Un ricordo di Federico Fellini nel centenario della sua nascita

Federico Fellini sul set negli anni Sessanta Federico Fellini sul set negli anni Sessanta foto Carlo Riccardi
Cento anni fa nasceva il grande regista romagnolo, noto in Italia e nel mondo per aver diretto film quali “Lo sceicco bianco”, “I vitelloni”, “La strada”, “Le notti di Cabiria”, “la dolce vita”, “8 e mezzo”, “Giulietta degli spiriti”, “Roma”, “Amarcord”, “La città delle donne”, “E la nave va”, “Ginger e Fred”, “La voce della luna” ed altri.

Nato a Rimini il 20 gennaio 1920 (muore a Roma nell’ottobre 1993) da famiglia contadina dell’appennino tosco-emiliano (la madre, di origine romana, era oriunda riminese; il padre, nato a Gambettola - vicino a Forlì - si era trasferito a Rimini come rappresentante di commercio) frequenta le scuole (fino al liceo compreso) nella sua città natale. Ben presto si fa una buona fama come spiritoso caricaturista e, all’età di diciotto anni, comincia a collaborare con vari giornali con vignette ed articoli umoristici.

Nel gennaio 1939 si trasferisce a Roma, diventando in breve uno fra i più prolifici ed apprezzati collaboratori del bisettimanale «Marc’Aurelio».

L’anno seguente comincia un’intensa attività alla radio - scrivendo scenette e rivistine - e fornisce spunti e battute a Aldo Fabrizi, all’epoca comico di varietà, e che lo introdurrà al cinema facendolo partecipare alla sceneggiatura di Avanti c’è posto... (1942) di Mario Bonnard e dei film successivi (Quarta pagina - 1942 - di Nicola Manzari, Campo de’ fiori - 1943 - di M. Bonnard, Apparizione - 1943 - di Jean de Limur, L’ultima carrozzella - 1943 - di Mario Mattoli, Tutta la città canta - 1945 - di Riccardo Freda). Già fra il’ 39 ed il ’42 aveva partecipato - non accreditato - al soggetto di Lo vedi come sei... lo vedi come sei? (1939) di Mario Mattoli, con Erminio Macario, Il pirata sono io! (1940), anch’esso di M. Mattoli, e Il cavaliere del deserto (1942) di Gino Talamo e Osvaldo Valenti.

L’inventiva e la grande disponibilità gli permettono una rapida affermazione come aiuto sceneggiatore, ma l’occupazione tedesca di Roma interrompe la sua nuova carriera.

Nell’ottobre 1943 sposa una giovane attrice conosciuta in radio: Giulietta Masina (1921-1994).

Nel ’45, dopo la liberazione di Roma, in cerca di lavoro, crea - insieme ad altri disegnatori - The Funny Face Shop, una catena di botteghe di caricature per militari. È proprio in questo periodo che la strada di Fellini si incrocia con quella di un giovanissimo Carlo Riccardi (1926), il futuro grande fotografo della Dolce Vita, amico di Ennio Flaiano e di Totò ed autore di migliaia e migliaia di foto dalla fine degli anni Quaranta fino ai giorni nostri. Oltre settant’anni di Storia italiana, un enorme patrimonio culturale.

Nello stesso anno va a cercarlo Roberto Rossellini, il quale aveva bisogno del suo intervento per convincere A. Fabrizi ad interpretare il ruolo del sacerdote che viene fucilato dai tedeschi in Roma città aperta (1945).

Entrato nel film come sceneggiatore, viene colpito dalla personalità di Rossellini e rimane con lui - come sceneggiatore ed aiuto regista - anche per il successivo Paisà (1946), un viaggio attraverso l’Italia distrutta dalla guerra, e che lo trasforma in cineasta a tempo pieno.

Ormai sceneggiatore molto quotato, si associa al noto drammaturgo Tullio Pinelli in una fortunata collaborazione artistica che porterà a scrivere copioni di film di Alberto Lattuada (Il delitto di Giovanni Episcopo - 1947 -, Senza pietà - 1948 -, Il mulino del Po - 1949), Pietro Germi (In nome della legge - 1948 -, Il cammino della speranza - 1950) ed altri, fra i quali nuovamente R. Rossellini (Il miracolo - 1948 -, episodio di L’amore, Francesco, giullare di Dio - 1950 -, Europa’ 51 - 1952)

Nel sopra citato episodio rusticano Il miracolo, il ventottenne Fellini impersona il finto San Giuseppe, recitando con Anna Magnani.

Negli anni successivi recita - sempre nel ruolo di se stesso - in vari film, sia suoi sia diretti da altri (Paul Mazursky - Il mondo di Alex, 1970 -, Ettore Scola - C’eravamo tanto amati, 1974 -, Alberto Sordi - Il tassinaro, 1983).

I già citati Francesco, giullare di Dio e Europa ’51 sono le ultime occasioni in cui lavora con Rossellini. A. Lattuada lo fa passare per la prima volta dietro alla macchina da presa associandolo alla regia di Luci del varietà (1950), opera nata dalla lunga frequentazione di un ambiente che stava scomparendo. Prodotto in cooperativa, e nonostante la buona accoglienza da parte della critica, al box-office, il film avrà un risultato disastroso.

Ancora peggiore sarà la sorte del successivo Lo sceicco bianco (1952), firmato dal solo Fellini ed interpretato da Alberto Sordi, Brunella Bovo e Leopoldo Trieste. Un’insolita commedia che presenta una visione grottesca e parodistica, profondamente amara, dei fotoromanzi all’epoca molto diffusi. Apparentemente un film inscritto nel canone neorealista, ma in realtà una rottura con esso per via del lampo di fantasia che sembra dissolverne i contorni.

Per nulla scoraggiato, Fellini scrive - insieme a T. Pinelli - La strada (1954), film su una coppia di artisti girovaghi (interpretati da Giulietta Masina e Anthony Quinn), ma le difficoltà incontrate nel progetto lo inducono a realizzare, l’anno avanti, I vitelloni (1953), vicende incrociate di un gruppo di nullafacenti e perdigiorno giovanotti di provincia. A differenza di quanto avvenuto con il precedente Lo sceicco bianco, ottenuto il Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia, I vitelloni è campione d’incassi e rappresenta un clamoroso lancio per la carriera cinematografica di A. Sordi. Il film diventa un segno proverbiale per l’indiscutibile comicità di alcune scene ed appare come quello in cui la provincia italiana riesce ad esser rappresentata in maniera compiuta, romanzescamente ma nell’articolato spettro dei suoi fallimenti morali, un tema che segnerà fortemente la successiva produzione del regista.

Ignorando le numerose offerte per realizzare un seguito di I vitelloni, Fellini convince il produttore Dino De Laurentiis a mettere in cantiere La strada, con Giulietta Masina insieme a due attori hollywoodiani: Anthony Quinn e Richard Basehart. Il tono onirico e la morale spiritualista del film provocano numerose perplessità alla Mostra di Venezia, dove La strada viene considerato come una sorta di contraltare di Senso (1954) di Luchino Visconti, dando il via ad uno scontro di tendenze - fra cinema della fantasia e cinema dell’impegno - che proseguirà per molti anni. Sia pur ottenendo un altro Leone d’Argento a Venezia, in Italia il film stenta ad esser apprezzato, ma si riscatterà in Francia e poi negli Stati Uniti, dove nel marzo 1957 vince l’Oscar come Miglior Film Straniero.

Nel frattempo Fellini aveva realizzato Il bidone (1955), con Broderick Crawford, film disperato su piccoli imbroglioni metropolitani, che ancora una volta non verrà compreso a Venezia e, dopo un’accoglienza negativa da parte della critica, subirà numerosi tagli e non troverà un pubblico.

Fellini torna al successo con una nuova performance di Giulietta Masina, ovverosia Le notti di Cabiria (1957), ritratto agrodolce di una prostituta romana ispirato ad un fatto di cronaca. Il film, scritto dallo stesso Fellini (alla sceneggiatura partecipa anche Pier Paolo Pasolini), vince a sorpresa un secondo Oscar come Miglior Film Straniero e fa ottenere a G. Masina il premio come Miglior Attrice al Festival di Cannes.

Dopo questi riconoscimenti, D. De Laurentiis sembra intenzionato a produrre il nuovo progetto di Fellini, La dolce vita, incentrato sull’esplosione della mondanità romana nell’estate del ’58, da leggere come momento di crisi e di trapasso della vecchia Italia verso una difficile modernità. Tuttavia, sia per il costo elevato sia per il timore della censura, il produttore cede il progetto ad Angelo Rizzoli. Per il ruolo del giornalista al centro di numerosi episodi ispirati dai fotoservizi dei settimanali, Fellini sceglie Marcello Mastroianni. La lavorazione dei vari capitoli (fra cui il celebre bagno notturno di Anita Ekberg vestita nella Fontana di Trevi - che quattordici anni dopo verrà rievocato in C'eravamo tanto amati - 1974 - di Ettore Scola), accende l'interesse dei fotografi d’assalto, i cosiddetti “paparazzi”. L’uscita del film (febbraio 1960) sarà contraddistinta da violenti attacchi della destra fascista e clericale, con ingiuste punizioni inflitte ai gesuiti illuminati che lo avevano difeso. Ciononostante l’affluenza di pubblico sarà eccezionale: un fenomeno che dimostra la volontà di cambiamento dell’Italia all’inizio degli anni Sessanta.

Dopo Le tentazioni del dottor Antonio (1962), episodio del film collettivo Boccaccio ’70, in cui Fellini si vendica degli attacchi subiti mettendo in burletta un personaggio di supermoralista perseguitato dall'immagine gigantesca di A. Ekberg scesa da un manifesto, è la volta di 8 ½ (1963).

Sull’onda dell'interesse per Carl Gustav Jung, e di un trattamento analitico intrapreso con Ernst Bernhard, Fellini affida ancora una volta a M. Mastroianni l'autoritratto di un regista che non riesce a cominciare un film perché sconvolto dalle emozioni del suo passato, del presente e della fantasia. Primo premio al Festival di Mosca, 8 ½ avrà uno straordinario successo in tutto il mondo e diventerà un inevitabile riferimento del cinema di confessione ed introspezione psicologica. Si tratta senz’altro di uno fra i film che meglio ha drammatizzato la voracità onnivora del cinema, in cui dove i limiti fra vita e prodotto sono sovente indecifrabili ma sempre sul filo della sovrapposizione.

Nel ’65 Fellini dirige un altro film influenzato da Bernhard, ovverosia Giulietta degli spiriti, profilo di una moglie borghese travolta dai sogni e dalle allucinazioni. Non fortunato al box office, il film segna la rottura definitiva con il produttore A. Rizzoli e con alcuni collaboratori abituali. Abbandonati T. Pinelli e E. Flaiano, si rivolge a Dino Buzzati per scrivere insieme Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet, ispirato da un racconto (Lo strano viaggio di Domenico Molo) pubblicato dallo scrittore nel ’38. Tornato alla carica D. De Laurentiis, durante la preparazione gli incidenti si moltiplicano finché, con le imponenti scenografie già in piedi, Fellini abbandona l'impresa.

Accantonato Mastorna, di cui riprenderà temi e situazioni in molti fra i film successivi, Fellini dirige - per il produttore Alberto Grimaldi - il singolare Toby Dammit (1968), episodio del film collettivo Tre passi nel delirio, riuscita attualizzazione di un racconto di Edgar Allan Poe.

Dopo aver terminato lo special televisivo A director's notebook (1968), una sorta di riflessione sul mancato Mastorna, è la volta di Fellini Satyricon (1969), reinvenzione del celebre classico di Petronio ambientato in una romanità che sconfina nella fantascienza.

Nel ’70 Fellini realizza - fra Roma e Parigi - un altro special tv, fra inchiesta giornalistica e divagazione poetica: I clowns.

Nel ’72 esce Roma, film rapsodico in vari capitoli, un omaggio del maestro alla sua città di adozione ricco di ricordi e di allarmanti immagini della contemporaneità. Il film sarà l’ultima apparizione cinematografica di Anna Magnani (1908-1973).

Interamente sul versante della memoria risulta Amarcord (1974), considerato uno fra i suoi capolavori, un affresco riminese degli anni Trenta animato da una folla di personaggi sottratti al macchiettismo grazie alla forza visionaria del regista. Oscar per il miglior film straniero, sarà il suo ultimo successo popolare ed internazionale.

Fallito ancora una volta il tentativo di lavorare con D. De Laurentiis, Il Casanova di Federico Fellini (1976) passa a A. Grimaldi e viene realizzato in mezzo a numerosi contrasti. Di tale vecchio progetto Fellini, senza nascondere una curiosa antipatia per il personaggio (interpretato da un bravissimo Donald Sutherland), approfitta per creare una serie di quadri caratterizzati da un’originale visione del Settecento europeo, ispirata aa un sentimento devastante e luttuoso della vita, il rovescio dei colori teneri, quasi pastello di Amarcord.

Per contrasto, il film successivo riflette l'attualità dell'Italia afflitta dal terrorismo: attraverso la metafora di un’orchestra che si ribella al suo direttore, Fellini sembra suggerire un urgente “ritorno all'ordine”, la necessità di saldi valori etici per affrontare l'urgenza di un cambiamento. La tesi di Prova d’orchestra (1979) verrà contestata a sinistra, ma, nella sua brevità, il film apparirà come molto riuscito.

Il successivo La città delle donne (1980) risulta essere una fantasticheria che tenta di venire a patti con le istanze femministe, fin troppo piena di vivacità e colore e con M. Mastroianni di nuovo al centro.

Nel 1983 esce E la nave va, una fantasia pessimista su una crociera funeraria che si svolge nel 1914 fra presagi di guerra ed un finale apocalittico. Il film viene interamente girato in studio secondo le preferenze dell'ultimo Fellini, ormai lontano dalle ambientazioni neorealiste degli esordi. Avvertendo come un pericolo la proliferazione della tv commerciale (ben presto si impegnerà caparbiamente nella battaglia contro l’interruzione dei film con spot pubblicitari), realizza Ginger e Fred (1986), con Giulietta Masina e Marcello Mastroianni nei panni di due vecchi ballerini che partecipano a uno show. Una malinconica satira della società connessa all’inarrestabile degrado del video.

Intervista (1987), nuovo autoritratto sullo sfondo della Cinecittà del passato e del presente, rappresenta un ulteriore successo di critica (premio del quarantesimo anniversario del Festival di Cannes e gran premio al Festival di Mosca).

Meno positiva sarà l’accoglienza per l’ultimo film di Fellini, La voce della luna (1990), tratto da un romanzo di Ermanno Cavazzoni, una sorta di invocazione al silenzio contro il frastuono della vita contemporanea. Ambientato in un contesto rurale e notturno, il film introduce due interpreti popolari (Roberto Benigni e Paolo Villaggio) e nuovi per il cinema felliniano, ma senza ricavarne alcun vantaggio commerciale.

I progetti successivi non andranno in porto, ed il regista girerà per la pubblicità di un istituto bancario tre spot con P. Villaggio ispirati a situazioni del suo Libro dei sogni istituito su consiglio di Bernhard. Negli anni precedenti, fra un film e l’altro, aveva già realizzato qualche altro spot.

Dopo il conferimento dell’Oscar alla carriera (marzo 1993) la salute di Fellini peggiora.

La sua scomparsa, avvenuta il 31 ottobre 1993, provocherà grande emozione nel mondo intero, mentre all’ultimo saluto nel Teatro 5 di Cinecittà, prima del suo trasferimento Rimini, parteciperanno migliaia di persone.

Federico Fellini è stato senz’altro fra i registi italiani che più ha inciso sugli sviluppi del cinema nella seconda metà del Novecento, premiato anche per questo, come già detto, con cinque premi Oscar (quattro per il Miglior Film Straniero - per La strada, Le notti di Cabiria, 8½, Amarcord - ed uno alla Carriera). Con tratti di innegabile ed esemplare leggerezza - sia umana sia espressiva - con i suoi film ha attraversato circa quarant’anni di storia del cinema. Sotto questo profilo è stato davvero un grande spirito italiano, nella cifra di quella tradizione tutta musicale in grado di fondere la leggerezza con una percezione forte, drammatica e profonda dell’esistenza. Grandissimo orchestratore di immagini, di visioni e di ritmi narrativi, si è rivelato maestro nel dar corpo all’atmosfera di sogno che invade lo schermo cinematografico, dove i confini dell’immaginazione vanno a coincidere con quelli della realtà senza tuttavia esse mai condizionati da questa. Più di chiunque altro Fellini ha mostrato come il cinema sia un inarginabile macchina di spiritualità e di fantasia.

La sua visione del cinema trova testimonianza anche nelle riflessioni che lo stesso Fellini dedica all'arte cinematografica in Fare un film (Einaudi, 1980) e nelle trascrizioni di sue interviste, Le favole di Fellini. Diario ai microfoni della Rai (2000), a cura di Paquito Del Bosco.

 

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