Se ne va Sidney Poitier. Addio al leggendario apripista per gli attori afroamericani a Hollywood

Sidney Poitier in "La scuola della violenza" di James Clavell Sidney Poitier in "La scuola della violenza" di James Clavell
È morto all’età di novantaquattro anni il grande attore afroamericano, interprete di film quali “La parete di fango” e “Indovina chi viene a cena?” di Stanley Kramer, “Paris Blues” di Martin Ritt, “I gigli del campo” di Ralph Nelson, “La scuola della violenza” di James Clavell, “La calda notte dell’ispettore Tibbs” di Norman Jewison e molti altri.

Nato a Miami - in Florida - nel febbraio 1927, di umili origini, dall’American Negro Theater arriva a Broadway nel 1946 in Lysistrata. Quattro anni dopo esordisce al cinema nel drammatico Uomo bianco, tu vivrai! (1950) di Joseph L. Mankiewicz, in cui recita con Richard Widmark.

Nel corso degli anni Cinquanta è comprimario - Il seme della violenza (1955) di Richard Brooks, con Glenn Ford - e coprotagonista di carattere - Nel fango della periferia (1957) di Martin Ritt, con John Cassavetes e Jack Warden - in film che affrontano la questione del razzismo attraverso dettagli, sfumature, sottigliezze ed introspezione psicologica - il western La banda degli angeli (1957 - conosciuto anche con il titolo La frusta e la carne) di Raoul Walsh, con Clark Gable e Yvonne De Carlo - e edificanti sviluppi narrativi - il coraggioso La parete di fango (1958) di Stanley Kramer, in cui recita con Tony Curtis - fra scintille di elevato anticonformismo - Qualcosa che vale (1957) di Richard Brooks, con Rock Hudson e Dana Wynter.

Attore magnetico e di grande versatilità - Porgy and Bess (1959) di Otto Preminger, con Dorothy Dandridge e Sammy Davis Jr - sarà il primo attore afroamericano a raggiungere il grado di “star” ed a vincere un Oscar come Miglior Attore Protagonista - I gigli del campo (1963) di Ralph Nelson, con Lilia Skala - diventando, in un certo qual modo, una sorta di simbolo di un progressismo antirazzista che fermenta negli Stati Uniti degli anni Sessanta.

Funzionale alla retorica sul conflitto razziale - Incontro al Central Park (1965) di Guy Green, con Elizabeth Hartman e Shelley Winters -, ne personifica una versione più “politicamente corretta” - Il celebre Indovina chi viene a cena? (1967) di Stanley Kramer, in cui recita con Spencer Tracy (al suo ultimo film), Katharine Hepburn e Katharine Houghton, Isabel Sanford, Cecil Kellaway, Beah Richards, Roy E. Glenn - e di sicuro successo di pubblico.

Nel frattempo si cimenta anche con il poliziesco con il fortunato La calda notte dell’ispettore Tibbs (1967) di Norman Jewison, in cui con Rod Steiger (Oscar come Miglior Attore Protagonista) e che avrà due seguiti - Omicidio al neon per l’ispettore Tibbs (1970) di Don Medford, con Martin Landau, e L’organizzazione sfida l’ispettore Tibbs (1971), anch’esso diretto da D. Medford - e esordisce alla regia con il western Non predicare… spara! (1972).

Regista leggermente discontinuo nella commedia, di cui rimane protagonista - Grazie per quel caldo dicembre (1973), Uptown Saturday Night (1974), Let’s Do it Again (1975), A Piece of the Action (1977) -, trova in Gene Wilder un ottimo interprete - Nessuno ci può fermare (1980) e Hanky PankyFuga per due (1982) - e, a partire da fine anni Ottanta/inizio Novanta diraderà sempre più le sue apparizioni sul grande schermo - Sulle tracce dell’assassino (1988) di Roger Spottiswoode, I signori della truffa (1992) di Phil Alden Robinson, con Robert Redford, The Jackal (1997) di Michael Caton-Jones, con Richard Gere e Bruce Willis, L’ultimo fabbricante di mattoni - 2000).

Fra gli altri film da lui interpretati ricordiamo Piangi mio amato paese (1951) di Zoltan Korda, L’autocolonna rossa (1952) di Budd Boetticher, con Jeff Chandler, Addio lady (1956) di William A. Wellman, con Walter Brennan, Il segno del falco (1957) di Michael Audley, Sabbie roventi (1958) di Patrick Jackson, La pelle degli eroi (1960) di Hall Bartlett, Paris Blues (1961) di Martin Ritt, con Paul Newman e Joanne Woodward, Un grappolo di sole (1961) di Daniel Petrie Jr, con Claudia McNeil e Ruby Dee, La scuola dell’odio (1962) di Hubert Cornfield, con Bobby Darin e Peter Falk (il futuro Tenente Colombo), Le lunghe navi (1964) di Jack Cardiff, con Richard Widmark, Beba Loncar e Rosanna Schiaffino, Stato d’allarme (1965) di James B. Harris, con R. Widmark, Martin Balsam ed un giovane Donald Sutherland ad inizio carriera, La vita corre sul filo (1965) di Sydney Pollack (al suo esordio alla regia), con Anne Bancroft e Telly Savalas, Duello a El Diablo (1966) di Ralph Nelson, con James Garner, Bibi Anderson e Bill Travers, La scuola della violenza (1966) di James Clavell, Un uomo per Ivy (1968) di Daniel Mann, con Abby Lincoln e Beau Bridges, L’uomo perduto (1969) di Robert Alan Arthur, con Joanna Shimkus, L’angelo della morte (1971) di James Goldstone, Il seme dell’odio (1975) di R. Nelson, con Michael Caine, Nicol Williamson ed un giovane Rutger Hauer ad inizio carriera.

Attivo anche in televisione (soprattutto nell’ultimo decennio circa della sua carriera), è apparso in alcuni film tv - To Sir With Love II (1996) di Peter Bogdanovich, Mandela & de Clerk (1997) di Joseph Sargent, in cui interpreta Nelson Mandela (dodici anni prima della performance, altrettanto   superlativa, di Morgan Freeman in Invictus di Clint Eastwood), Imparare a volare (1998) di Leon Ichaso, David and Lisa (1998) di Lloyd Kramer, Un mondo senza tempo (1998) e L’ultimo fabbricante di mattoni (2001) di Gregg Champion -  ed in serie e miniserie (Separate But Equal – 1991 -, Children of the Dust - 1995). 

Nel 2002 viene premiato con un meritatissimo Oscar alla Carriera, consegnatogli da Denzel Washington. Quella sera riceve una standing ovation e pronuncia un sentito discorso con cui, visibilmente commosso, si congeda dal suo pubblico e si ritira a vita privata.

«Sono arrivato ad Hollywood all'età di ventidue anni, in un’epoca molto diversa quella di oggi. Un tempo in cui le probabilità che io potessi essere qui, stasera, cinquantatré anni dopo, non sarebbero state a mio favore. Allora non era stata tracciata alcuna via per dove io sperassi di andare. Nessun percorso visibile che potessi seguire. Nessuna consuetudine a cui accordarmi. Eppure sono qui stasera al termine di un viaggio che, nel 1949, sarebbe stato considerato praticamente impossibile. E, difatti, nulla si sarebbe messo in moto se non vi fosse stato un numero inestimabile di scelte coraggiose ed altruistiche intraprese da un manipolo di creatori visionari americani: registi, scrittori e produttori, ciascuno con un forte senso di responsabilità civile verso l'epoca in cui viveva. Ciascuno senza paura di consentire alla propria arte di riflettere le proprie visioni e i propri valori - etici e morali - e per di più, riconoscerli come propri. Erano consapevoli delle difficoltà che si ergevano di fronte a loro, i loro sforzi furono immani e con ogni probabilità avrebbero potuto rivelarsi troppo faticosi per farcela. Nondimeno essi perseverarono, comunicando attraverso la propria arte alla parte migliore di ciascuno di noi. E io ho beneficiato dei loro sforzi; l'industria del cinema ha beneficiato dei loro sforzi; l'America ha beneficiato dei loro sforzi; e in misura maggiore e minore anche il mondo ha beneficiato dei loro sforzi. Per cui è con rispetto che io condivido questo grande onore con Joe Mankiewicz, Richard Brooks, Ralph Nelson, Darryl Zanuck, Stanley Kramer, i fratelli Mirish, specialmente Walter, la cui amicizia si colloca nel pieno centro di questo momento. Guy Green, Norman Jewison, e tutti gli altri che hanno offerto un contributo nel modificare la sorte, per me e per altri. Senza di loro, questo momento così memorabile non avrebbe mai potuto esserci e i tanti giovani eccellenti attori che sono seguiti in maniera ammirevole avrebbero potuto non esserci, come invece ci sono, e non avrebbero potuto arricchire la tradizione del cinema americano, come invece hanno potuto. Io accetto questo premio in memoria di tutti gli attori e attrici afroamericani che sono venuti prima di me, durante gli anni difficili. Coloro sulle cui spalle ho avuto il privilegio di sedere e vedere dove sarei potuto andare. Il mio amore e il mio ringraziamento alla mia meravigliosa, meravigliosa moglie, i miei figli, i miei nipoti, il mio agente nonché amico Martin Baum e, infine, a tutti coloro del pubblico, in tutto il mondo, che hanno riposto la loro fiducia nel mio giudizio come attore e regista. Io ringrazio ciascuno di voi per il vostro supporto durante tutti questi anni. Grazie».

A partire dal 2012, anno della morte di Ernest Borgnine, vincitore dell'Oscar come Miglior Attore Protagonista per Marty - Vita di un timido (1955) di Daniel Mann, Sidney Poitier era il più anziano attore vivente fra i vincitori di premio Oscar (escludendo Kirk Douglas - scomparso nel 2020 all’età di centotre anni -, il quale aveva vinto solo un Oscar alla Carriera - nel 1996 - e, scandalosamente, non era mai stato premiato come Miglior Attore Protagonista).

Pubblicato in Cinema

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.


 


 

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