Paolo Ruffini incontra il pubblico del CineVillage tra risate e lacrime

Paolo Ruffini incontra il pubblico del CineVillage tra risate e lacrime foto Giacomo Gabrielli
Un evento speciale quello di martedì 27 luglio al CineVillage Parco Talenti, che ha ospitato l’istrionico Paolo Ruffini per la presentazione del suo docu-film UP&DOWN - UN FILM NORMALE.

Il film, uscito nel 2018, è una indagine sulla normalità, raccontata attraverso gli occhi incantati di attori straordinari: cinque con Sindrome di Down e uno autistico. È un sogno che si trasforma in un’avventura, la storia di una compagnia teatrale che vuole compiere un’impresa “normale”: realizzare uno spettacolo e portarlo nei più prestigiosi teatri d’Italia. Il film ripercorre la nascita e il tour dello spettacolo teatrale Up & Down della Compagnia MAYOR VON FRINZIUS, diretta da Lamberto Giannini e Paolo Ruffini.

Accolto festosamente in arena da giovani e adulti, dopo saluti e selfie con tutti, il regista livornese nel corso dell’intervista moderata dal giornalista Marco Gisotti, ha stabilito una immediata sintonia con il numeroso pubblico, regalando, tra uno sketch e l’altro, momenti di profonda commozione.

Ruffini ha parlato dell’importanza oggi di tornare a vivere il cinema e il teatro: «Io credo che la cultura dovrebbe entrare nel Ministero della Salute. La bellezza del cinema e del teatro è che tu sospendi la tua memoria per un’ora e mezza - due ore e consenti alla tua vita di essere in possesso di qualcosa che è finto ma che ti emoziona. Quindi è una scoperta straordinaria», ha dichiarato.

Alla domanda su come sia stato lavorare a contatto con la disabilità il regista ha raccontato la straordinaria esperienza vissuta con i ragazzi down per la realizzazione sia dello spettacolo teatrale che del documentario: «Ho avuto un momento difficile quando è finito questo film perché non riuscivo a lavorare con persone che non erano down, non sopportavo più le persone come me. Questo film nasce dall’ analisi di un paradosso. Queste persone definite DOWN, termine che in inglese significa “giù”, ma che prende il nome dallo studioso che per primo descrisse questa sindrome, sono, in realtà molto UP. Hanno una confidenza con la felicità che a me, per esempio, manca spesso. E io quando sono con loro è come se avessi trovato un tesoro: mi sento felice».

Come si fa a trattare un tema difficile senza essere seriosi? «Si fa, come diceva Calvino, “planando" sulle cose. Che è il concetto di leggerezza. Ma leggerezza non significa essere superficiali, bensì accogliere le cose con un sorriso che ti consente di essere accogliente».

 

Tanti gli interventi degli spettatori, che hanno raccontato momenti di vita vissuta ed esperienze con la disabilità. Ruffini, che non è nuovo all’impegno sociale, ha ammesso di amare i documentari e le storie vere.

Come quella raccontata nel suo Resilienza (2014), che è la storia del piccolo Alessandro, che ha perso la vita a quattordici anni a causa di un grave tumore, il neuroblastoma di quarto stadio diagnostico all’età di otto anni con una prospettiva di vita di sei mesi. Nonostante la grave patologia il bambino ha sempre condotto una vita normale, cercando di giocare e agire come un bambino e poi ragazzo simile ai suoi coetanei, sorridendo e ringraziando il suo quotidiano.

Il lavoro affronta questo viaggio senza toni melodrammatici ma mettendo in risalto la voglia di positività, il bisogno e la necessità del sorriso che ha portato alla cosiddetta risoterapia, tanto diffusa soprattutto nei reparti di oncologia pediatrica. «Mi sono accorto solo recentemente che non è mai esistita una parola per definire la condizione di chi perde un figlio, probabilmente perché si rimane genitore per sempre. Al funerale di Alessandro non sapevo cosa dire. E alla domanda imbarazzata “Posso fare qualcosa?” il padre, mio carissimo amico, mi ha risposto: “Aiutami a tenere vivo Alessandro”. Il cinema mi ha aiutato».

Pubblicato in Cinema

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