La storia del pm Radmann ne "Il Labirinto del silenzio"

Una scena tratta dal film Una scena tratta dal film
Il ricordo dell’Olocausto è un tema predominante in questo inizio di 2016.

Nelle sale contemporaneamente vi sono tre film sul tema. Da “Il Figlio di Saul”, vincitore del Gran Premio della Giuria all’ultimo festival di Cannes a “Remember” di Atom Egoyan in cui la malattia degenerativa dell’Alzheimer diventa un twist narrativo per una vittima dell’Olocausto, fino all’ultima opera, questa volta made in Germany.
Il tema e l’eredità della shoah è protagonista anche de “ll Labirinto del Silenzio”, un film giudiziario diretto dall’italo tedesco Giulio Ricciarelli. Un legal thriller in costume, ambientato nel 1958 nella Germania Ovest, che ripercorre e mette in scena la storia vera dell’inchiesta choc del  giovane pubblico ministero Johann Radmann: fu lui infatti a portare alla luce all’opinione pubblica tedesca il nome del campo di concentramento di Auschwitz come simbolo delle atrocità naziste, dopo essere stato contattato da un giornalista.
La sua diventa così una battaglia contro lo stesso Stato, il piccolo Davide contro Golia, la Germania Ovest nata dopo le ceneri del regime nazista, impegnata a rimuovere, dimenticare e sotterrare gli orrori del passato.  Il labirinto del silenzio del titolo si riferisce proprio al muro di omertà,  del passato dimenticato, di persone e identità  nascoste, eretto da una burocrazia occidentale che fa di tutto  per voltare pagina dal suo passato più terribile.
Il film però non riesce fino in fondo nel suo intento: se da una parte a sorprendere è innanzitutto la scelta della vicenda trattata  - nessuno fino ad allora aveva parlato di soluzione finale, Auschwitz era solo come uno dei tanti campi di internamento - meno efficace e la sua realizzazione.  I lati positivi sono sicuramente i caratteri dei protagonisti,,rappresentati dalla testardaggine e idealismo del giovane procuratore nel cercare le prove delle atrocità delle SS naziste,  partendo proprio dalle ricerca manuale delle vittime (tramite l’elenco telefonico) e dal loro indicibile sforzo nel  tirare fuori dalla memoria le atrocità viste o subite quindici anni prima. Un film che alimenta la tensione con il passare dei minuti e che termina proprio sul più bello, ovvero l’inizio del processo ai responsabili, nel 1963.  Tutto quello che è successo dopo, è raccontato nelle righe finali. Ma questo, forse, è un altro film. 

 

Pubblicato in Cinema
Giacomo Visco Comandini

Laureato alla Sapienza, dal 2008 è uno dei redattori di Enel.tv, la televisione aziendale di Enel. Appassionato di cinema, ha collaborato per la rivista Filmaker’s MagazineIl Riformista e la Repubblica

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