Kirk Douglas compie 101 anni

Kirk Douglas ne "L'asso nella manica" di Billy Wilder Kirk Douglas ne "L'asso nella manica" di Billy Wilder
Il grande attore americano, uno fra gli ultimissimi testimoni della Hollywood classica, e noto per film quali “Il grande campione” di Mark Robson”, “L’asso nella manica” di Billy Wilder, “Brama di vivere” di Vincente Minnelli, “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick, e molti altri, ha raggiunto il traguardo dei centouno anni.

Fra i grandi della vecchia Hollywood, è l’unico ad esser riuscito ad arrivare ad un’età così “avanzata”. I suoi illustri colleghi nati negli anni Dieci (ricordiamo David Niven, Robert Taylor, Vincent Price, Karl Malden, Stewart Granger, Alan Ladd, Burt Lancaster, Richard Widmark, Eli Wallach, Sterling Hayden, Gregory Peck, Glenn Ford, Peter Finch, Robert Mitchum, William Holden, Jack Palance) ed anche la maggior parte fra quelli nati nel decennio successivo (Yul Brynner, Charles Bronson, Christopher Lee, Charlton Heston, Marlon Brando, Lee Marvin, Lee Van Cleef, Paul Newman, Jack Lemmon, Rod Steiger, Tony Curtis, Leslie Nielsen, Richard Anderson, Peter Falk,  James Coburn, e altri) non ci sono più.

I più anziani ancora in vita sono quelli nati nel biennio 1930/31 (Clint Eastwood, Gene Hackman, Sean Connery, Robert Duvall), ovvero attori che hanno circa quindici anni meno di lui.

Nato a New York nel 1916, figlio di immigrati russi, laureato in Lettere e diplomato all’American Academy of Dramatic Arts, comincia la sua carriera nel ’40 nei teatri di New York, recitando - sia pur saltuariamente - anche a Broadway.

Dopo aver prestato servizio militare in Marina, dopo la Seconda guerra mondiale arriva a Hollywood per interpretare il ruolo di un giovane procuratore distrettuale nel noir Lo strano amore di Martha Ivers (1946) di Lewis Milestone, in cui lavora con Barbara Stanwyck (reduce dal memorabile ruolo di “dark lady” in Double Indemnity - 1944 - di Billy Wilder, tratto dal libro di James Cain, scritto dallo stesso Wilder insieme a Raymond Chandler - il creatore del detective Philip Marlowe - e interpretato anche da Fred MacMurray e Edward G. Robinson) e Van Heflin.

Nel biennio successivo ha due ruoli (negativi) di rilievo in altrettanti film noir: Out of the Past (1947) di Jacques Tourneur (considerato quasi all’unanimità - insieme a Il mistero del falco di John Huston, il già citato Double Indemnity di Billy Wilder, Il grande sonno di Howard Hawks, e Il postino suona sempre due volte di Tay Garnett - come uno fra i migliori noir americani degli anni Quaranta) in cui lavora con Robert Mitchum e Jane Greer, e Le vie della città (1948) di Byron Haskin, in cui recita per la prima volta con Burt Lancaster (nel 1957, durante le riprese di Sfida all’OK Corrall di John Sturges stabiliranno un ottimo rapporto di amicizia e, nei trent’anni successivi, saranno di nuovo insieme in altri sei film).

La sua abilità nella caratterizzazione dei personaggi, unita ad un volto scolpito e incisivo, ne fanno subito una figura forte, spesso contraddistinta da cinismo. In ogni caso, non rifiuta anche ruoli brillanti (La cara segretaria - 1949 - di Charles Martin, Lettera a tre mogli - 1949 - di Joseph L. Mankiewicz), ma i toni della commedia non rientrano esattamente nelle sue corde. Ad ulteriore conferma e dimostrazione di ciò è il fatto che il film con cui conquista finalmente l’interesse del pubblico sarà lo sportivo Il grande campione (1949) di Mark Robson, in cui interpreta magistralmente (ottiene una Nomination all’Oscar come Miglior Attore Protagonista) il ruolo di un pugile di grande forza atletica ma di scarse (per non dire inesistenti) qualità umane.

Due anni dopo arriva definitivamente al successo con Sabbie rosse (1951) di Raoul Walsh, il suo primo western, de L’asso nella manica (1951) di Billy Wilder, primo grande film americano contro il giornalismo senza scrupoli (è giustamente considerato - insieme a Quarto Potere di Orson Welles, L’ultima minaccia di Richard Brooks, Un volto nella folla di Elia Kazan, Prima pagina, diretto dallo stesso Billy Wilder, Quinto potere di Sidney Lumet e Tutti gli uomini del Presidente di Alan J.. Pakula - come uno fra i migliori film americani sul giornalismo mai realizzati), in cui dà vita alla cinica ed ignobile figura del giornalista sciacallo Chuck Tatum, Pietà per i giusti (1951) di William Wyler, in cui è un poliziotto nevrotico e spietato, con cui ottiene una Nomination al Golden Globe come Miglior Attore in un Film Drammatico, e Il bruto e la bella (1952) di Vincente Minnelli, in cui è un cinico produttore e con cui ottiene la sua seconda Nomination all’Oscar come Miglior Attore Protagonista

Di tutt’altro genere i suoi personaggi nel western Il grande cielo (1952) di Howard Hawks, tratto dall’omonimo libro di A. B. Guthrie, 20.000 leghe sotto i mari (1954) di Richard Fleischer, tratto dall’omonimo libro di Jules Verne, Ulisse (1954) di Mario Camerini, in cui lavora con Anthony Quinn, i western Man Without a Star (1955) di King Vidor e Il cacciatore di indiani (1955) di Andre De Toth, Brama di vivere (1956) di Vincente Minnelli, in cui interpreta un Vincent Van Gogh già sull’orlo della follia, in cui lavora per la seconda volta con Anthony Quinn (che vincerà l’Oscar come Miglior Attore Non Protagonista interpretando Paul Gaugin), con cui vince il Golden Globe come Miglior Attore in un Film Drammatico, e con cui ottiene la sua terza Nomination all’Oscar come Miglior Attore Protagonista.

Nel celebre e già citato western Sfida all’OK Corrall (1957) di John Sturges, fornisce un’eccellente prova nel ruolo di un sofferto ed intenso Doc Holliday, medico alcolizzato, tubercolotico, pistolero, giocatore d’azzardo e amico dello sceriffo di Tombstone Wyatt Earp (interpretato da Burt Lancaster).

Bravissimo è anche nel coraggioso pamphlet antimilitarista Orizzonti di gloria (1957) di Stanley Kubrick, all’epoca non ancora trentenne e al suo terzo film dopo Il bacio dell’assassino (1955) e Rapina a mano armata (1956). Da Kubrick verrà diretto anche tre anni dopo in Spartacus (1960), nel ruolo del celebre gladiatore trace che guida la storica rivolta degli schiavi contro l’Impero Romano.

Nel western contemporaneo Solo sotto le stelle (1962) di David Miller è superlativo nella parte di un cowboy inguaribilmente solitario (personaggio piuttosto simile a quello interpretato nel precedente e già citato Man Without a Star) che fugge a cavallo attraverso il deserto e le montagne inseguito da jeep ed elicotteri e finisce travolto da un camion attraversando una superstrada di notte e sotto un acquazzone.

Fra gli altri film ricordiamo Il lutto si addice ad Elettra (1947) di Dudley Nichols, Le mura di Gerico (1948) di John M. Stahl, Chimere (1950) di Michael Curtiz, con l'amica Lauren Bacall, Lo zoo di vetro (1950) di Irving Rapper, l’avventuroso Il tesoro dei Sequoia (1952) di Felix E. Feist, I perseguitati (1953) di Edward Dmytryk, Destino sull’asfalto (1955) di Henry Hathaway, I vichinghi (1958) di Richard Fleischer, in cui lavora con Tony Curtis e Janet Leigh, il western Il giorno della vendetta (1959) di John Sturges, in cui recita per la terza volta con Anthony Quinn, Il discepolo del diavolo (1959) di Guy Hamilton, con Burt Lancaster, la commedia Noi due sconosciuti (1960) di Richard Quine, in cui lavora con Jack Lemmon e Kim Novak, La città spietata (1961) di Gottfried Reinhardt, il western L’occhio caldo del cielo (1961) di Robert Aldrich, in cui lavora con Rock Hudson e Dorothy Malone, Due settimane in un’altra città (1962) di Vincente Minnelli, L’uncino (1963) di George Seaton, I cinque volti dell’assassino (1963) di John Huston, i tre film bellici 7 giorni a maggio (1964) di John Frankenheimer, con Burt Lancaster, Prima vittoria (1965) di Otto Preminger, in cui lavora con John Wayne, e Gli eroi di Telemark (1965) di Anthony Mann, in cui recita con Richard Harris, Combattenti nella notte (1966) di Melville Shavelson, Parigi brucia? (1966) di René Clement, i western Carovana di fuoco (1967) di Burt Kennedy, in cui lavora per la seconda volta con John Wayne, e La via del West di Andrew V. McLagen, La fratellanza (1968) di Martin Ritt, Il compromesso (1969) di Elia Kazan, Uomini e cobra (1970) di Joseph L. Mankiewicz, Il faro in capo al mondo (1971) di Kevin Billington, il western Quattro tocchi di campana (1971) di Lamont Johnson, in cui lavora con il celebre cantante country Johnny Cash (al suo esordio cinematografico), Un uomo da rispettare (1972) di Michele Lupo, in cui recita con Giuliano Gemma, l’horror Holocaust 2000 (1977) di Alberto De Martino, Fury (1978) di Brian De Palma, Jack del cactus (1979) di Hal Needham, Countdown dimensione zero (1980) di Don Taylor, il western L’uomo del fiume nevoso (1982) di George Miller, La fuga di Eddie Macon (1983) di Jeff Kanew, il western televisivo Coppia di Jack (1984, conosciuto anche con il titolo Il bandito e lo sceriffo) di Steven Hilliard Stern, in cui lavora con James Coburn, l'amaro Due tipi incorreggibili (1986) di Jeff Kanew, in cui recita per la settima e ultima volta con l’amico Burt Lancaster.

Negli anni Settanta dirige e interpreta Un magnifico ceffo da galera (1973) e I giustizieri del West (1975), che avranno scarso successo (sia di pubblico sia di critica).

Da produttore, cede a suo figlio Michael tre grandi film di quel decennio: Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975) di Milos Forman, Coma profondo (1978) di Michael Chrichton, e Sindrome cinese (1979) di James Bridges.

A partire dagli anni Novanta dirada notevolmente le sue apparizioni. Ricordiamo Oscar - Un fidanzato per due figlie (1991) di John Landis, Caro zio Joe (1994) di Jonathan Lynn, Diamonds (1998) di John Mallory Asher, con Lauren Bacall.

Nel ’96 riceve un meritato Oscar alla Carriera.

I suoi ultimi film sono stati Vizio di famiglia (2002) di Fred Schepisi, in cui lavora con il figlio e con la sua ex moglie Diana Dill (madre di Michael Douglas) e Illusion (2004) di Michael A. Goorjian.

Nel 2008 partecipa al film televisivo Meurtres a l’Empire State Building di William Karel e l’anno successivo al documentario Before I forget (2009) di Jeff Kanew.

Nell’88 Kirk Douglas pubblica Il figlio del venditore di stracci, la sua autobiografia. A partire dagli anni Novanta ha scritto altri otto libri, fra cui ricordiamo Io sono Spartaco! Come girammo un film e cancellammo la lista nera (2012), pubblicato in Italia da il Saggiatore (Milano) nel 2013 con traduzione di Luca Fusari, e in cui narra la vicenda della burrascosa e travagliata realizzazione del già citato Spartacus di Stanley Kubrick, e del fatto che lo sceneggiatore Dalton Trumbo, finito sulle famigerate “liste nere” all’inizio degli anni Cinquanta, ebbe finalmente la possibilità di tornare a firmare un lavoro con il suo vero nome (vicenda che segnò la fine delle persecuzioni maccartiste ad Hollywood).

Nella prefazione del libro, George Clooney, rendendo omaggio al coraggio ed alla caparbietà dimostrata da Kirk Douglas contro il maccartismo, scrive: «Esiste un metodo infallibile per giudicare di che pasta è fatta una persona: non si capisce da come ti comporti quando fila tutto liscio, ma da come ti gestisci quando è dura. Finché la posta in palio è bassa siamo tutti coraggiosi… ma quando è in gioco il tuo lavoro, o persino la tua vita, quella dei tuoi familiari o dei tuoi amici… allora sì che viene fuori di che stoffa sei fatto. La stoffa di cui è fatto Kirk Douglas è parecchio resistente. La sua non è una storia da film, quella del paladino che parte, lancia in resta, per difendere la sua causa. Per come ha raggiunto la gloria, somiglia più all’Atticus Finch del Buio oltre la siepe. Non cercava lo scontro… è stato lo scontro a trovare lui… e come Atticus, Kirk sapeva che cosa fare… quale fosse la scelta giusta. […] Kirk Douglas è tante cose. Una stella del cinema. Un attore. Un produttore. Ma prima di tutto, un uomo di straordinario carattere. Di quelli che vengono fuori quando la posta in palio è alta. Di quelli a cui ci rivolgiamo sempre nei momenti più bui».          

 

Pubblicato in Cinema

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.

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