David Mamet incontra il pubblico alla Festa del Cinema di Roma

 David Mamet e Rebecca Pidgeon David Mamet e Rebecca Pidgeon Agr ©
David Mamet è sbarcato alla Festa del Cinema di Roma.

Il noto, drammaturgo, sceneggiatore (ricordiamo film quali Il postino suona sempre due volte - 1981 - di Bob Rafelson, Il verdetto - 1982 - di Sidney Lumet, Gli intoccabili - 1987 - di Brian De Palma, Americani - 1992 - di James Foley), produttore cinematografico, regista e saggista americano (è nato  Chicago nel 1947), martedì 18 ottobre 2016 ha incontrato il pubblico all’Auditorium Parco della Musica in un’affollata Sala Petrassi presentandosi con in testa un borsalino nero in testa (“un omaggio ad Al Capone”, scherza Mamet), fresco acquisto del suo soggiorno nella Capitale

Accolto da grandi applausi, ha risposto alle domande di Antonio Monda, direttore artistico della Festa del Cinema di Roma, parlando di cinema, scrittura, regia, e non solo. Le sue risposte sono ricche di aneddoti e curiosità su celebri nomi dello star system co i quali ha lavorato (Sean Connery, Danny De Vito, Paul Newman, Alec Baldwin). Con una battuta finale sul “politically correct”.

A David Mamet sono state sottoposte alcune sequenze di suoi film da commentare. Si trattava di sette clip (quattro di film scritti e dirtti da David Mamet, tre in cui ha lavorato “solo” come sceneggiatore).

La prima è tratta da Phil Spector, film televisivo per la HBO del 2013 interpretato da Al Pacino Al Pacino ed Helen Mirren

La seconda sequenza è tratta da Spartan, film del 2004 interpretato da Val Kilmer e Kristen Bell.

La terza clip è tratta da Heist- Il colpo, film del 2001 interpretato da Gene Hackman. Si tratta di una sequenza d’azione e senza dialoghi.

Domanda: Sei drammaturgo, regista, sceneggiatore e sei noto soprattutto per i tuoi dialoghi ma questa sequenza è senza dialoghi. Ti diverti di più fare regista o a scrivere?

David Mamet: “Mi piace sia scrivere che dirigere, allo stesso modo. Ma se sai girare, e anche scrivere dialoghi, è meglio che tu non lo faccia, che ne scriva il meno possibile. Il dialogo può essere una stampella, ma bisogna ricordare che il cinema è immagine in movimento, l’azione si può spiegare da sola. Al contrario, oggi ci sono queste formule da “soap opera”, nelle soap ci sono dialoghi che spiegano tutto quello che non si vede. La vera sfida di questo film, per me, era raccontare attraverso l’azione. Noi vediamo quello che fa ognuno dei personaggi con  tre immagini girate indipendentemente e poi riunite solo al montaggio. La parte più difficile è far arrivare tutto il girato in tempo per girare tre volte la scena”.

La quarta clip è tratta dal film State and Main - Hollywood Vermont (2000), interpretato da Philip Seymour Hoffman, Rebecca Pidgeon, e Sarah Jessica Parker.

La domanda riguarda la recitazione degli attori: “Nei tuoi film tutto appare essere frutto della sceneggiatura ma quanto spazio lasci all’improvvisazione? Se lo lasci? 

“Se ho lasciato mai spazio all’improvvisazione nei miei film? (Ride). Vi faccio un esempio: in Italia avete cibo meraviglioso, perché il cibo lo prendete sul serio, mentre in America ormai siamo solo ossessionati dalla presenza di glutine. Ma se tu fossi un cuoco, una volta preparato il tuo piatto, diresti al cameriere che può anche pasticciarlo tutto prima di servirlo al cliente? Io ho lavorato con gli attori tutta la vita. Con i migliori al mondo, sono stato molto fortunato. Ma nessuno mi ha mai detto: qui tu hai scritto questo ma credo che avresti dovuto scrivere quest’altro. È una questione di rispetto: perché io so scrivere e non so recitare, esattamente come loro sanno recitare ma non sanno scrivere un film”.

Altra domanda: “È vero che il tuo primo punto di riferimento per il lavoro di drammaturgo è stato Harold Pinter?”

“La gente studia cinema, studia letteratura, studia scrittura. Io non so quali siano le cose buone o giuste da studiare, ma solo quali siano le giuste fonti d’ispirazione. Per me è stato Harold Pinter. Ha inventato un nuovo modo di raccontare le interazioni umane e i dialoghi, ha cambiato la nostra idea di drammaturgia. È stato una guida, e una vera e propria ispirazione”.
 
Dopodiché si è passati alle tre clip di film diretti da altri e di cui David Mamet ha firmato la sceneggiatura.

La prima clip è tratta dal celebre Gli Intoccabili (1987) di Brian De Palma, interpretato da Kevin Costner, Sean Connery, Robert De Niro, e Andy Garcia.

“Ero dispiaciuto quando ho visto la scena della carrozzina, che Brian De Palma ha voluto inserire a mia insaputa. Ma è stato Ėjzenštejn che si è ispirato a De Palma?
Quanto a Sean Connery, vi racconto due episodi. La prima volta che ci siamo incontrati mi ha detto: Non ho guadagnato molto facendo l’agente 007. Un’altra volta ero con mia sorella, la stavo consolando perché stava attraversando un periodo difficile, ma dovevo sentire con Sean al telefono. Lei mi disse di salutarlo, perché era una sua fan da parecchi anni. Ho telefonato a Sean, e, dopo aver parlato di questioni di lavoro, gli ho detto di mia sorella. Lui mi ha chiesto quale fosse il suo numero, e  il giorno dopo le ha telefonato e ci ha parlato per mezz’ora. Incredibile”.

La seconda è tratta da Il verdetto (1982) di Sidney Lumet, tratto dall’omonimo libro di Barry Reed, interpretato da Paul Newman, Charlotte Rampling, James Mason, e Jack Warden, e considerato all’unanimità dalla maggior parte degli storici del cinema e dei critici cinematografici come uno fra i migliori film giudiziari americani mai realizzati (insieme ai precedenti La parola ai giurati - 1957 -, anch’esso diretto da Sidney Lumet e tratto dall’omonimo dramma televisivo di Reginald Rose, Testimone d’accusa - 1957 - di Billy Wilder, tratto da un racconto di Agatha Christie,  Anatomia di un omicidio - 1959 - di Otto Preminger, tratto dall’omonimo libro di Robert Traver/John D. Voelker, Vincitori e vinti - 1961 - di Stanley Kramer, Il buio oltre la siepe - 1962 - di Robert Mulligan, tratto dall’omonimo libro di Harper Lee - Premio Pulitzer 1960).

 “Avevo scritto un copione del film, che avrebbe dovuto esser girato da Robert Redford, ma ai produttori non andava bene, e lo passarono a un’altra sceneggiatrice. Per me va bene, avrò scritto almeno venticinque film che poi non sono mai stati girati. Ma in ogni caso mi hanno pagato. Poi Redford ha abbandonato, e il progetto è passato nelle mani del mio amico Sidney Lumet. La mia amica sceneggiatrice mi chiede di intercedere presso di lui, perché c’erano alcune difficoltà e alla fine Sidney ha scelto il mio. È stato quasi un esito da fiaba.

Nella prima versione del copione il verdetto vero e proprio non c’era, ma Sidney mi disse: David, metti il verdetto in quella cavolo di sceneggiatura. Un film che si intitola Il verdetto non può non avere verdetto.

La terza ultima clip è tratta dal film Americani (1992) di James Foley, ed è un eccellente monologo di Alec Baldwin d fronte ai “perplessi” (volendo usare un generoso eufemismo), Jack Lemmon, Ed Harris, e Alan Arkin.

“Molti anni fa sono stato un attore disoccupato a Chicago e ho fatto ogni genere di lavori.  Lavoravo anche quattordici ore al giorno, ho visto delle cose interessanti che ho poi inserito nel copione. Tempo dopo, ero nel Vermont e avevo iniziato a scrivere quella pièce. Poi mi chiesero di tenere per sei mesi un corso di teatro e se avevo un testo pronto: ed ecco che scrissi Americani. Ma Alec Baldwin aveva degli impegni e non poteva partecipare al il film. Poi all’improvviso si liberò ma il casting era già fatto. Mi chiese di scrivergli un’altra parte solo per lui e io lo feci”.

Altra domanda: “ Uno dei tuoi libri più noti è Bambi contro Godzilla sul mondo di Hollywood. Tuttavia è sempre più difficile fare buoni film a Hollywood?

“Il segreto è nel fatto di scrivere tantissimo. Per scrivere bene devi scrivere tantissimo. È una questione di percentuali. Se a Hollywod fanno circa duemilacinquecento film all’anno, se consideriamo circa l’1% di buoni film, ce ne saranno venticinque ogni anno. Se invece facessero novanta film all’anno, l’ 1% sarebbe meno di un buon fim all’anno e sarebbe decisamente poco.

L’ultima domanda riguarda il “politically correct”: “Qualche anno fa hai dichiarato che volevi liberarti dall’atteggiamento politically correct che consideri una patologia”.

“Quando ero ragazzo ero convinto del fatto di non avere talento. Credevo che sarei finito come un senza tetto o in carcere. Poi ho scoperto che sapevo scrivere drammi e dialoghi e che potevo farci i soldi e incontrare ragazze. Se non vuoi sfidare il destino, che con me è stato generoso, non bisogna farlo, è meglio dire la verità. Quindi ho deciso che avrei sempre detto la verità. Anche se il dramma è sempre fondato su una bugia e si risolve quando questa viene rivelata.
Shakespeare, quando scrisse Amleto, aveva ragione a dire che con il teatro puoi far emergere la verità, facendo arrabbiare la gente e suscitando reazioni. Già, il mio mestiere è quello di far arrabbiare la gente. È questo il potere del teatro: vedere che la verità davvero ti può liberare”.

“È mai successo che hai scritto una buona sceneggiatura e poi il film è venuto un disastro?”

“Eccome se è successo. Non faccio nomi, ma se venite qui uno alla volta, ve li dirò”. 

 

Pubblicato in Cinema

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.

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