'attentato di Suruç, attribuito dalle autorità turche ai militanti dell'Isis, ma mai rivendicato dall'organizzazione terroristica, un tentativo pianificato del governo e dell'intelligence turca di destabilizzare il paese. L'attentato che ha provocato la morte di trentadue giovani membri della Federazione delle associazioni giovanili socialiste (SGDF) impegnata nella ricostruzione di Kobane, avrebbe fornito l'alibi al governo per bombardare le postazioni curde nell'Iraq del Nord e in Siria, e per condurre una vasta operazione di polizia che ha portato all'arresto di circa mille sostenitori dello Stato Islamico e del PKK, provocando la rottura della tregua con l'organizzazione terroristica curda e l'inizio dell'escalation di attentati rivendicati dal PKK che sta precipitando nel caos la regione turca sud-orientale.

L'intreccio con la questione curda suggerisce anche una lettura interna degli eventi dell'ultima settimana. Erdogan potrebbe mirare a provocare una reazione violenta del PKK al fine di sospendere il processo di pacificazione con la minoranza curda in Turchia avviato nel 2013. Ostacolato nel suo proposito di trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale perché privo della maggioranza necessaria a modificare la Costituzione, Erdogan punterebbe quindi al voto anticipato, dopo aver indebolito il Hdp, partito filo-curdo guidato da Demirtas, e recuperato i voti persi dall'Akp nelle elezioni dello scorso giugno a vantaggio dei nazionalisti del Mhp di Bahceli.  Sebbene l'intervento di Ankara possa rivelarsi decisivo nella risoluzione del conflitto siriano, le divergenze negli obiettivi con la Casa Bianca e la lotta intestina che sta attraversando la Turchia rischiano di sottrarre energie preziose alla lotta contro l'Isis, compromettendone il risultato.

 

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