Un ricordo di Sergio Leone nell’anniversario della sua nascita

una scena di "C'era una volta il West" una scena di "C'era una volta il West"
Il grande regista, sceneggiatore e produttore, noto per aver diretto film quali “Per un pugno di dollari”, “Per qualche dollaro in più”, “Il buono, il brutto, il cattivo”, “C’era una volta il West” e “C’era una volta in America” il nel gennaio 2019 avrebbe compiuto novant’anni.

Nato a Roma nel 1929, figlio di un’attrice e del regista del muto R. Leone Roberti, è aiuto regista di William Wyler in Ben Hur (1959) e nel 1960 esordisce alla regia con Il colosso di Rodi (1960), avventura mitologica che si svolge nel III secolo a.C., in cui mostra la sua abilità spettacolare e una buona dose di ironia.

Il film che segna la svolta nella sua carriera è senz’altro Per un pugno di dollari (1964), con Clint Eastwood e Gian Maria Volonté, e con cui, firmandosi con lo pseudonimo Bob Robertson (in omaggio a suo padre), realizza un western atipico, in cui la violenza viene sottolineata da una regia barocca e dilatata che influenzerà profondamente anche altri registi (compreso Sam Peckinpah per film come Il mucchio selvaggio o Pat Garret & Billy The Kid) ed affronta i canoni del genere con sottile taglio dissacratore.

L’enorme successo di pubblico del film, tutt’altro che scalfito dall’accusa di plagio mossa dal regista giapponese Akira Kurosawa (Per un pugno di dollari è una sorta di “remake western” de La sfida del samurai di A. Kurosawa, esattamente come, quattro anni avanti, I magnifici sette di John Sturges lo era stato de I sette samurai), viene confermato dagli altri due titoli di quella che verrà definita la “trilogia del dollaro”: Per qualche dollaro in più (1965), con Clint Eastwood, Lee Van Cleef e Gian Maria Volonté, e Il buono, il brutto, il cattivo (1966), con Clint Eastwood, Eli Wallach e Lee Van Cleef. Due pellicole che definiscono un linguaggio in cui la violenza dell’azione è immersa in tempi narrativi sospesi assumendo la “sacralità” di u gesto carico di “mito” e, nello stesso tempo, di sordida brutalità.

Con la “trilogia” S. Leone smonta e rimonta i canoni e la filosofia del genere western assecondando la vena eccessiva ed iperbolica del suo stile fiammeggiante ed il suo senso spettacolare del racconto, per poi cantare, due anni dopo, la morte dell’epopea della frontiera e la fine del mito con C’era una volta il West (1968), interpretato da Claudia Cardinale, Charles Bronson, Henry Fonda e Jason Robards e giustamente considerato (insieme al successivo C’era una volta in America) il suo capolavoro. Il film accentua il versante brutale delle opere precedenti, insistendo sulla violenza cinica come unico meccanismo relazionale, dando così il segnale di un mondo che sta per scomparire.

Il successivo Giù la testa (1971), con James Coburn e Rod Steiger, e con cui vince il David di Donatello per la Miglior Regia, è invece la storia di un irlandese che finisce con il prender parte alla rivoluzione messicana guidata da Emiliano Zapata, ed è anche il film lo spirito libertario ed antimperialista del regista si manifesta apertamente.

Dopo oltre un decennio di silenzio artistico (da regista), nel 1984 realizza il già citato C’era una volta in America, con Robert De Niro e James Woods ed Elizabeth McGovern, e con cui vince il Nastro d’Argento per la Miglior Regia. Una complessa storia di amicizia, amore disperato e tradimento che si svolge fra il 1923 ed il 1968 ed intrisa di un forte senso della violenza e dell’onore. Le avventure di due gangsters ebrei newyorkesi e della loro banda all’epoca del proibizionismo, narrate con il consueto stile che qui arriva a sfiorare la perfezione, appaiono come un pretesto per realizzare un affresco sulla mitologizzazione - cinematografica e non - dell’America e sulla memoria. I continui salti in avanti e indietro nel tempo della vicenda equivalgono ai movimenti di un ricordo incessante che afferma la sua necessità ed il suo carico di dolore, mentre l’intero racconto è incastonato in una sorta di allucinazione che rende il tutto ancor più suggestivo.

All'inizio del 1989 fonda la casa di produzione Leone Film Group. Sergio Leone muore - il 30 aprile dello stesso anno a causa di un attacco di cuore mentre è al lavoro su un progetto sull’Assedio di Leningrado durante la Seconda guerra mondiale. In un ideale messaggio di pace fra gli Stati Uniti e la Russia, il film avrebbe dovuto raccontare, oltre che le pagine più drammatiche della guerra in Russia, una storia d'amore fra un giornalista americano ed una ragazza russa. L’unione Sovietica di Gorbačëv, in piena perestrojka, aveva già concesso alla casa di produzione di Leone un'autorizzazione di massima per le riprese in territorio sovietico, ma la morte del regista fa sfumare il tutto. Oltre un decennio dopo, il regista francese Jean-Jacques Annaud si ispirerà a tale soggetto per Il nemico alle porte (2001)), trasferendo l'azione nell'Assedio di Stalingrado.

Nel 2004 è stato reso pubblico un lungo trattamento inedito - quasi una pre-sceneggiatura- di una cinquantina di pagine, intitolato Un posto che solo Mary conosce. Quest'ultimo progetto, scritto insieme a Luca Morsella (suo aiuto-regista in C'era una volta in America) ed al documentarista Fabio Toncelli, è l'unico di cui rimanga una stesura completa ed esaustiva della trama e dei personaggi. Si trattava di un progetto di un nuovo film western pensato per due grandi attori statunitensi. Le vicende dei protagonisti si svolgevano sullo sfondo di un grande affresco storico (la Guerra di secessione americana), secondo le linee e le tematiche del cinema leoniano.

Sergio Leone è passato alla storia del cinema e rimarrà nell’immaginario collettivo come uno fra i pochi autori italiani in grado di operare nella dimensione dell’epopea e di raccontare le contraddizioni e le ferite della sua epoca attraverso una maschera tragica e barocca che si trasforma in una sorta di marca di stile.

Fra i suoi film da produttore ricordiamo i western Il mio nome è nessuno (1973) di Tonino Valerii con Terence Hill e Henry Fonda, e Un genio, due compari e un pollo (1975) di Damiano Damiani, con Terence Hill e Patrick McGoohan, Il gatto (1977) di Luigi Comencini, con Ugo Tognazzi e Mariangela Melato, Il giocattolo (1979) di Giuliano Montaldo, con Nino Manfredi e Marlène Jobert, e Troppo forte (1986) di Carlo Verdone, che già qualche anno avanti aveva seguito da vicino nella realizzazione di Un sacco bello (1980) e Bianco, rosso e Verdone (1981), di cui aveva acquistato i diritti.

Meno noti fra i non “addetti i lavori” i suoi film da assistente alla regia (Il trovatore - 1949 -, La forza del destino - 1949 -, Taxi di notte - 1950 -, tutti e tre diretti da Carmine Gallone, Il voto - 1950 -, Frine, cortigiana d’Oriente - 1953 -, Tradita - 1954 -, La ladra - 1955 -, Mi permette, babbo! - 1956 -, Afrodite, dea dell’amore - 1958 -, tutti diretti da Mario Bonnard, - Il brigante Musolino - 1950 - di Mario Camerini, I tre corsari - 1952 - e Jolanda, la figlia del corsaro nero - 1952 -, entrambi diretti da Mario Soldati, Il folle di Marechiaro - 1952 - di Roberto Roberti, La tratta delle bianche - 1952 - di Luigi Comencini, L’uomo, la bestia e la virtù - 1953 - di Steno, Questa è la vita - 1954 - di Aldo Fabrizi, Giorgio Pastina, Mario Soldati e Luigi Zampa, Il maestro - 1957 - di Aldo Fabrizi, La legge mi incolpa - 1959 - di Émile Couzinet, Il figlio del corsaro rosso - 1959 - di Primo Zeglio, Sodoma e Gomorra - 1962 - di Robert Aldrich), da direttore della seconda unità (Quo Vadis? - 1951 - di Mervyn LeRoy, Elena di Troia - 1954 - di Robert Wise, i già citati Ben Hur e Sodoma e Gomorra), da coregista (Gli ultimi giorni di Pompei - 1959 -, diretto insieme a Mario Bonnard), da sceneggiatore (il già citato Afrodite, dea dell’amore, Nel segno di Roma - 1959 - di Guido Brignone, Le sette sfide - 1961 - di Primo Zeglio, Romolo e Remo - 1961 - di Sergio Corbucci, Le verdi bandiere di Allah -1963 - di Giacomo Gentilomo e Guido Zurli) e le sue rare apparizioni da attore (La bocca sulla strada - 1941 - e Il già citato Il folle di Marechiaro, entrambi diretti da Roberto Roberti, Ladri di biciclette - 1948 - di Vittorio De Sica, Milano miliardaria - 1951 - di Marcello Marchesi e Vittorio Metz, Hanno rubato un tram - 1954 - di Aldo Fabrizi).           

 

 

Pubblicato in Cinema

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.

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