Se ne va Bertrand Tavernier, regista di L’orologiaio di Saint-Paul e Che la festa cominci

una scena di "L'orologiaio di Saint-Paul" una scena di "L'orologiaio di Saint-Paul"
È morto a Saint-Maxime a settantanove anni il grande regista, sceneggiatore e produttore francese, noto per aver diretto film quali “L’orologiaio di Saint Paul”, “Che la festa cominci”, “Il giudice e l’assassino”, “La morte in diretta”, “Round Midnight - A mezzanotte circa”, “La vita e niente altro”, “Eloise, la figlia di D’Artagnan”, “L’esca”, “Ricomincia da oggi”, “La piccola Lola” e molti altri.

«Dopo aver cominciato a fare cinema ho continuato a vederlo, non mi sono fatto prendere dalla megalomania, come avviene in molti casi. I registi devono tanto lottare per i propri film, che poi parlano solo di quello. Io preferisco parlare a qualcuno di un film che ho appena scoperto o di un film che adoro» (Bertrand Tavernier)

«C’è sempre stata una differenza fra un cinema solo commerciale ed uno con ambizioni artistiche. C’è differenza fra film e prodotti, come c’è differenza fra un ristorante ed una catena di fast food, che non offre certo gli stessi prodotti di un ristorante»

«Il problema è quello di educare gli spettatori a guardare un film in bianco e nero, con i ragazzi abituati alle clip ed alla pubblicità. Tanti presidi e professori invece di arrendersi alla paura devono lottare per sconfiggere questo problema, una lotta primordiale che riguarda anche la letteratura e la filosofia»

Nato a Lione nell’aprile 1941, figlio dello scrittore e poeta René Tavernier (1915-1989), fondatore della rivista «Confluence» (che durante l'occupazione tedesca della Francia pubblicò autori come Louis Aragon, Paul Eluard, Elsa Triolet e Henri Michaux), cresce a Parigi e studia al Liceo Henri IV, dove conosce il futuro regista tedesco Volker Schlöndorff, con il quale condivide l’interesse per il cinema, a cui di lì a breve dedicherà completamente.

All’inizio degli anni Sessanta, insieme al poeta Yves Martin e Bernard Martinard, fonda un Cineclub, il Nickelodéon, con l’obiettivo di far conoscere i film americani meno noti.

Scrive articoli di critica cinematografica per varie riviste («Radio-Cinéma», «Les Lettres Françaises», «Positif» e les «Cahiers du Cinéma»)  ed è uno fra i primi  francesi ad intervistare John Ford (1894-1973), Raoul Walsh (1887-1980), John Huston (1906-1987), Joseph Losey (1909-1984) e a far conoscere in Francia Budd Boetticher (1916-2001), André De Toth (1912-2002) e, con la collaborazione di Martin Scorsese, a far riscoprire, Michael Powell (1905-1990) del quale è nota la ventennale collaborazione - a partire dalla fine degli anni Trenta - con il soggettista e sceneggiatore Emeric Pressburger (1902-1988).

Nel '61 esordisce al cinema come assistente di Jean-Pierre Melville per Leon Morin, prete (1961, conosciuto anche con il titolo La carne e l'anima), tratto dal libro omonimo di Béatrix Beck ed interpretato da Jean-Paul Belmondo e Emmanuelle Riva.

Dal '61 al '64 lavora come addetto stampa di Georges de Beauregard, produttore di vari registi della Nouvelle Vague. Grazie a questa esperienza ha l'occasione di esordire dietro alla macchina da presa dirigendo Baiser de Judas (1964), episodio di Les Baisers - Una voglia matta di donna, e Une chance explosive, episodio di La Chance et l’Amour - L’amore e la chance.

Tuttavia, il suo esordio alla regia di lungometraggi avverrà solo un decennio dopo con il cupo L’horloger de Saint-Paul (L’orologiaio di St. Paul - 1974), tratto da un libro di Georges Simenon L’orologiaio di Everton (1954) e che vince l’Orso d’Argento al Festival di Berlino. Grazie anche alla forte presenza scenica di Philippe Noiret e di Jean Rochefort, il film ha un’ottima accoglienza sia di pubblico sia di critica. L’analisi della vita di provincia, il confronto generazionale ed i riferimenti autobiografici saranno le tematiche prevalenti anche nelle pellicole successive, in cui l’influenza marxista ed il grande senso del dettaglio acquisteranno un’importanza ancora maggiore.

Da fine anni Settanta crea una propria società di produzione, la Little Bear, con la quale produrrà i suoi film successivi permettendosi così una maggiore libertà.

Fra i suoi film i racconti morali di approccio realista Que la fete commence (Che la festa cominci… - 1975) e Le juge et l’assassin (Il giudice e l’assassino - 1976), La mort en direct (La morte in diretta - 1980), caparbio atto d’accusa sull’immoralità dei mass media, Autour de Minuit (Round Midnight - A mezzanotte circa -1986), tributo al jazz di Dexter Gordon.

Dopo una parentesi in cui si occupa di cultura americana, ritorna alle tematiche originali con il pacifista La vie et rien d’autre (La vita e nient’altro - 1989), malinconica rievocazione degli “anonimi” caduti della piana di Verdun durante la Prima guerra mondiale, lo struggente Daddy Nostalgie (1990) e con il poliziesco L’appât (L’esca - 1994), raggelata riflessione sulla banalità del male e con cui vince l’Orso d’Oro al Festival di Berlino.

Laissez-passez (2002) è invece una partecipe rievocazione degli anni in cui, durante l’occupazione tedesca della Francia, il cinema francese era in mano ai nazisti.

Con Holy Lola (La piccola Lola - 2004) adatta il romanzo di sua figlia - la scrittrice e sceneggiatrice Tiffany Tavernier - e realizza un film-inchiesta sulle difficoltà e le irregolarità nell’adozione di bambini stranieri - in questo caso cambogiani - da parte di europei.

Fra gli altri film ricordiamo Des enfants gâtes (I miei vicini sono simpatici - 1977), Une semaine de vacances (Una settimana di vacanza - 1980), Coup de torchon (Colpo di spugna - 1981), il documentario Mississippi Blues (1983), realizzato insieme a Rober Parrish, Une dimanche à la campagne (Una domenica in campagna - 1984), La passion Béatrice (Quarto comandamento - 1987), Pour Aung San Suu Kyi, Myanmar (1991), episodio di Contre l’oubliL. 627 (Legge 627 - 1992), La fille de D’Artagnan (Eloise, la figlia  D’Artagnan - 1994), Capitaine Conan (Capitan Conan - 1996), Ca commence aujourd’hui (Ricomincia da oggi - 1998), In The Electric Mist (L’occhio del ciclone - 2009), La princesse de Montpensier (2010), Quai d’Orsay (2013).

Fra i documentari da lui realizzati, Philippe Soupault (1982), Lyon, le regard intérieur (1988), La guerre sans nom (1992), De l’autre coté du périph (1997), Histoires de vie brisées: les “double peine” de Lyon (2001),  

Come sceneggiatore, ha scritto Coplan ouvre le feu à Mexico (Moresque: obiettivo allucinante - 1967) di Riccardo Freda, Capitaine Singrid (I mercenari muoiono all’alba - 1968) di Jean Leduc, La trace (1983) di Bernard Favre, Les mois d’avril sont meurtriers (1987) di Laurent Heynemann, Mon père,il m’a sauvé la vie (2001) di José Giovanni, Lucifer et moi (2008) di Jean-Jacques Gran-Jouan.               

Pubblicato in Cinema

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.


 


 

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