Se ne va Kirk Douglas, il gigante della Hollywood classica che sfidò il maccartismo

Kirk Douglas nell'agghiacciante ruolo del giornalista Chuck Tatum in "L'asso nella manica" di Billy Wilder Kirk Douglas nell'agghiacciante ruolo del giornalista Chuck Tatum in "L'asso nella manica" di Billy Wilder
È morto a Los Angeles all’età di centotré anni il grande attore americano, interprete di film quali “Il grande campione” di Mark Robson, “L’asso nella manica” di Billy Wilder, “Il bruto e la bella” e “Brama di vivere”, di Vincente Minnelli, “Man Without a Star” di King Vidor, “Orizzonti di gloria” e “Spartacus” di Stanley Kubrick, “Sfida all’OK Corrall” di John Sturges, “L’occhio caldo del cielo” di Robert Aldrich, “Solo sotto le stelle” di David Miller, “7 giorni a maggio” di John Frankenheimer, “Gli eroi di Telemark” di Anthony Mann e molti altri.

«Perché non ve ne andate in montagna? Con la vostra tempra potreste campare cent'anni», diceva lo sceriffo Wyatt Earp (interpretato da Burt Lancaster) a Doc Hollyday (Kirk Douglas), dentista-pistolero tubercolotico ed alcolizzato. «È proprio la cosa che desidero di meno», rispondeva lui. Nella realtà la Sorte ha deciso diversamente. Kirk Douglas i cento anni li aveva raggiunti e superati. Fra i grandi della Hollywood classica era l’unico ad esserci riuscito. I suoi illustri colleghi nati negli anni Dieci del Novecento (Robert Taylor, Stewart Granger, Alan Ladd, B. Lancaster, Richard Widmark, Sterling Hayden, Gregory Peck, Glenn Ford, Robert Mitchum, William Holden) son tutti morti da molti anni. Ed anche quelli nati nel decennio successivo (Yul Brynner, Walter Matthau, Charles Bronson, Charlton Heston, Marlon Brando, Paul Newman, Jack Lemmon, Rod Steiger, Tony Curtis, Peter Falk, James Coburn). I più anziani ancora in vita sono quelli nati nel biennio 1930/31 (Gene Hackman, Clint Eastwood, Sean Connery, Robert Duvall).

«Soltanto con l'esperienza, con il passare del tempo, e non certo con la teoria che impari a conoscere davvero te stesso. Inutile dire: "Ah, se l'avessi saputo!". Ancora oggi, a distanza di più di cinquant'anni, mi sembra straordinario che siamo riusciti a girare Spartacus. Avevamo tutti contro: il maccartismo, la concorrenza di un altro film, tutto. Ho 95 anni. Quando sono nato, alla Casa Bianca c'era Woodrow Wilson. Ho visto sedici presidenti, due guerre mondiali, la Grande depressione e una sfilza di crisi politiche, dallo scandalo di Teapot Dome al Watergate all'impeachment di Bill Clinton [...]. Mentre scrivo queste parole l'America è divisa come non l'ho mai vista. dal momento della sua nascita la nostra nazione ha superato tanti momenti di divisione estrema. Certo, il frangente più tragico fu quello che culminò nella Guerra civile. Più di mezzo milione di vittime, e gli Stati Uniti rischiarono di dissolversi. Eppure, in un modo o nell'altro, siamo sempre sopravvissuti. In questo libro voglio raccontare come girammo Spartacus in un altro periodo di grandi dissidi. Gli anni cinquanta furono un decennio di paura e paranoia. Il nemico erano i comunisti, come lo sono oggi i terroristi. Cambiano i nomi, la paura rimane. E rimangono i politici che la fomentano, i media che la sfruttano. Che dalla nostra paura traggono profitto. Il primo presidente per cui ho votato è Franklin Roosevelt. Diceva: "Non abbiamo niente da temere, a parte la paura". Non sono un attivista politico. Nel 1959, quando produssi Spartacus, volevo girare il miglior film possibile, non prendere una posizione politica. Misi insieme alcuni dei migliori attori mai apparsi sullo schermo: Laurence Olivier, Charles Laughton, Peter Ustinov, Jean Simmons e Tony Curtis. Ingaggiai un regista giovane e talentuoso con cui avevo già collaborato. All'epoca il grande pubblico non lo conosceva quasi per nulla. Si chiamava Stanley Kubrick. Il giudizio sul film lo lascio agli altri. Credo si difenda bene da sé. ne vado fiero. Quando racconto ai miei nipoti la storia della realizzazione di Spartacus, la ascoltano come il racconto fantastico di un'epoca lontana, gli anni cinquanta. Hanno ragione. Di tempo ne è passato. Ma in un mondo in cui dalla Tunisia un uomo può innescare una serie di eventi che rovescia il governo dell'Egitto, la storia di Spartaco è importante come lo era cinquant'anni fa - e duemila anni fa. Uno spirito rivoluzionario si aggira per il mondo. Sarà contagioso? Ci sorprende vedere grandi folle che, senza capi dichiarati, si radunano nelle città americane, parlano con una voce sola, sfidano una struttura di potere che sembra inespugnabile; è la stessa cosa che fece Spartaco. Decine di migliaia di altre voci si unirono alla sua. Insieme, tutte erano Spartaco. Quando girai questo film ero giovane. Ho già detto spesso che, se avessi avuto qualche anno in più, forse non avrei chiesto a Dalton Trumbo di scriverlo senza nascondersi dietro uno pseudonimo. In quegli anni di grandi divisioni Dalton era diventato un vero capro espiatorio. Nemmeno dopo quasi un anno di galera per via delle sue idee politiche gli studios avevano tolto il suo nome dalla lista nera - fedeli alla regola del "non assumere" entrata in vigore più di un decennio prima. Oggi c'è ancora chi cerca di giustificarla, la lista nera. Dicono che era necessaria per proteggere l'America. Dicono che gli unici a farne le spese furono i nostri nemici. Mentono. Fu una vergogna nazionale che rovinò la vita di uomini, donne e bambini innocenti. Lo so. Io c'ero. L'ho visto coi miei occhi. Adesso vi racconto com'è andata. E di Spartacus, del film che girammo in quel clima di follia» (Kirk Douglas, Introduzione a Kirk Douglas, Io sono Spartaco! Come girammo un film e cancellammo la lista nera, il Saggiatore, Milano 2013)

Nato a New York nel dicembre 1916, figlio di immigrati russi, laureato in Lettere e diplomato all’American Academy of Dramatic Arts, Issur Danielovitch Demsky - meglio noto come  Kirk Douglas - comincia la sua carriera nel ’40 nei teatri di New York, recitando - sia pur saltuariamente - anche a Broadway.

Dopo aver prestato servizio militare in Marina, dopo la Seconda guerra mondiale arriva a Hollywood per interpretare il ruolo di un giovane procuratore distrettuale nel noir Lo strano amore di Martha Ivers (1946) di Lewis Milestone, in cui lavora con Barbara Stanwyck (reduce dal memorabile ruolo di “dark lady” in Double Indemnity - 1944 - di Billy Wilder, tratto dal libro di James Cain, scritto dallo stesso Wilder insieme a Raymond Chandler) e Van Heflin.

Nel biennio successivo ha due ruoli (negativi) di rilievo in altrettanti film noir: Out of the Past (Le catene della colpa - 1947 -, conosciuto anche con il titolo La banda degli implacabili) di Jacques Tourneur, con Robert Mitchum, Jane Greer e Rhonda Fleming, e Le vie della città (1948) di Byron Haskin, con Burt Lancaster.

La sua abilità nella caratterizzazione dei personaggi, unita ad un volto scolpito e incisivo, ne fanno subito una figura forte, spesso contraddistinta da cinismo. In ogni caso, non rifiuta anche ruoli brillanti (La cara segretaria - 1949 - di Charles Martin, Lettera a tre mogli - 1949 - di Joseph L. Mankiewicz), ma i toni della commedia non rientrano granché nelle sue corde. Ad ulteriore conferma e dimostrazione di ciò è il fatto che il film con cui conquista finalmente l’interesse del pubblico sarà lo sportivo Il grande campione (1949) di Mark Robson, in cui interpreta magistralmente (ottiene una Nomination all’Oscar come Miglior Attore Protagonista) il ruolo di un pugile di grande forza atletica ma di scarse (per non dire inesistenti) qualità umane.

Due anni dopo arriva definitivamente al successo con Sabbie rosse (1951) di Raoul Walsh, il suo primo western, e dando vita alla cinica e ignobile figura del giornalista sciacallo Chuck Tatum di  L’asso nella manica (1951) di Billy Wilder, primo grande film americano contro il giornalismo senza scrupoli (e ancora oggi considerato - insieme a Quarto potere di Orson Welles,  L’ultima minaccia di Richard Brooks, Un volto nella folla di Elia Kazan, Prima pagina di B. Wilder, Quinto potere di Sidney Lumet, Tutti gli uomini del Presidente di Alan J. Pakula, Sindrome cinese di James Bridges, Diritto di cronaca di Sydney Pollack, Sotto tiro di Roger Spottiswoode - come uno fra i migliori film americani sul giornalismo mai realizzati) a quella del poliziotto spietato e nevrotico di Pietà per i giusti (1951) di William Wyler, con cui ottiene una Nomination al Golden Globe come Miglior Attore in un Film Drammatico, e a quella del cinico produttore di Il bruto e la bella (1952) di Vincente Minnelli, con cui ottiene la sua seconda Nomination all’Oscar come Miglior Attore Protagonista

Di tutt’altro tipo i suoi personaggi nel western Il grande cielo (1952) di Howard Hawks, tratto dal libro omonimo di A. B. Guthrie, il disneyano 20.000 leghe sotto i mari (1954) di Richard Fleischer, tratto dal libro omonimo di Jules Verne (fu il primo libro di J. Verne ad esser portato al cinema, prima dei successivi Il giro del mondo in ottanta giorni di Michael Anderson, Viaggio al centro della Terra di Henry Levin, I figli del capitano Grant di Robert Stevenson, Cinque settimane in pallone di Irwin Allen), Ulisse (1954) di Mario Camerini, con Silvana Mangano, Franco Interlenghi ed Anthony Quinn, i western Man Without a Star (L’uomo senza paura - 1955) di King Vidor, e Il cacciatore di indiani (1955) di Andre De Toth, Brama di vivere (1956) di Vincente Minnelli, in cui interpreta un Vincent van Gogh già sull’orlo della follia, in cui recita per la seconda volta con Anthony Quinn (che vincerà l’Oscar come Miglior Attore Non Protagonista interpretando Paul Gaugin), con cui vince il Golden Globe come Miglior Attore in un Film Drammatico, e con cui ottiene la sua terza Nomination all’Oscar come Miglior Attore Protagonista.

Nel celebre western Sfida all’OK Corrall (1957) di John Sturges, fornisce un’eccellente prova nel ruolo di un sofferto ed intenso Doc Holliday, medico alcolizzato, tubercolotico, pistolero, giocatore d’azzardo e amico dello sceriffo di Tombstone Wyatt Earp (Burt Lancaster, con il quale stabilità un ottimo rapporto di amicizia e, nei successivi trent’anni, girerà altri sei film).

Bravissimo è anche nel coraggioso pamphlet antimilitarista Orizzonti di gloria (1957) di Stanley Kubric (all’epoca non ancora trentenne ed al suo terzo film dopo Il bacio dell’assassino e Rapina a mano armata). Da S. Kubrick verrà diretto anche tre anni dopo in Spartacus (1960), nel ruolo del celebre gladiatore trace che guida la storica rivolta degli schiavi contro l’Impero Romano.

Nel western contemporaneo Solo sotto le stelle (1962) di David Miller è superlativo nella parte di un cowboy inguaribilmente solitario (personaggio piuttosto simile a quello interpretato nel precedente e già citato Man Without a Star) che fugge a cavallo attraverso il deserto e le montagne inseguito da jeep ed elicotteri e finisce travolto da un camion attraversando una superstrada di notte e sotto un acquazzone.

Fra gli altri film ricordiamo Il lutto si addice ad Elettra (1948) di Dudley Nichols, Le mura di Gerico (1948) di John M. Stahl, Chimere (1950) di Michael Curtiz, con Lauren Bacall, Lo zoo di vetro (1950) di Irving Rapper, Il tesoro dei Sequoia (1952) di Felix E. Feist, I perseguitati (1953) di Edward Dmytryk, Destino sull’asfalto (1955) di Henry Hathaway, I vichinghi (1958) di Richard Fleischer, con Tony Curtis e Janet Leigh, il western Il giorno della vendetta (1959) di John Sturges, in cui recita per la terza volta con Anthony Quinn, Il discepolo del diavolo (1959) di Guy Hamilton, con B. Lancaster, la commedia Noi due sconosciuti (1960) di Richard Quine, con Kim Novak e Walter Matthau, La città spietata (1961) di Gottfried Reinhardt, il western L’occhio caldo del cielo (1961) di Robert Aldrich, con Rock Hudson e Dorothy Malone, Due settimane in un’altra città (1962) di Vincente Minnelli, L’uncino (1963) di George Seaton, I cinque volti dell’assassino (1963) di John Huston, i tre film bellici 7 giorni a maggio (1964) di John Frankenheimer, con B. Lancaster, Prima vittoria (1965) di Otto Preminger, con John Wayne, e Gli eroi di Telemark (1965) di Anthony Mann, con Richard Harris, Combattenti nella notte (1966) di Melville Shavelson, Parigi brucia? (1966) di René Clement, i western Carovana di fuoco (1967) di Burt Kennedy, in cui recita per la seconda volta con J. Wayne, e La via del West di Andrew V. McLagen, con Robert Mitchum e Richard Widmark, La fratellanza (1968) di Martin Ritt, Il compromesso (1969) di Elia Kazan, Uomini e cobra (1970) di Joseph L. Mankiewicz, con Henry Fonda,  Il faro in capo al mondo (1971) di Kevin Billington, il western Quattro tocchi di campana (1971) di Lamont Johnson, in cui recita con il celebre cantante country Johnny Cash (al suo esordio cinematografico), Un uomo da rispettare (1972) di Michele Lupo, con Giuliano Gemma, l’horror Holocaust 2000 (1977) di Alberto De Martino, Fury (1978) di Brian De Palma, Jack del cactus (1979) di Hal Needham, Countdown dimensione zero (1980) di Don Taylor, il western L’uomo del fiume nevoso (1982) di George Miller, La fuga di Eddie Macon (1983) di Jeff Kanew, il western televisivo Coppia di Jack (1984, conosciuto anche con il titolo Il bandito e lo sceriffo) di Steven Hilliard Stern, con James Coburn, l'amaro Due tipi incorreggibili (1986) di Jeff Kanew, in cui recita per la settima e ultima volta con l’amico Burt Lancaster.

Negli anni Settanta dirige ed interpreta Un magnifico ceffo da galera (1973) e I giustizieri del West (1975), che avranno scarso successo (sia di pubblico sia di critica).

Da produttore, gira a suo figlio Michael (classe 1944 e nel frattempo divenuto giovane star televisiva con il telefilm poliziesco Le strade di San Francisco - 1972-77 -, con Karl Malden) tre grandi film di quel decennio: Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975) di Milos Forman, con Jack Nicholson (Oscar come Miglior Attore Protagonista), Coma profondo (1978) di Michael Crichton, con M. Douglas, Tom Selleck e Richard Widmark, ed il già citato Sindrome cinese (1979) di James Bridges, con Jane Fonda, Jack Lemmon e M. Douglas.

A partire dagli anni Novanta dirada notevolmente le sue apparizioni. Ricordiamo Oscar - Un fidanzato per due figlie (1991) di John Landis, Caro zio Joe (1994) di Jonathan Lynn e  Diamonds (1998) di John Mallory Asher.

Nel ’96 riceve un meritato (nonché tardivo) Oscar alla Carriera. I suoi ultimi film sono stati Vizio di famiglia (2002) di Fred Schepisi, in cui recita con il figlio Michael e con la sua ex moglie Diana Dill (madre di M. Douglas) e Illusion (2004) di Michael A. Goorjian.

Nel 2008 partecipa al film televisivo Meurtres a l’Empire State Building di William Karel e, l’anno successivo al documentario, Before I forget (2009) di Jeff Kanew.

Nel 1988 Kirk Douglas pubblica Il figlio del venditore di stracci, la sua autobiografia (tradotta e pubblicata in Italia l’anno seguente).

Nei venticinque anni successivi scrive altri otto libri, fra cui ricordiamo Io sono Spartaco! Come girammo un film e cancellammo la lista nera (2012), pubblicato in Italia dal Saggiatore nel 2013 (traduzione di Luca Fusari) ed in cui racconta la vicenda della burrascosa e travagliata realizzazione del già citato Spartacus di Stanley Kubrick, e del fatto che lo sceneggiatore Dalton Trumbo, finito sulle famigerate “liste nere” all’inizio degli anni Cinquanta, ebbe finalmente la possibilità di tornare a firmare un lavoro con il suo vero nome (vicenda che segnò simbolicamente la fine del maccartismo ad Hollywood).

Nella prefazione del libro, George Clooney, rendendo omaggio al coraggio dimostrato da Kirk Douglas nella lotta contro il maccartismo, scrive: «Esiste un metodo infallibile per giudicare di che pasta è fatta una persona: non si capisce da come ti comporti quando fila tutto liscio, ma da come ti gestisci quando è dura. Finché la posta in palio è bassa siamo tutti coraggiosi. Ma quando è in gioco il tuo lavoro, o persino la tua vita, quella dei tuoi familiari o dei tuoi amici, allora sì che viene fuori di che stoffa sei fatto. La stoffa di cui è fatto Kirk Douglas è parecchio resistente. La sua non è una storia da film, quella del paladino che parte, lancia in resta, per difendere la sua causa. Per come ha raggiunto la gloria, somiglia più all’Atticus Finch del Buio oltre la siepe. Non cercava lo scontro… è stato lo scontro a trovare lui… e come Atticus, Kirk sapeva che cosa fare… quale fosse la scelta giusta. Oggi è difficile rendersi conto di quanto fosse ingombrante e pesante il maccartismo. È difficile immaginare che tanti americani onesti furono trascinati davanti alle sottocommissioni del Senato e costretti a svergognare i loro amici, se non volevano andare in carcere. Processati in pubblico senza potersi difendere. Sotto quel peso cedettero in tanti. E chi non cedeva pagava, e continuò a pagare anche dopo la fine degli interrogatori di McCarthy. Persino dopo la morte di McCarthy. […] Kirk Douglas è tante cose. Una stella del cinema. Un attore. Un produttore. Ma prima di tutto, un uomo di straordinario carattere. Di quelli che vengono fuori quando la posta in palio è alta. Di quelli a cui ci rivolgiamo sempre nei momenti più bui».    

Pubblicato in Cinema

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.


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