40 anni di Quinzaine des Realisateurs

  Una delle più importanti rassegne parallele al concorso del Festival di Cannes, è la Quinzaine des Réalisateurs, giunta quest'anno alla sua quarantesima edizione.Il film vincitore s'intitola J'ai tué ma mère (Ho ucciso mia madre) del giovane regista canadese Xavier Dolan, che ritrae un adolescente frustrato dalle pressioni psicologiche della madre. Un'opera drammatica ed esilarante al tempo stesso, che sfrutta al meglio i mezzi tecnici per mostrare un disagio alienante.
Tra le pellicole che si sono aggiudicate menzioni particolari ci sono anche La Merditude des choses, del regista belga Félix van Groeningen, che ha ricevuto la Mention Art Cinema Award e l'austro-italiano La Pivellina di Tizza Covi e Rainer Frimmel, una coproduzione italiana e austriaca che ha vinto il Prix Europa Cinema.

Il primo racconta l' emarginazione di una famiglia di periferia composta da quattro fratelli e dalla povera mamma, ormai assoggettata alle prepotenze dei figli. É in questa realtà degradante e degradata, fatta di gare di rutti e corse nudi in bicicletta, che cresce il piccolo Gunther, figlio tredicenne di uno dei fratelli. Anche qui il dramma famigliare viene stemperato dalla comicità e dalle caricature che i personaggi disegnano su sé stessi, folli burattini guidati dall'ignoranza e dall'anarchia sociale. Una vita da outsider che sembra non concedere altro che abiezione, ma che in fondo, per chi ha la forza di emanciparsi, come il piccolo Gunther, ha conservato ancora un barlume di senso.

Emarginati sono anche i protagonisti de La Pivellina, opera prima di due documentaristi, che mette in scena la vita domestica di due circensi e i loro comportamenti dopo il ritrovamento di una bambina abbandonata in un parco. La regia sembra non voler invadere quel modesto territorio fatto di piccoli gesti quotidiani, sguardi e dialoghi spontanei; piuttosto è come se stesse immobile ad osservare la famiglia che cresce nutrita dall'amore e dalla speranza che una figlio può portare anche dove le condizioni sono più sfavorevoli.

Come in J'ai tué ma mère, in Polytechnique il canadese Denis Villeneuve predispone una vicenda di frustrazione e morte. In questo caso però, il regista canadese prende spunto da una strage realmente accaduta a Montreal nel 1989, quando un giovane uccise a fucilate molte ragazze di un ateneo di ingegneria, in nome della propria lotta contro il femminismo. Un bianco e nero gelido e scioccante si insinua nella psicologia prima del killer e poi dei personaggi. Un po' come in Elephant di Gus Van Sant, seguiamo l'omicida nei suoi gesti, nella sua logica folle e poi passiamo alle vittime, alla loro vita, ai lori fidanzati, ai propri sogni, con una partecipazione emotiva, magari non sempre approfondita, ma che lascia comunque esterrefatti.

Questi sono solo alcuni dei film presentati, film che per la maggior parte hanno raccontato agli spettatori della rassegna episodi di emarginazione e follia (o entrambi). Film che esprimono un panorama a dir poco desolante della società, teatro in cui le persone con maggiore integrità morale (o quello che ne rimane) sembrano essere i veri estranei al contesto. Dove le regole e i valori ormai ce li si costruisce da soli, proprio come si costruiscono una pistola o una bicicletta nuova. Dove la speranza la si ripone nelle nuove generazioni, anche se forse è ormai troppo tempo che si spera in un futuro migliore dimenticandosi del presente.
Dove almeno, in molti casi, è rimasta la voglia di ridere, perché in fondo «ridere è sempre meglio che piangere».
 
  
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