Sidney Poitier compie 90 anni

Sidney Poitier con Tony Curtis ne "La parete di fango" di Stanley Kramer Sidney Poitier con Tony Curtis ne "La parete di fango" di Stanley Kramer
Sidney Poitier ha compiuto novant’anni.

Nato a Miami - in Florida - nel 1927, di umili origini, dall’American Negro Theater arriva a Broadway nel 1946 in Lysistrata.

Tre anni dopo esordisce al cinema nel drammatico Uomo bianco tu vivrai (1949) di Joseph L. Mankiewicz, in cui lavora con Richard Widmark (il quale, in quegli anni interpreta ruoli molto negativi in film come Il bacio della morte - 1947 - di Henry Hathaway, I quattro rivali - 1948 - di Jean Negulesco, Strada senza nome - 1948 -, Cielo giallo - 1949 - di William A. Wellman).

Nel corso degli anni Cinquanta è comprimario (Il seme della violenza - 1955 - di Richard Brooks, in cui recita con Glenn Ford) e coprotagonista di carattere (Nel fango della periferia - 1957 - di Martin Ritt) in film che affrontano la questione del razzismo attraverso sottili sfumature e introspezioni psicologiche (il western La banda degli angeli - 1957 -, conosciuto anche con il titolo La frusta e la carne - di Raoul Walsh, in cui lavora con Clark Gable e Yvonne De Carlo) ed edificanti sviluppi narrativi (il coraggioso La parete di fango - 1958 - di Stanley Kramer, in cui recita con Tony Curtis) fra scintille di elevato anticonformismo (Qualcosa che vale - 1957 - di Richard Brooks).

Attore magnetico e di grande versatilità (Porgy and Bess - 1959 - di Otto Preminger sarà il primo nero a raggiungere il “grado” di Star ed a vincere un Oscar come Miglior Attore Protagonista (I gigli del campo - 1963 - di Ralph Nelson) diventando, in un certo qual modo, una sorta di simbolo di un progressismo antirazzista che fermenta negli Stati Uniti degli anni Sessanta.

Funzionale alla retorica sul conflitto razziale (Incontro al Central Park - 1965 - di Guy Green), ne personifica una versione più “politicamente corretta” (Il celebre Indovina chi viene a cena? -1967 - di Stanley Kramer, in cui lavora con Spencer Tracy - al suo ultimo film - e Katharine Hepburn) e di sicuro successo di pubblico.

Nel frattempo si cimenta anche con il poliziesco con il fortunato La calda notte dell’ispettore Tibbs (1967) di Norman Jewinson, in cui lavora con Rod Steiger e che avrà due seguiti (Omicidio al neon per l’ispettore Tibbs - 1970 - e L’organizzazione sfida l’ispettore Tibbs - 1971 - di Don Medford) ed esordisce alla regia con il western Non Predicare… spara (1972).

Regista leggermente discontinuo nella commedia, di cui rimane protagonista (Grazie per quel caldo dicembre - 1973 -, Uptown Saturday Night - 1974 -, Let’s Do it Again - 1975 -, A Piece of the Action - 1977), trova in Gene Wilder un ottimo interprete (Nessuno ci può fermare - 1980 - e Hanky Panky - Fuga per due - 1982) e, a partire da fine anni Ottanta/inizio Novanta diraderà sempre più le sue apparizioni sul grande schermo (Sulle tracce dell’assassino - 1988 - di Roger Spottiswoode, I signori della truffa - 1992 - di Phil Alden Robinson, in cui lavora con Robert Redford, The Jackal - 1997 - di Michael Caton Jones, in cui recita con Richard Gere e Bruce Willis, L’ultimo fabbricante di mattoni - 2000).

Fra gli altri film L’autocolonna rossa (1952) di Budd Boetticher, Addio lady (1956) di William A. Wellman, Il segno del falco (1957) di Michael Audley, Sabbie roventi (1958) di Patrick Jackson, La pelle degli eroi (1960) di Hall Bartlett, Paris Blues (1961) di Martin Ritt, La scuola dell’odio (1962) di Hubert Cornfield, Le lunghe navi (1964) di Jack Cardiff, Stato d’allarme (1965) di James B. Harris, La vita corre sul filo (1965) di Sydney Pollack, Duello a El Diablo (1966) di Ralph Nelson (futuro registra di Soldato blu -1970), La scuola della violenza (1966) di James Clavell, Un uomo per Ivy (1968) di Daniel Mann, L’uomo perduto (1969) di Robert Alan Arthur, L’angelo della morte (1971) di James Goldstone, Il seme dell’odio (1975) di Ralph Nelson.

Nel 2002 viene premiato con un Oscar alla Carriera. La sera della consegna riceve una standing ovation dopo aver pronunciato un sentito discorso con cui, di fatto, si congeda dall’attività cinematografica e si ritira a vita privata.

“Sono arrivato ad Hollywood all'età di ventidue anni, in un'epoca molto diversa quella di oggi. Un tempo in cui le probabilità che io potessi essere qui, stasera, cinquantatré anni dopo, non sarebbero state a mio favore. Allora non era stata tracciata alcuna via per dove io sperassi di andare. Nessun percorso visibile che potessi seguire. Nessuna consuetudine a cui accordarmi. Eppure sono qui stasera al termine di un viaggio che, nel 1949, sarebbe stato considerato praticamente impossibile. E, difatti, nulla si sarebbe messo in moto se non vi fosse stato un numero inestimabile di scelte coraggiose ed altruistiche intraprese da un manipolo di creatori visionari americani: registi, scrittori e produttori, ciascuno con un forte senso di responsabilità civile verso l'epoca in cui viveva. Ciascuno senza paura di consentire alla propria arte di riflettere le proprie visioni e i propri valori - etici e morali - e per di più, riconoscerli come propri. Erano consapevoli delle difficoltà che si ergevano di fronte a loro, i loro sforzi furono immani e con ogni probabilità avrebbero potuto rivelarsi troppo faticosi per farcela. Nondimeno essi perseverarono, comunicando attraverso la propria arte alla parte migliore di ciascuno di noi. E io ho beneficiato dei loro sforzi; l'industria del cinema ha beneficiato dei loro sforzi; l'America ha beneficiato dei loro sforzi; e in misura maggiore e minore anche il mondo ha beneficiato dei loro sforzi. Per cui è con rispetto che io condivido questo grande onore con Joe Mankiewicz, Richard Brooks, Ralph Nelson, Darryl Zanuck, Stanley Kramer, i fratelli Mirish, specialmente Walter, la cui amicizia si colloca nel pieno centro di questo momento. Guy Green, Norman Jewison, e tutti gli altri che hanno offerto un contributo nel modificare la sorte, per me e per altri. Senza di loro, questo momento così memorabile non avrebbe mai potuto esserci e i tanti giovani eccellenti attori che sono seguiti in maniera ammirevole avrebbero potuto non esserci, come invece ci sono, e non avrebbero potuto arricchire la tradizione del cinema americano, come invece hanno potuto. Io accetto questo premio in memoria di tutti gli attori ed attrici afroamericani che sono venuti prima di me, durante gli anni difficili. Coloro sulle cui spalle ho avuto il privilegio di sedere e vedere dove sarei potuto andare. Il mio amore e il mio ringraziamento alla mia meravigliosa, meravigliosa moglie, i miei figli, i miei nipoti, il mio agente nonché amico Martin Baum e, infine, a tutti coloro del pubblico, in tutto il mondo, che hanno riposto la loro fiducia nel mio giudizio come attore e regista. Io ringrazio ciascuno di voi per il vostro supporto durante tutti questi anni. Grazie”.

A partire dal 2012, anno della morte di Ernest Borgnine, vincitore dell'Oscar come Miglior Attore Protagonista per Marty - Vita di un timido (1955) di Daniel Mann, Sidney Poitier è il più anziano attore vivente fra i vincitori di premio Oscar (escludendo Kirk Douglas, che nel dicembre 2016 ha compiuto cento anni ma che vinse solo un Oscar alla Carriera - 1996 - e, scandalosamente, non è mai stato premiato come Miglior Attore - Protagonista o non). 

 

Pubblicato in Cinema

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.

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