Filmare l'orrore dell'Olocausto con "Il Figlio di Saul"

Foto di scena Foto di scena comingsoon.it
Rappresentare l’irrappresentabile, l’orrore indicibile che diventa immagine. “Il figlio di Saul” è il vincitore come miglior film straniero agli Oscar 2016,

dopo aver guadagnato il Premio Speciale della Giuria allo scorso Festival di Cannes e il Golden Globe. Il merito di questo film è straordinario: dopo che tutto sembrava essere stato detto sul dramma della Shoà con “Schindler’s List” e “La Vita è bella”,  un’opera prima di un regista trentanovenne ungherese, László Nemes, rimette tutto in discussione.
“Il figlio di Saul” è un film durissimo che ripercorre la vita all’interno di un campo di concentramento. Il punto di vista è originale, non prende in considerazione né le vittime né i carnefici, ma chi sta nel mezzo. Protagonista infatti è  Saul Ausländer,  un membro ungherese del Sonderkommando, il gruppo di prigionieri ebrei isolati dal campo e costretti ad assistere i nazisti nella loro opera di sterminio. Mentre sta sgomberando  e pulendo una delle camere a gas, Saul vede dei  medici nazisti assassinare un ragazzo miracolosamente sopravvissuto alla gassificazione.  Sostenendo che il ragazzo morto sia suo figlio, vuole evitargli la cremazione nel forno per offrirgli una sepoltura ortodossa. Per questo si mette alla ricerca di un rabbino, all’interno del campo disposto a compiere questo gesto estremo.
La scommessa vinta è quella di sovvertire il luogo comune della Shoa, affrontandola di petto e ambientando gran parte del film nell’inferno per eccellenza del XX secolo: le camere a gas di Auschwitz. E’ qui che il nostro protagonista si muove e interagisce, ripreso per tutto il film con una macchina da presa che inquadra il suo viso e il suo corpo in movimento. L’orrore sfiora il protagonista, vediamo di sfuggita i corpi  nudi e martorizzati che vengono dalle docce, così come le baracche e il campo di concentramento. La shoà è quella riflessa nel suo viso impassibile per oltre due ore (il protagonista è un poeta ungherese di 48 anni, esordiente sul grande schermo): i muscoli del viso sono immobili, parla pochissimo, impegnato solo a portare a termine la propria missione. Non quella di scappare ma dare una degna sepoltura a una giovane vita, che ha lasciato questo mondo troppo presto. Un atto di pietà in una barbarie che dopo, oltre settant’anni ancora  non ha chiuso i conti con la Storia. E con il cinema

Pubblicato in Cinema
Giacomo Visco Comandini

Laureato alla Sapienza, dal 2008 è uno dei redattori di Enel.tv, la televisione aziendale di Enel. Appassionato di cinema, ha collaborato per la rivista Filmaker’s MagazineIl Riformista e la Repubblica

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