Boyhood, un film lungo 12 anni

Boyhood, un film lungo 12 anni
Un corpo che cambia, una famiglia che cresce, la straordinaria normalità di un bambino che diventa ragazzo, per poi trasformarsi in un uomo. 

Presentato in anteprima al Festival di Berlino 2014, Boyhood si prepara a fare incetta di premi: è un inno alla vita, all’amore, alla famiglia, al cinema stesso che filma a ventiquattro fotogrammi la vita che (tra)scorre.

Dopo la trilogia sull’amore composta da Prima dell’Alba, Before Sunset - Prima del Tramonto e Before Midnight, girati ognuno a nove anni di distanza dall’altro,  con protagonisti Ethan Hawke e Julie Delpy, il regista americano Richard Linklater sperimenta ancora la sua ricerca cinematografica, alzando ulteriormente l’asticella.

E’ una messinscena del concetto di “tempo”, e Linklater lo fa con un’operazione registica che, più che sperimentale, sembra un salto nel buio: ovvero filmare per dodici anni consecutivi – girando una settimana all’anno – la crescita del giovane Mason (interpretato da Ellar Coltrane), e della sua famiglia, decidendo di seguire l’evoluzione dei personaggi con quella anagrafica degli attori. Nei panni del padre c’è sempre il suo alter ego Ethan Hawke, e in quelli della madre, una credibile e intensa Patricia Arquette. 
L’idea è semplice, il risultato stupefacente. C’è poco da raccontare se non veder passare, in due ore e mezza di film, la ordinary life di una famiglia americana: un figlio che gioca al computer, una passeggiata con il padre, le lezioni dell’università della madre. La scelta vincente di Linklater è proprio quella di voler rappresentare il trascorrere degli anni, evitando di mettere in scena momenti chiave nella crescita di un ragazzo (il sesso, ad esempio) ma appunto, invece, soffermarsi su momenti apparentemente anonimi. Sembrerebbe un documentario, ma non lo è. L’operazione ricorda il percorso che François Truffaut ha compiuto su Jean Pierre Leaud, ripreso davanti alla macchina da presa in vent’anni di carriera.
Insomma Boyhood piace perché è un film sincero, e ingenuamente infantile, un inno alla famiglia e alla crescita. Ad alcuni piacerà da morire, ad altri sicuramente no. Del resto, questa è la vita.

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Pubblicato in Cinema
Giacomo Visco Comandini

Laureato alla Sapienza, dal 2008 è uno dei redattori di Enel.tv, la televisione aziendale di Enel. Appassionato di cinema, ha collaborato per la rivista Filmaker’s MagazineIl Riformista e la Repubblica

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