Alberto Sordi, cento anni fa nasceva il grande attore romano

Alberto Sordi, cento anni fa nasceva il grande attore romano Foto di Carlo Riccardi © Archivio Riccardi
Sordi in compagnia di Fellini saranno i protagonisti della mostra fotografica "Federico Fellini e Alberto Sordi – 1920/2020 Cento anni per due protagonisti del cinema italiano", a cura dell'Istituto Quinta Dimensione, formata da oltre 60 scatti del grande fotografo Carlo Riccardi  e che verrà inaugurata a Spazio5 venerdì 3 luglio 2020, nell’anno del centenario della nascita di Sordi e del grande regista riminese.

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Nato a Roma - a Trastevere - nel 1920, Alberto Sordi, interprete indimenticabile di altrettanto indimenticabili pellicole, è considerato uno fra i più grandi attori della commedia all'italiana, insieme a Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman e Nino Manfredi, quartetto a cui viene generalmente accostato anche Marcello Mastroianni. Insieme ad Aldo Fabrizi e Anna Magnani, è stato fra i massimi rappresentanti della “romanità” cinematografica.

Gli esordi di Alberto Sordi nel mondo dello spettacolo sono simili a quelli di molti attori dell’epoca, divisi fra il teatro (sia serio, sia leggero), la radio ed il cinema. Raccontò a Liverani di essere andato a Milano all’età di quindici anni per un corso di dizione. Tentò così di entrare all’Accademia dei Filodrammatici, ma non fu ammesso per lo spiccato accento romano (da qui i suoi celebri racconti sulle doppie “r” e sulla bocciatura dovuta al fatto che pronunciava «guera» la parola “guerra” e «fero» la parola “ferro”).

Nel corso degli anni Trenta comincia a partecipare a spettacoli di rivista: San Giovanni (stagione 1936-37, con la compagnia di Aldo Fabrizi e Anna Fougez) è il suo esordio teatrale, mentre Scipione l’Africano (1937) di Carmine Gallone) è uno fra i film in cui riesce a trovare un ingaggio come comparsa. Nello stesso anno vince un concorso indetto dalla Metro Goldwyn Mayer per trovare un doppiatore italiano per Oliver Hardy: da allora lui e Mauro Zambuto - che doppiava Stan Laurel - diventano le voci principali - e più azzeccate - del celebre duo comico (Stanlio e Ollio), molto amato anche in Italia.

Fra il ’46 e l’inizio degli anni Cinquanta lavora molto come doppiatore. Ancora oggi la sua voce inconfondibile - e per noi legata alla comicità - rende un po’ bizzarra la visione di film drammatici come The spiral staircase (La scala a chiocciola - 1946) di Robert Siodmak), in cui doppia Gordon Oliver, Pursued (Notte senza fine - 1947) di Raoul Walsh, in cui doppia il protagonista (interpretato da un giovane Robert Mitchum), Fort Apache (Il massacro di Fort Apache - 1948) di John Ford, dove doppia Pedro Armendáriz, Red River (Il fiume rosso - 1948) di Howard Hawks, in cui dà la sua voce a John Ireland, Blood on the Moon (Sangue sulla luna - 1949 -, conosciuto anche con il titolo Vento di terre selvagge) di Robert Wise, in cui doppia Tom Keene. Molto curioso sentire la voce di Sordi in Domenica d’agosto (1950) di Luciano Emmer), in cui doppia un giovane ed allora sconosciuto Marcello Mastroianni.

A teatro il suo primo ruolo importante è quello in Ma in campagna è un’altra... rosa (stagione 1938-39), con la compagnia di Guido Riccioli e Nanda Primavera. Sordi sarà sempre molto grato all’attrice e la volle in numerosi suoi film (ad esempio in Il medico della mutua - 1968 - di Luigi Zampa, in cui interpreta sua madre).

Durante la Seconda guerra mondiale lavora molto nel teatro di rivista, sia a Romo sia a Milano, un’esperienza formativa ed avventurosa che avrebbe rievocato in Polvere di stelle (1973), diretto dallo stesso A. Sordi.

Appare in varie edizioni di Za-Bum, la rivista creata da Mario Mattoli; in Soffia, so’... di Pietro Garinei e Sandro Giovannini, che esordisce a Milano nell’estate del ’45, subito dopo la Liberazione; e successivamente in Gran baraonda, sempre di Garinei e Giovannini, insieme a Wanda Osiris (il debutto è a Milano nel settembre 1952).

Nel ’47 la Rai gli offre un programma radiofonico tutto suo: Vi parla Alberto Sordi. Fra gli autori dei testi, un giovanissimo Ettore Scola e il dirigente Rai Vittorio Veltroni. Sviluppa così le macchiette di Mario Pio, del Conte Claro e del compagnuccio della parrocchietta, già “collaudate” in teatro dalla fine degli anni Trenta.

 

Proprio il personaggio del compagnuccio della parrocchietta gli fa procurare, dopo oltre un decennio di piccole parti (La principessa Tarakanova - 1938 - e Le miserie del signor Travet - 1945 - di Mario Soldati, La notte delle beffe - 1939 -, Cuori nella tormenta - 1940 -, Il bravo di Venezia - 1941 - e L’innocente Casimiro - 1945 - di Carlo Campogalliani, Le signorine della villa accanto - 1942 - di Gian Paolo Rosmino, Giarabub - 1942 - e Chi l’ha visto? - 1945 - di Goffredo Alessandrini, I 3 aquilotti - 1942 - di Mario Mattoli, La signorina - 1942 - di Laszlo Kish, Casanova farebbe così! - 1942 - di Carlo Ludovico Bragaglia, Sant’Elena, piccola isola - 1943 - di Renato Simoni e Umberto Scarpelli, Tre ragazze cercano marito - 1944 - e Il passatore - 1947 - di Duilio Coletti, Galop finale al circo - 1944 - di M. Mattoli, episodio di Circo equestre Za-bum, Il vento m’ha cantato una canzone - 1947 - di Camillo Mastrocinque, Il delitto di Giovanni Episcopo - 1947 - di Alberto Lattuada, Sotto il sole di Roma - 1948 - di Renato Castellani, Che tempi! - 1948 - di Giorgio Bianchi, Prima comunione - 1950 - di Alessandro Blasetti, Cameriera bella presenza offresi… - 1951 - di Giorgio Pastina), il primo ruolo cinematografico da protagonista. Vittorio De Sica (per il quale aveva già doppiato un personaggio di Ladri di biciclette - 1948) si offre di coprodurre e dirigere Mamma mia che impressione! (1951), in cui il petulante “compagnuccio” esce dalla dimensione degli sketch radiofonici per diventare mattatore a tutto tondo. Firmato come regista da Roberto Savarese - uno fra i due produttori -, ma diretto in gran parte da V. De Sica e cosceneggiato da Cesare Zavattini, il film sarà un totale fiasco al box-office.

Sordi è ancora nella sua fase “situazionista”, che lo porta a compiere audaci performances, come ad esempio girare per strada con la gonna per provocare i passanti e testarne le reazioni, o esibirsi in grottesche imitazioni di animali. Una comicità modernissima che sarebbe diventata di moda solo negli anni Settanta con Andy Kaufman (negli Stati Uniti) o, in Italia, con il programma radiofonico Alto gradimento. Nell’Italia del dopoguerra, una comicità di questo tipo poteva funzionare - in piccole dosi - alla radio, ma non con il pubblico cinematografico.

L’insuccesso di Mamma mia che impressione! Ferma temporaneamente la carriera di Sordi al cinema, anche se in quello stesso anno recita con Totò in Totò e i re di Roma (1951) di Steno e Mario Monicelli, che rimarrà l’unico film in cui i due lavorano insieme.

Torna a lavorare alla radio e nel doppiaggio. In quel momento difficile della sua carriera solo il giovane Federico Fellini (1920-1993) si ricorda di lui e lo chiama ad interpretare Fernando Rivoli, il divo dei fotoromanzi, in Lo sceicco bianco (1952). L’apparizione di Sordi nel film, issato su un’altalena che sembra scendere dal cielo, è memorabile ma l’insuccesso commerciale (dopo i fischi all’anteprima, alla Mostra di Venezia) sarà nuovamente clamoroso.

La sua carriera ha una svolta nel ’53, quando F. Fellini, amico fedele e tenace fin dai tempi della guerra, lo vuole di nuovo per I vitelloni. Alla Mostra del Cinema di Venezia il film sarà un grande successo, e verrà distribuito in mezzo mondo. A. Sordi vince il Nastro d’Argento come miglior attore non protagonista.

Prima che I vitelloni cambiasse la sua vita artistica - nonché quella di F. Fellini - Sordi era riuscito ad imporre una sua partecipazione al film corale Un giorno in pretura (1953) di Steno. Uno fra gli episodi del film ruotava attorno ad un personaggio su cui l’attore lavorava da molto, un giovane romano “contagiato” dal cosiddetto “mito americano”: l’aveva rielaborato assieme a Lucio Fulci e ad Alessandro Continenza, i produttori avevano accettato l’episodio, ma volevano farlo interpretare a Walter Chiari. Sordi ed i suoi cosceneggiatori, con l’appoggio di Steno, non cedono. Nasce così il personaggio di Nando Mericoni detto “l’Americano” - una fra le maschere più azzeccate della commedia all’italiana - che l’anno seguente sarebbe stato protagonista di Un americano a Roma (1954, di Steno).

Il terzo motivo che rende memorabile il ’53 di Sordi è l’incontro con colui il quale sarebbe divenuto suo amico, suo partner di scrittura, ovverosia Rodolfo Sonego, pittore bellunese ed ex partigiano trasferitosi a Roma nel dopoguerra con la speranza di sfondare nel campo dell’arte, ma ben presto “catturato” dal cinema per le sue straordinarie doti di narratore. Il primo film a cui Sonego e Sordi lavorano insieme è Il seduttore (1954) di Franco Rossi). Il primo di una lunga serie.

La commedia all’italiana aveva già iniziato a far ridere con “cose realistiche” almeno fin dai tempi di Totò cerca casa (1949) e Guardie e ladri (1951), entrambi diretti da Steno e Mario Monicelli ed interpretati da Totò. Tuttavia, con l’avvento di Sordi, si cambia registro e si comincia a far ridere descrivendo personaggi arrivisti, cialtroni, indifendibili e sovente sgradevoli.

Nel ’54 interpreta dodici film, nel ’55 otto, ed il ritmo non rallenta almeno fino all’inizio degli Anni Sessanta.

In Il segno di Venere (1955) di Dino Risi) riprende con toni più aggressivi un personaggio di cialtrone imbroglione che fondeva il “compagnuccio” con “l’americano”, e per la prima volta incontra Franca Valeri, autrice del soggetto, e con la quale tre anni dopo avrebbe dato vita ad un formidabile duetto in Il vedovo (1958) di Dino Risi.

In un episodio di Accadde al penitenziario (1955) di Giorgio Bianchi tratteggia un ubriacone coinvolto suo malgrado in un furto il quale, da sobrio ed alle prese con un vicecommissario, si rivelava un pazzo megalomane.

Seguono prove surreali come quelle di Piccola posta (1955), in cui lavora nuovamente con Franca Valeri, Mio figlio Nerone (1956), anch’esso diretto da Steno, Brevi amori a Palma di Maiorca (1959) di Giorgio Bianchi.

Fra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, un’ulteriore svolta. La grande guerra (1959) di Mario Monicelli è un film decisivo per lui, per Vittorio Gassman, per l’intero cinema italiano, nonché per la percezione della Prima guerra mondiale nella cultura e nella società italiana. Nel ruolo di due sciamannati che diventano eroi senza volerlo, Monicelli, Sordi e Gassman trasformano la commedia all’italiana in un genere che, sia pur senza perdere di vista il divertimento, è in grado di raccontare le grandi tragedie e gli snodi fondamentali della storia del nostro Paese. Il film, realizzato fra numerose difficoltà ed uscito fra molte polemiche, vince il Leone d’Oro a Venezia.

Sordi prosegue su tale via strada con Tutti a casa (1960) di Luigi Comencini), in cui interpreta un ufficiale sbandato dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Se in La grande guerra la sua maschera è ancora quella del romano fannullone e codardo, in Tutti a casa le sue doti di attore si affinano ulteriormente e la sua abilità nel passare continuamente dal registro comico a quello tragico nell’arco di una stessa sequenza raggiunge vertici di virtuosismo.

Nel ’61, all’apice del successo, interpreta due film indimenticabili: Il giudizio universale di Vittorio De Sica e Una vita difficile di Dino Risi.

Per l’attore cominciano nuove sfide. In Mafioso (1962) di Alberto Lattuada è un siciliano che, da tranquillo emigrato al Nord, si trasforma in uno spietato killer della mafia.

Con Il diavolo (1963) di Gian Luigi Polidoro realizza un sogno suo e di Sonego, un film “on the road” nello spirito di quella che, a fine anni Sessanta/inizio Settanta, sarebbe stata la New Hollywood: le avventure di un donnaiolo italiano in Svezia girate senza copione, lasciandosi dettare il film dalla realtà.

In Il boom (1963) Vittorio De Sica lo guida nella creazione di un personaggio inquietante, un uomo disposto a vendere un occhio per racimolare denaro.

In Il maestro di Vigevano (1963) di Elio Petri, tratto dal libro omonimo di Lucio Mastronardi, si cala in un ruolo quasi esclusivamente drammatico per scoprire altri lati oscuri dell’Italia del boom.

In Guglielmo il dentone (1965) di Luigi Filippo D’Amico, episodio di I complessi) si deforma la dentatura per creare un “mostro di successo”, che rimane una fra le sue maschere più memorabili.

In quegli anni moltissimi film, in prima battuta, venivano scritti per lui: sia il copione di Il sorpasso (1962) sia quello di I mostri (1963) di Dino Risi erano destinati a lui, e la fortuna degli altri “colonnelli” della commedia (Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi) fu nel fatto che Sordi aveva leggermente rallentato i suoi ritmi di lavoro e non girava tutti i film che gli venivano proposti.

Nel ’66, un’altra svolta: il passaggio dietro alla macchina da presa. Prima con Fumo di Londra, poi con Scusi, lei è favorevole o contrario? sul tema scottante del divorzio.

Dal ’66 al ’98 Sordi dirigerà sedici film (oltra ai due sopra citati, Un italiano in America - 1967 -, Amore mio aiutami - 1969 -, Polvere di stelle - 1973 -, Finché c’è guerra c’è speranza - 1974 -, Io e Caterina - 1980 -, Io so che tu sai che io so - 1982 -, In viaggio con papà - 1982 -, Il tassinaro - 1983 -, Tutti dentro - 1984 -, Un tassinaro a New York - 1987 -, Assolto per aver commesso il fatto - 1992 -, Nestore, l’ultima corsa - 1994) e due episodi (La camera - 1970 -, episodio di Le coppie, e Le vacanze intelligenti - 1978 -, episodio di Dove vai in vacanza?).

Il suo suo capolavoro d’autore è il programma televisivo Storia di un italiano, biografia di un italiano immaginario - e quindi di un Paese - realizzato attraverso il montaggio di spezzoni di tutti i suoi film. Realizzato per Rete Due insieme a Giancarlo Governi, R. Sonego e Tatiana Morigi, il programma, dal ’79 all’86, avrà quattro edizioni.

Nel frattempo, continua a dare il meglio diretto da registi di grande talento. Il medico della mutua (1968) di Luigi Zampa è uno fra i suoi personaggi più arrivisti e sgradevoli, e, nello stesso tempo, più simpatici e popolari.

In Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968) di Ettore Scola, con Nino Manfredi, disegna il ritratto dolente di un imprenditore del boom costretto a fare un viaggio in Africa che gli provocherà molti dubbi, sia sulla vita sia su se stesso.

L’anno seguente in Nell’anno del Signore (1969) di Luigi Magni N. Manfredi è il protagonista, ma Sordi gli ruba la scena nella travolgente apparizione del frate che tenta invano di far pentire i due carbonari (interpretati da Robert Rossen e Renaud Verley) condannati alla ghigliottina.

Gli anni Settanta sono un decennio di ulteriori scommesse. Detenuto in attesa di giudizio (1971) di Nanni Loy) è un film drammatico d’impegno civile.

Lo scopone scientifico (1972) di Luigi Comencini è un grottesco apologo in cui Sordi e Silvana Mangano si confrontano con un’attrice hollywoodiana a fine carriera (Bette Davis, affiancata da Joseph Cotten).

Un borghese piccolo piccolo (1977) di Mario Monicelli, tratto dal libro omonimo (1975) di Vincenzo Cerami, sia pur con momenti amaramente grotteschi, racconta una tragedia familiare e politica ed è uno fra film che contribuiscono a mettere una pietra tombale sulla stagione della commedia all’italiana.

Nello stesso anno interpreta I nuovi mostri (1977), film a episodi diretto da Mario Monicelli, Dino Risi, Ettore Scola), un film a episodi molto cupo in cui Sordi, diretto da M. Monicelli, interpretò forse l’ultimo dei suoi romani repellenti, un aristocratico snob e fascista che raccoglie in macchina un poveretto ferito ma poi, non trovando un ospedale che lo ricoveri, lo riporta nel luogo dove l’aveva trovato.

A partire dagli anni Ottanta, la carriera di Sordi va in discesa, sia pure con vette di successo al box office come Il marchese del Grillo (1981) di Mario Monicelli) o interessanti prove di regia come Io e Caterina (1980).

Mentre il cinema italiano cerca - invano - un suo erede, Sordi stesso sembra individuarlo in Carlo Verdone, con il quale recita in In viaggio con papà (1982), diretto da A. Sordi medesimo.

Mentre un giovane Nanni Moretti, un altro romano che all’inizio della sua carriera veniva considerato un “comico”, gli riserva uno sberleffo in Ecce Bombo (1978), diretto da N. Moretti: la celebre battuta «Ma che siamo in un film di Alberto Sordi?», che voleva fare ironia polemica sul qualunquismo italiano incarnato dai personaggi dell’attore.

Fra gli altri film ricordiamo “Lo sceicco bianco” e “I vitelloni” di Federico Fellini”, “Un giorno in pretura” e “Un americano a Roma” di Steno, “Accadde al commissariato” di Giorgio Simonelli, “L’arte di arrangiarsi”, “Ladro lui ladra lei”, “Il vigile” e “Il medico della mutua” di Luigi Zampa, “Il segno di Venere”, “Il vedovo” e “Una vita difficile” di Dino Risi, “Lo scapolo” di Antonio Pietrangeli, “Un eroe dei nostri tempi”,“La grande guerra”, “Un borghese piccolo piccolo” e “Il marchese del Grillo” di Mario Monicelli, “Era di venerdì 17” di Mario Soldati, “Il marito” di Nanni Loy e Gianni Puccini, “Fortunella” di Eduardo De Filippo, “Nella città l’inferno” di Renato Castellani, “I magliari” di Francesco Rosi, “Tutti a casa”, “Il commissario” e “Lo scopone scientifico” di Luigi Comencini, “Mafioso” di Alberto Lattuada, “Il boom” di Vittorio De Sica, “Il maestro di Vigevano” di Elio Petri, “Detenuto in attesa di giudizio” di Nanni Loy, “Lo scopone scientifico” di Luigi Comencini, Giovinezza (1952) di Giorgio Pastina, È arrivato l’accordatore (1952) di Duilio Coletti, Viva il cinema! (1952) di Giorgio Baldaccini e Enzo Trapani, L’incantevole nemica (1953) di Claudio Gora, Lo scocciatore (via Padova 46) di Giorgio Bianchi, film per anni considerato perduto e ritrovato solo nel 2003 (pochi mesi dopo la scomparsa di Sordi) dalla Cineteca di Bologna, Io cerco la Titina (1953), episodio di Canzoni, canzoni, canzoni, Ci troviamo in galleria (1953) di Mauro Bolognini, Due notti con Cleopatra (1954) di Mario Mattoli, Amori di mezzo secolo (1954) di Mario Chiari, Il matrimonio (1954) di Antonio Petrucci, Fregoli (1954) di D. Paolella, episodio di Gran varietà, Scusi, ma… (1954) di Alessandro Blasetti, episodio di Zibaldone n. 2, Allegro squadrone (1954) di Paolo Moffa, Accadde al commissariato (1954) di Giorgio Simonelli, Una parigina a Roma (1954) di Erich Kobler, Tripoli, bel suol d’amore (1954) di Ferruccio Cerio, L’arte di arrangiarsi (1954) di Luigi Zampa, Buonanotte… avvocato! (1955) di Giorgio Bianchi, La bella di Roma (1955) di Luigi Comencini, Bravissimo (1955) di Luigi Filippo D’Amico, I pappagalli (1955) di Bruno Paolinelli, Lo scapolo (1955) di Antonio Pietrangeli, Un eroe dei nostri tempi (1955) di Mario Monicelli, Faccia da mascalzone (1956) di Raffaele Andreassi, Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo (1956) di Mauro Bolognini, Era di venerdì 17 (1956) di Mario Soldati, Mi permette, babbo! (1956) di Mario Bonnard, Arrivano i dollari (1957) di Mario Costa, Souvenir d’Italie (1957) di A. Pietrangeli, Il conte Max (1957) di G. Bianchi, remake del film omonimo del ’37 diretto da Mario Camerini, Il medico e lo stregone (1957) di M. Monicelli, Addio alle armi (1957) di Charles Vidor, tratto dal libro omonimo di Ernest Hemingway e remake del film del ’32 diretto da Frank Borzage, Il marito (1957) di Nanni Loy e Gianni Puccini, Ladro lui, ladra lei (1958) di L. Zampa, La vedova elettrica (1958) di Raymond Bernard, Fortunella (1958) di Eduardo De Filippo, Domenica è sempre domenica (1958) di Camillo Mastrocinque, Venezia, la luna e tu (1958) di Dino Risi, Racconti d’estate (1958) di Gianni Franciolini, Nella città l’inferno (1959) di Renato Castellani, Policarpo, ufficiale di scrittura (1959) di M. Soldati, Il giovane leone (1959) di John Berry, Vacanze d’inverno (1959) di C. Mastrocinque, Il moralista (1959) di G. Bianchi, Costa Azzurra (1959) di Vittorio Sala, I magliari (1959) di Francesco Rosi, Il vigile (1960) di L. Zampa, Crimen (1960) di Mario Camerini, Gastone (1960) di Mario Bonnard, I due nemici (1961) di Guy Hamilton, Il commissario (1962) di Luigi Comencini, Latin lover (1965) di Franco Indovina, episodio di I tre volti, Quei temerari sulle macchine volanti (1965) di Ken Annakin, L’autostrada del sole (1965) di Carlo Lizzani, episodio di Thrilling, Made in Italy (1965) di Nanni Loy, Il marito di Roberta (1966) di L. F. D’Amico, episodio di I nostri mariti, Fata Marta (1966) di A. Pietrangeli, episodio di Le fate, Senso civico (1967) di Mauro Bolognini, episodio di Le streghe, Il prof. Dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue (1969) di Luciano Salce, Il prete (1970) di L. Zampa, episodio di Contestazione generale, Il leone (1970) di V. De Sica, episodio di Le coppie, Il presidente del Borgorosso Football Club (1970) di L. F. D’Amico, Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata (1971) di L. Zampa, La più bella serata della mia vita (1972) di Ettore Scola, Anastasia mio fratello (1973) di Steno, Il fuoco (1975) di Sergio Corbucci, episodio di Di che segno sei?, L’ascensore (1976) di L. Comencini, episodio di Quelle strane occasioni, Il testimone (1978) di Jean-Pierre Mocky, L’ingorgo (1979) di L. Comencini, Il malato immaginario (1979) di Tonino Cervi, tratto dall’opera teatrale omonima di Molière, Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (1984) di M. Monicelli, Sono un fenomeno paranormale (1985) di S. Corbucci, Troppo forte (1986) di Carlo Verdone.

Negli ultimi anni di carriera interpreta Una botta di vita (1988) di Enrico Oldoini, con Bernard Blier, Don Abbondio nello sceneggiato tv I promessi sposi (1989), diretto da Salvatore Nocita, il taccagno Arpagone in L’avaro (1990) di Tonino Cervi, tratto dalla celebre opera teatrale omonima di Molière, e film come In nome del popolo romano (1990) di Luigi Magni e Romanzo di un giovane povero (1995) di Ettore Scola, la sua ultima grande performance.

La carriera di Sordi non fa il passaggio al nuovo secolo e negli ultimi anni appare qualche volta in programmi televisivi come “ospite d’onore”.

Il 15 giugno 2000, giorno del suo ottantesimo compleanno, l’allora sindaco di Roma Francesco Rutelli gli rende omaggio facendolo sindaco per un giorno.

Alberto Sordi muore nel febbraio 2003, circa quattro mesi prima di compiere ottantatré anni.

Ai funerali, che si svolgono a Roma nella basilica di San Giovanni in Laterano, gremita all’inverosimile, partecipa una folla enorme.

Gigi Proietti, riprendendo una gloriosa tradizione romana, leggerà un sonetto nello stile di Giuseppe Gioachino Belli: «Io so’ sicuro che non sei arrivato / ancora da San Pietro in ginocchione / A mezza strada te sarai fermato / a guarda’ ’sta fiumana de persone / Te rendi conto sì c’hai combinato? / Questo è amore sincero, è commozione / rimprovero perché te ne sei annato / rispetto vero, tutto pe’ Albertone / Starai dicenno “ma che state a fa’? / Ve vedo tutti tristi, ner dolore” / E c’hai ragione: tutta la città / sbrilluccica de lacrime e ricordi / che tu non sei soltanto un grande attore / tu sei tanto de più: sei Alberto Sordi».

Molti anni avanti Sordi aveva ricevuto Giuliano Montaldo la proposta di interpretare un film sulla vita di G. G. Belli, ma aveva rifiutato proprio perché temeva che, al momento dell’ascesa in Paradiso, San Pietro glielo avrebbe rimproverato. Rimane uno fra i numerosi film non interpretati da Sordi, come anche come i progetti su Henry Kissinger, sul “trombettiere del generale Custer” John Martin (il quale si chiamava Giovanni Martini ed era italiano. Tutti progetti sui quali il Fondo Sordi, ospitato presso la Cineteca Nazionale di Roma, conserva materiali preziosi); o il sogno di impersonare Benito Mussolini raccontato a Carlo Laurenzi in un’intervista pubblicata sul «Corriere della Sera» nel settembre 1967».

La carriera cinematografica di Sordi è stata una cavalcata - unica ed irripetibile - nella Storia, nella cronaca, nel costume e nella cultura di un Paese a cui ha offerto uno straordinario specchio deformante in cui gli italiani hanno avuto - e sempre avranno - la possibilità di vedersi.

Pubblicato in Cinema

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.


 


 

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