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Fino al 21 settembre in sala “Eight Days a week” . il documentario di Ron Howard sui Fab Four e sui loro anni trascorsi in giro per il mondo.

John, Paul, George e Ringo. Quattro ragazzacci delle Liverpool operaia che in soli otto anni, partiti dalla Gran Bretagna avrebbero conquistato il mondo. Anzi, il mondo non sarebbe stato più lo stesso senza di loro. Cosa aggiungere allora su un nuovo documentario sui Beatles? I baronetti li conosciamo attraverso la loro musica e anche i loro film. Quello che non abbiamo mai visto sotto occhi diversi è stata la Beatlesmania, l’isterismo collettivo che ha contagiato milione di ragazze e ragazzi, pazze d’amore alla sola vista dei Fab Four. Ed è sotto questa chiave di lettura - nel rapporto con i fan - la base del materiale narrativo contenuto in nel documentario “The Beatles: Eight Days a week”, diretto dal regista americano Ron Howard, già regista dei blockbuster d’autore “Apollo 13” oppure “Rush”.
Le radici del film risalgono addirittura all 2002, quando la società di produzione One Voice One World  propose alla Apple Corps, la società di produzione del marchio dei Beatles di andare alla ricerca di filmati registrati dai fan durante i tour dei Fab Four, con l’obiettivo di farne un film. Grazie a enormi sforzi, anche con la collaborazione della rete e la potenza di Facebook, il materiale raccolto è confluito – tredici anni dopo - in un film di 2 ore e 18 minuti.
Per un’ora e quaranta è il racconto delle imprese live della band, dai primi giorni del 1962 ai concerti che hanno fatto la storia della musica, dai tempi del Cavern Club di Liverpool fino allo storico Candlestick Park di San Francisco, nel luglio del ‘66. L’ultima esibizione dal vivo dei Beatles in uno stadio. L’ultima mezzora infine, infine, comprende 30 minuti esclusivi della storica performance dei Beatles allo Shea Stadium, del 15 agosto 1965.  Il materiale originario è stato restaurato in 4K per vedere ancora più da vicino il primo concerto di una rock band in uno stadio, di fronte a più di 55.000 persone. 
Il risultato? Per chi conosce i Beatles (e chi si è già visto e rivisto l’Anthology in dvd), il film, come contenuti non rivela nulla di nuovo. C’è da ricordare come il committente del progetto sia proprio la Apple Corps: il marchio è quello ufficiale ed il taglio, più che documentaristico, è soprattutto agiografico. Eppure, c’è materiale da sgranocchiare, con gli occhi e con le orecchie: innanzitutto le interviste realizzate agli ultimi due superstiti del gruppo, Paul McCartney e Ringo Starr, che danno una rappresentazione tutto sommato sincera e distaccata degki eventi dopo oltre cinquant’anni. Ma la cosa migliore del film viene certamente dai contributi di personaggi secondari nella storia dei Beatles,  aa partire da una simpaticissima Whoopi Goldberg che racconta, da fan, il suo personalissimo rapporto con i Beatles. Un altro dei personaggi chiave, in questo racconto cinematografico, è il giornalista americano Larry Kane, all’epoca ventunenne cronista nella radio di Miami, che fu invitato dai Beatles come accompagnatore durante i tour americani della band, nel 1964 e nel 1965. E’ lui a rivelarci in particolare il “backstaging” del gruppo, il lato conosciuto ai meno, la loro ironia, la loro perenne battuta pronta, e la voglia innocente di scherzare. In fondo erano solo quattro ragazzi di ventidue, ventiquattro anni, che, a detta loro: “si divertivano e volevano far ridere”. Beh gli è andata decisamente bene.

 

Pubblicato in Cinema
Giacomo Visco Comandini

Laureato alla Sapienza, dal 2008 è uno dei redattori di Enel.tv, la televisione aziendale di Enel. Appassionato di cinema, ha collaborato per la rivista Filmaker’s MagazineIl Riformista e la Repubblica

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