SouthPaw – L’ultima sfida

SouthPaw – L’ultima sfida
L’unico “destro” allo spettatore lo da’ il fisico martoriato del protagonista, ma chi si aspettava un nuovo The Wrestler si è dovuto ricredere.

Le prime immagini del film pugilistico di Antoine Fuqua avevano colpito il mondo del web lo scorso marzo, quando, tra le corde del ring si faceva fatica a riconoscere la star Jake Gyllenhaal, con occhi pestati a sangue, denti spezzati e un fisico asciutto e tirato, costruito da mesi di palestra. Sullo schermo si intravede così un corpo potente e una interpretazione pronta per essere osannato dalla critica. Ma chi si aspettava un nuovo The Wrestler si è dovuto ricredere.

Si perché di eccezionale Southpaw ha solamente la prova del suo protagonista, per il resto è la classica parabola sportiva, senza macchia e senza paura: Billy “The Great” Hope (Jake Gyllenhaal) è un campione mondiale di boxe, chiamato “southpaw”,  perché è un pugile mancino dallo stile aggressivo e brutale. É all’apice della sua carriera con una moglie che adora (Rachel McAdams), e una figlia piccola. Il momento di svolta avviene con l’incontro con il rivale Miguel “Magic” Canto, che cambierà la sua vita per sempre. Durante una violenta rissa la moglie Maureen viene uccisa e da quel momento l’esistenza di Billy è sconvolta: la sua carriera è finita, la figlia è affidata ai servizi sociali. Billy così si deve rimboccare le maniche e ricominciare dal nulla. Giorno dopo giorno inizia la dura risalita, con l’aiuto e gli insegnamenti del vecchio pugile Tick (Forrest Withaker). 

Fondamentalmente il film è tutto qua. Pochi guizzi, poche trovate, piuttosto piatto per essere un film sulla boxe, che di “colpi” di scena dovrebbe esserne pieno.

Da un bravo mestierante come Antoine Fuqua (regista di Training Day o Attacco al Potere – Olympus has fallen) sinceramente ci si aspettava qualcosa di più, se non aver messo in piedi un banale film sportivo la cui sceneggiatura ricalca fedelmente lo schema in tre atti: successo iniziale, caduta in disgrazia, successo finale. Stop.

Come abbiamo già ricordato, l’unico “destro” allo spettatore lo da’ il fisico martoriato del protagonista, encomiabile per la trasformazione a cui si è volontariamente sottoposto lungo tanti mesi di allenamenti, ma che resta alla fine un solista isolato con il resto del coro. Troppo poco per essere messi ko al primo round.  Anzi alla fine dell’incontro,tra Jake Gyllenhaal e il suo pubblico, a vincere ai punti è proprio quest’ultimo.

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Pubblicato in Cinema
Giacomo Visco Comandini

Laureato alla Sapienza, dal 2008 è uno dei redattori di Enel.tv, la televisione aziendale di Enel. Appassionato di cinema, ha collaborato per la rivista Filmaker’s MagazineIl Riformista e la Repubblica

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