Un ricordo di Greta Garbo a 30 anni dalla sua scomparsa

Greta Garbo con Melvyn Douglas in "Ninotchka"di Ernst Lubitsch Greta Garbo con Melvyn Douglas in "Ninotchka"di Ernst Lubitsch
Trent’anni fa moriva a New York la grande attrice svedese, una fra le più grandi star di tutti i tempi, ai vertici della fama negli anni Venti e Trenta sia nel muto - “La via senza gioia”, di Georg Wilhelm Pabst, “Anna Karenina”, di Edmund Goulding, “La donna divina”, di Victor Sjöström - sia nel sonoro in film quali “Anna Christie”, “Anna Karenina” e “Maria Walewska” di Clarence Brown, “Mata Hari”, di George Fitzmaurice, “Margherita Gauthier”, di George Cukor, “Ninotchka” di Ernst Lubitsch ed altri.

Nata a Stoccolma il 18 settembre 1905 da una famiglia contadina, terza di tre figli, Greta Lovisa Gustafsson - meglio nota con il nome d’arte Greta Garbo - ha fin da bambina un carattere malinconico che la porta ad isolarsi e ad improvvisare da sola, per gioco, recite teatrali.

All’età di quindici anni, alla morte di suo padre, è costretta a lasciare gli studi e va a lavorare per aiutare la famiglia in ristrettezze economiche. Dapprima come aiutante in una “barberia”, poi come commessa in un grande emporio di Stoccolma, dove posa anche come modella per cataloghi di moda ed appare in due cortometraggi pubblicitari (1921).

Qui viene notata dal regista Erik Arthur Petschler, che la sceglie come interprete per la commedia Luffar-Petter - Peter il vagabondo (1922).

Dopo una dura selezione riesce a farsi ammettere alla prestigiosa Regia Accademia di Arte Drammatica di Stoccolma.

Nel ’23 avviene la svolta che darà inizio alla sua carriera di attrice: conosce Mauritz Stiller, regista finno-svedese già molto noto, dapprima nel teatro come regista ed interprete, successore di August Strindberg e suo prosecutore nell’orientamento di avanguardia, e poi, a partire dal 1911, anche nel cinema diventando presto - insieme a Victor Sjöström -, il regista più importante del periodo d’oro del cinema svedese pre-Ingmar Bergman. Stiller, innovatore delle tecniche cinematografiche e dotato di notevole intuito, coltiva il sogno di “costruire” una grande attrice come “un’opera d’arte”, e sceglie Greta: le insegna tutto - come comportarsi, vestirsi, muoversi, etc. -, la incoraggia a riprendere gli studi in Accademia, la guida sulla via del successo, le fa cambiare il nome in Greta Garbo.

L’attrice esordisce con Stiller in La Saga di  Gösta Berling (1924), con Lars Hanson - svedese interprete shakespeariano che, con questo film, ha un riconoscimento internazionale - ma appare ancora come una ragazza un po’ impacciata e goffa, ben lontana da quel che diventerà di lì a breve.

Torna a recitare a teatro in piccole parti (Violini d’autunno, L’invisibile, Knock), ma per un breve periodo, in quanto giunge la richiesta della ricca casa cinematografica tedesca Trianon di acquistare per una cifra consistente La Saga di   Gösta Berling. Per il lancio pubblicitario del film, viene richiesta la presenza a Berlino del regista e della giovane protagonista. È il suo decollo: un’accoglienza calorosa, i giudizi favorevoli dei critici e del pubblico berlinese che ne avverte il fascino, sia pur ancora “in fieri”.

Nel film successivo, Die freudlose Gasse (La via senza gioia - 1925, conosciuto anche con il titolo L’ammaliatrice) di Georg Wilhelm Pabst, interpretato a Berlino - insieme all’allora famosa attrice del muto Asta Nielsen -, la Garbo comincia a rivelare le sfumature del suo temperamento drammatico. Il film le apre la strada per Hollywood. A questo punto la Metro Goldwyn Mayer chiama Stiller a Hollywood ed egli chiede come condizione di scritturare anche la sua protetta, descritta da lui a Louis B. Mayer come «una persona in cui ci si imbatte una sola volta ogni cent’anni» e come «la futura più grande attrice del mondo». Partono così entrambi per gli Stati Uniti, fermandosi dapprima a New York. L’accoglienza per quella strana ragazza poco loquace e solitaria non è molto positiva, ma, nel corso del soggiorno a New York, un celebre fotografo di origine tedesca (Arnold Genthe, trasferitosi dapprima a San Francisco dove aveva realizzato centinaia di immagini a documentare l’aspetto della città fino al catastrofico terremoto del 1906, e traferitosi poi a New York, dove era fotografo di personaggi famosi) , si dichiara interessato a ritrarre il suo volto evidenziandone l’efficacissima resa fotografica. Quelle pose - fra cui una che viene pubblicata su «Vanity Fair» - rappresentano un buon viatico per esser sollecitata a proseguire per Hollywood.

Il suo esordio americano è il dramma sentimentale Il  torrente (1926), di Monta Bell - tratto dal romanzo Entre Naranjos di Vicente Blasco Ibáñez, sia pur sfrondato di molti personaggi e con l’aggiunta del “lieto fine” - grande successo di pubblico e che attira subito l’attenzione dei produttori sulla “misteriosa” ragazza venuta dalla Svezia.

Seguono dei film in cui è chiamata ad interpretare il ruolo di vamp e donna fatale: La tentatrice (1926) di Fred Niblo e La carne e il diavolo (1926) di Clarence Brown - il quale la dirigerà in altri otto film - ed è anche il primo con John Gilbert, che la affiancherà anche in Anna Karenina (1927) di Edmund Goulding, tratto dal celebre romanzo omonimo di Lev Tolstoj, e che in America esce con il titolo Love. La personificazione di Anna, che di suo non aveva alcuna necessità di esser resa più famosa, piacque al pubblico ed ai produttori per la concretezza e l’intensità, a tal punto che l’attrice, otto anni dopo, verrà chiamata a reinterpretarla (Anna Karenina - 1935 - di Clarence Brown, con Fredric March e Maureen O’ Sullivan).

Nel ’28 viene diretta da Victor Sjöström in La donna divina, tratto da un romanzo sulla vita di Sarah Bernhardt, - considerata la più grande attrice teatrale dell’Ottocento e per la quale la Garbo aveva una grandissima ammirazione -, con Lars Hanson, poi da Fred Niblo in La donna misteriosa, collocata in un’atmosfera di spionaggio e abiti sfarzosi, e da Clarence Brown in Il destino, tratto da un romanzo di Michael Arien, ed in cui lavora nuovamente con John Gilbert.

L’anno seguente Orchidea Selvaggia (1929) di Sidney Franklin, ambientato con toni esotici nel lontano Oriente, Donna che ama (1929) di John S. Robertson, e Il bacio (1929) di Jacques Feyder, l’ultimo film muto girato dalla Metro Goldwyn Mayer.

Con quest’ultimo film si conclude il secondo ciclo artistico dell’attrice. Il primo era cominciato in Svezia nel ’22 con E. A. Petschler e si era concluso in Germania con la Via senza gioia;  il secondo aveva avuto inizio ad Hollywood con Il torrente e si conclude appunto con il suo ultimo film muto.

Nel frattempo, Stiller, che aveva sperato - senza mai riuscirci - di girare qualche film con la sua “creatura”, ammalatosi, fa ritorno in Svezia e muore.

Greta Garbo non era del tutto soddisfatta dei ruoli che le venivano affidati - un cliché fisso di donna seduttrice - ed avrebbe voluto interpretare personaggi come Giovanna d’Arco, George Sand, Amleto; inoltre nel ’27 si avvia l’era del sonoro e lei, per circa tre anni, chiede inutilmente di passarvi. Ma la casa di produzione temeva che, con il suo accento europeo, avrebbe rischiato fallire il “passaggio”, come era effettivamente avvenuto per molti attori ed attrici del muto, che, in seguito all’avvento del sonoro, avevano concluso la loro carriera.

Nel ’30 parla per la prima volta in un film ed è un successo, le tonalità della sua voce piacquero al pubblico: le affidano il ruolo di una ragazza di origini svedesi in Anna Christie di Clarence Brown, versione cinematografica del dramma teatrale omonimo di Eugene O’Neill, andato in scena a Broadway il 2 novembre 1921 e già portato al cinema nel ’23, con lo stesso protagonista maschile (George F. Marion). L’anno seguente la MGM produrrà un nuovo Anna Christie (1931) in versione tedesca, per la regia di Jacques Feyder, sempre con Greta Garbo, ma con attori differenti nel cast.

In Romanzo (1930) di Clarence Brown, interpreta Rita Cavallini, cantante lirica protagonista del lavoro teatrale omonimo di Edward Sheldon, del film muto (1920) di Chester Withey e che, nel ’48, diventerà una commedia musicale con il titolo My Romance, con musiche di Sigmund Romberg.

Dopo La modella (1931) di Clarence Brown e Cortigiana (1931) di Robert Z. Leonard, con un giovane Clark Gable, è la famosa spia e ballerina in Mata Hari (1932) di George Fitzmaurice, in cui riesce ad acuire il lato misterioso del personaggio con una particolare durezza nell’acconciatura e nei costumi. Nuovamente diretta da G. Fitzmaurice, nel pirandelliano Come tu mi vuoi (1932) rappresenta la forza ed il tormento psicologico, sempre in linea con la sua straordinaria capacità di adattamento ad ogni ruolo.

È la ballerina Grusinshaya in Grand Hôtel (1932) di Edmund Goulding, tratto da un romanzo di Vicki Baum, imponendo la sua figura anche sul cast di attori famosi che la affiancano (Joan Crawford, Lewis Stone, i fratelli Barrymore, Wallace Beery).

Con La regina Cristina (1933) di Rouben Mamoulian viene finalmente chiamata ad interpretare un noto personaggio storico del Seicento, ovverosia la regina Cristina di Svezia, della quale sottolinea magistralmente la tristezza e la solitudine.

Negli anni successivi le sue interpretazioni si diradano leggermente. Troviamo Il velo dipinto (1934) di Richard Boleslawski, tratto dal romanzo omonimo di William Somerset Maugham; la già citata seconda versione di Anna Karenina (1935) di Clarence Brown, con Fredric March, e che le offre la possibilità di rifinire il personaggio e di dargli nuove sfumature; Margherita Gauthier (1936) di George Cukor, tratto dal romanzo di Alexandre Dumas figlio La signora delle Camelie, con un giovane Robert Taylor, ed in cui è perfetta espressione del tormento fisico e spirituale della protagonista; Maria Walewska (1937) di Clarence Brown, con Charles Boyer, in cui torna in abiti d’epoca interpretando la celebre contessa polacca che fu amante di Napoleone Bonaparte. Quest’ultimo film - il suo terzultimo - segna la fine del suo stile drammatico sul cliché dei grandi amori infelici, avendo ormai esplorato l’animo femminile in ogni direzione.

Ninotchka (1939) di Ernst Lubitsch, scritto dal grande Billy Wilder (tre anni prima del suo esordio dietro alla macchina da presa e dell’avvio di una quarantennale e ricca carriera da regista) ed interpretato da Melvyn Douglas protagonista maschile, è una farsa-satira politica perfettamente riuscita, in cui la Garbo rappresenta un tipo vivace, molto più dinamico del consueto, ma che esprime comunque una vasta gamma di sentimenti e di capacità emotiva. Finalmente, in un film, ride. La cosa è una novità assoluta a tal punto che è lo slogan promozionale del film sarà «Garbo Laughs».

Non tradirmi con me (1941) di George Cukor, tratto da una commedia di Ludwig Fulda - dalla quale nel ’25 era già stato tratto un film di Sidney Franklin -, in cui lavora nuovamente con Melvyn Douglas, e dove il suo personaggio è del tutto differente - più dinamico e moderno - in confronto a tutti quelli interpretati fino a quel momento, è un totale insuccesso sia di pubblico sia di critica.

A questo punto, a soli trentasei anni, Greta Garbo decide di metter fine alla sua carriera, nonostante riceva, per molti anni ancora, numerose proposte da vari registi per interpretare importanti personaggi storici e letterari.

Una volta ottenuto il successo ed una florida posizione economica, l’attrice non fa altro che riacquistare la sua autonomia di scelte ed una libertà di seguire la sua indole scontrosa, e individualista che aveva sacrificato al mito del successo, conducendo una vita riservata, lontana dai clamori, circondata solo dai nipoti e da pochi amici fidati.

Nel ’49 alcuni produttori la contatteranno per interpretare la sciroccata ex diva del muto Norma Desmond in Viale del tramonto (1950) di Billy Wilder, ma l'attrice non prenderà neppure in considerazione la proposta e la parte andrà a Gloria Swanson. 

Nel ’50 la rivista «Variety» la nominerà “miglior attrice dei primi cinquant'anni del secolo” e, nello stesso anno, diventerà cittadina statunitense.

Dal ritiro dalle scene fino alla sua scomparsa - ovverosia per circa cinquant’anni - condurrà una vita molto riservata, cercando il più possibile di evitare giornalisti e fotoreporter. Riuscirà a non rilasciare mai interviste, ma non ad impedire di esser fotografata. Rarissime saranno le occasioni in cui si farà fotografare consensualmente. Tuttavia, molti fotoreporter (fra i quali Carlo Riccardi - classe 1926 -, il primo a riuscire, nel ’52, a fotografarla in Italia) riusciranno comunque a scattarle di nascosto delle foto che vengono poi pubblicate sui giornali, testimonianze del progressivo avanzare dell'età.

Greta Garbo stabilisce la sua residenza a New York, in un lussuoso appartamento alle cui pareti erano appesi quadri di Pierre-August Renoir, uno fra i suoi pittori preferiti.

Oltre vent’anni dopo, in Adam & Yves (1974) di Peter de Rome troviamo la sua ultima apparizione - non accreditata e non autorizzata - sul grande schermo. In una scena girata in esterni, fra la folla di New York, per un attimo la si intravede, ripresa durante una sua uscita e non coinvolta in alcun modo con la produzione del film.

Fra i riconoscimenti ricevuti, quattro Nomination all’Oscar come Miglior Attrice Protagonista (per Anna Christie, Romanzo, Margherita Gauthier e Ninotchka) ed un Oscar alla Carriera (nel 1954).

Greta Garbo può esser considerata, nella storia del cinema, un personaggio completo e a sé stante ed un fenomeno isolato per il quale il riferimento non sono i vari registi, più o meno validi, che l’hanno diretta. Prova ne sia il fatto che, nella maggior parte dei casi, nessuno dice o scrive «i film con Greta Garbo», bensì «i film di Greta Garbo». L’attrice appartiene ancora oggi al “mito” ed all'immaginario collettivo, ben oltre quello star system da cui aveva preso le distanze. Federico Fellini la definì una «fata severa». Secondo il grande regista riminese, in cuor suo era, senza mezzi termini, «la fondatrice d'un ordine religioso chiamato cinema».

Pubblicato in Cinema

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.

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