Leviteaccanto, il film-documentario di Luciano Toriello

Leviteaccanto, il film-documentario di Luciano Toriello
Un film di Luciano Toriello, con Blessing Ehiorobo, Peropkar Singh, Farhan Matan, Roger Tognonvi, Marta Altobelli, Dina Diurno. Drammatico, durata 52 min. - Italia 2015.

Le scene iniziali, che si susseguono lungo la parete dello schermo cinematografico, accompagnate dalla calda cornice sonora delle musiche originali di Wabi Sabi, ci parlano di  paesaggi sconfinati e desolati dalla bellezza primordiale, strade deserte ed assolate, aria sospesa dall’atmosfera gialla offuscata, deserti interiori,  passanti laboriosi e lenti e distese sterminate da tabula rasa elettrificata, mancano solo cactus e tumbleweeds, i famosi rotolacampi di polvere e rametti che rotolano nel deserto nei film western e ci ritroveremmo direttamente catapultati in “Arizona dream” di Kusturica, invece siamo in Puglia e il film in questione è “Leviteaccanto” diretto da Luciano Toriello, scritto insieme ad Annalisa Mentana e prodotto da Alessandro Piva per Seminal Film, con il sostegno di Apulia Film Commission e Comune di Manfredonia, presentato al 16° Festival del Cinema Europeo del 2015.

A riportarci in territorio pugliese è la voce fuori campo del barista di Borgo Mezzanone, borgo rurale del comune di Manfredonia, fondato in epoca fascista e, come si vede dai documenti e dalle immagini d’archivio, caratterizzato dall’avere una pista aeroportuale militare costruita dagli alleati statunitensi e oggi ripopolato da migranti e stranieri che vivono in container dislocati sulla suddetta pista, vigilati dal CARA (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) e dai volontari della Caritas che gestiscono Casa Speranza, un nome che è tutto un programma. Borgo Mezzanone diventa così punto di passaggio, dove arrivare dal Nord Africa, dai paesi dell’Est e dall’Asia e da cui ripartire poi alla ricerca di fortuna in Svezia, Germania e Danimarca.  

Il film descrive le storie di quattro giovani migranti e del loro incessante tentativo di costruirsi una nuova vita e una nuova identità e idea di famiglia. Come scrive il regista: «ognuno è portatore e custode di una storia, per raccontare la quale, i silenzi dicono più delle parole». La prima storia parla di Blessing, ragazza come tante, preoccupata per la sua gravidanza e speranzosa di riuscire a dare ai suoi figli un futuro tranquillo. Nigeriana d’origine, Blessing viene da Benin City, città famosa per la tratta delle donne sfruttate dal racket della prostituzione. Perfettamente integrato dal punto di vista lavorativo, Peropkar ribattezzato Gianni in Italia, è invece in preda alle sofferenze d’amore per una ragazza data in sposa ad un altro, ma desideroso di indipendenza dalle dinamiche di casta dei matrimoni combinati indiani. Poi c’è la volontà di riscatto e di integrazione sociale di Farhanz, che fuggito dalla Somalia, ha rischiato di morire rimanendo un mese nel deserto prima di giungere in Italia, dove però ha ritrovato per puro caso l’amore della sua vita, che aveva perduto per le vicissitudini avverse del destino. Fa tenerezza infine la tristezza negli occhi di Roger che patisce maledettamente la lontananza forzata dalla famiglia, costretto a fuggire dalla guerra scoppiata in Costa d’Avorio, ma solo dopo aver messo al riparo moglie e figli in Ghana, come farebbe qualunque padre che si rispetti. Le sue lacrime di fronte al telefono, desideroso di sentire l’ultima figlia nata, non sono altro che le lacrime di affetto che un padre prova per un figlio e che risuonano come un tonfo nei nostri cuori ogni volta che lo sentiamo chiamare invano Marie Grace al microfono del cellulare.

La famiglia resta dunque il perno centrale nella vita di ogni persona. Sono storie di vita, di famiglia, di ricerca della felicità che rientrano negli universali umani in cui tutti ci riconosciamo. Sono storie di invisibili immerse in una realtà “altra”, che diventa, paradossalmente, una realtà parallela, identificabile in un altro continuum spazio-temporale, troppo spesso volutamente ignorato dall’indifferenza generale del contesto sociale circostante. Costretti, per forza di cose, a parlare una lingua “altra” identificata con la lingua del potere, custodiscono gelosamente quella di origine che diventa unico nascondiglio in cui poter continuare a vivere e unico viatico per preservare la propria identità e recuperare se stessi.

Di fronte a situazioni di conflitti e massacri indiscriminati, di tirannie e di crudeltà di dominazione dei governi e di povertà improduttive ed assolute di certe economie del mondo, chiunque anelerebbe all’espatrio come unico barlume di speranza e sopravvivenza. Prima di additare i migranti racchiudendoli sterilmente nella categoria generica e spersonalizzata di gente che arriva nei nostri paesi a toglierci il lavoro e a portare delinquenza e pratiche incivili, dovremmo sempre ricordare che dietro ognuno di loro si nasconde un uomo con un volto ben preciso e una storia di vita fatta di emozioni e paure ma con desiderio di futuro. Dietro ognuno di loro c’è una vita che pulsa tanto quanto la nostra. Se per empatia si intende «essere con l’altro», dovremmo riuscire a metterci nei panni dell’altro, andare non solo verso l’altro, ma anche portare questi nel proprio mondo, come tra l’altro dichiara di aver fatto il regista quando scrive: «Leviteaccanto è il risultato di due anni e mezzo di lavoro a Borgo Mezzanone. Mentre frequentavo la borgata e parlavo con le persone che vi abitano, le storie mi sono letteralmente venute incontro in tutta la loro urgenza. Forti e delicate al contempo, in alcune di esse ho trovato legami con la mia storia personale. Così, in un rovesciamento di prospettive, mi sono reso conto di come io stesso avrei potuto rappresentare “la vita accanto” dei protagonisti del mio film».

Di fronte alla diversità, Sartre parlava di alienazione esterna dell’uomo moderno, che si sente isolato e privo di speranza; la gente ha bisogno di confrontarsi con qualcosa di fuori-da-sé con cui mettersi in relazione e su cui proiettare la propria angoscia esistenziale.    

Come nelle storie di desolazione visionaria dei film “Exils” e “Gadjo Dilo” (Lo straniero pazzo) del cineasta gitano Tony Gatlif, i protagonisti del film di Toriello mostrano: sui loro volti, le cicatrici di una vita perduta, nei loro occhi, le ombre pesanti ed invincibili delle loro angosce e, nelle loro gambe, la terribile sensazione di sentirsi spezzati, cioè di sentire in una certa ora, in un certo giorno o momento, che non si è più tutti se stessi, ma una piccola scheggia di se stessi, quanto di più umiliante ci possa essere.
Norman Manea l’huligano, intellettuale rumeno in perenne fuga dal nazismo ucraino e dalla dittatura di Ceausescu scrive: «partenza, partenza, non abbiamo motivo di rimanere qui», facendone lo slogan paradigmatico della condizione dell’esiliato, del marginale, dell’escluso, del non allineato, del dissidente ed extraterritoriale, sottolineando la dimensione straniante dell’esilio come metafora esistenziale, che allontana da se stessi prima ancora che da un paese. 

Se partire è un po’ rinascere, il paradosso emblematico, che genera un cortocircuito percettivo aberrante, è il dover partire per andare a morire, sia spiritualmente, dovendo annullare la propria identità di origine per divenire un semplice numero all’interno di una massa di individui senza nome, senza gloria e senza storia, sia fisicamente rimettendoci a volte anche la vita pur di raggiungere il tanto ambito offing, il punto più lontano dell’oceano/orizzonte visibile ad occhio nudo, punto metaforico estremo, simbolo di qualcosa che è lontano da te ma che è comunque nel tuo raggio visivo, pur di inseguire il proprio sogno di libertà.  

I numerosi container brulicanti di vita, che si estendono in successione sulla famosa pista made by USA, li potremmo così immaginare come tanti igloo, le tende avveniristiche di ancestrale memoria realizzati da Mario Merz e fatti di materiali effimeri e quotidiani, proprio per indicare l’effimero e labile concetto di patria; che cos’è in fondo la patria, se non tre tubi incrociati su un mucchio di sassi. L’igloo di Merz  «di vetro o di pietra, di sacchi o di foglie, di catrame o di luce, è sempre la casa ideale dove potersi rigenerare, raccogliere, pensare, essere, e dove poter ritornare quando si sente la necessità di ricominciare».  

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